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40 film drammatici da vedere assolutamente!

40 film drammatici che non potete assolutamente perdere!

Ci sono film drammatici in cui potreste rivedervi. Sì, “la vita non è un film”, ce lo sentiamo dire spesso. Eppure, è innegabile che per qualcuno – magari in certi momenti – questa possa risultare triste o addirittura insopportabile. Si perché la realtà non è per niente tutta rosa e fiori.

E il cinema, come forma artistica, è forse quella che più riesce a cogliere questo lato malinconico dell’animo umano, descrivendo l’intima sofferenza che si cela nei recessi dell’anima di ognuno di noi. Il dolore di una perdita, l’ostinata perseveranza contro le difficoltà della vita, gli esiti nefasti delle nostre scelte, le conseguenze di un destino avverso.

40 film drammatici da vedere assolutamente:

Un tram chiamato desiderio (1951)

Non possiamo non iniziare la nostra lista con uno dei film drammatici più iconici degli anni ’50. “Stella! Hey Stella”, appena viene fatto un accenno al titolo di questa pellicola, vincitrice di ben 4 Oscar, non possiamo fare a meno di pensare all’urlo straziante che Marlon Brando rivolge a sua moglie ai piedi della scalinata. Questa frase-simbolo del film racchiude al meglio il concetto di “melodramma americano” degli anni ’40-’50.

La storia di Un tram chiamato desiderio, tratto dall’omonima pièce teatrale di Tennessee Williams, gira attorno alla persona di Blanche DuBois (Vivien Leigh), una donna dalla personalità molto fragile ed emotivamente instabile. Arriva a New Orleans, dove la sorella Stella (Kim Hunter) la accoglie nel suo appartamento che condivide con suo marito, Stanley Kowalski (Marlon Brando). Sorgono subito le prime frizioni con Stanley, che Blanche considera rozzo e burbero, pur essendone profondamente attratta. Stella, completamente sottomessa alle decisioni del marito, è impassibile ed inerme nei confronti di quello che accade sotto i suoi occhi. Col passare del tempo, l’instabilità psichica di Blanche peggiorerà e trascinerà la vicenda verso un tragico epilogo.

Tutta la vicenda è basata, non sugli eventi in sé per sé, ma sulle persone e le relazioni che si stabiliscono tra queste. Il rapporto tra Stella e Stanley, basato prevalentemente sulla classica dominazione del marito sulla moglie, non fa che aumentare il senso di solitudine di Blanche. L’aspetto che, però, emerge con più preponderanza è la relazione che si crea, già dall’inizio del film, tra Blanche e il cognato, segnata da una profonda complessità e da una tensione, anche sessuale, tra i due che andrà aumentando di scena in scena fino al climax finale.

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Una vita difficile (1961)

Una vita difficile quella che spetta a Silvio Magnozzi, interpretato dal grande Alberto Sordi, all’inizio del film di Dino Risi. Il partigiano, cercando di fuggire dalla guerra, conosce Elena (Lea Massari) che gli salva la vita, a Dongo. Quando, terminata la guerra, Silvio torna a Roma, dove lavora come giornalista per un quotidiano di sinistra, rincontra la giovane ragazza. I due, innamorati, decidono di vivere insieme in condizioni misere a causa del rifiuto da parte di Magnozzi di abbassarsi a compromessi che vanno contro i suoi ideali politici. La moglie, disperata, lo lascia. Silvio, spinto a riconquistare l’amore della donna, accetta il posto di segretario nell’ufficio di un ricco industriale, negando i valori in cui credeva.

La drammaticità del film sta proprio nella contraddizione che segna il personaggio di Silvio Magnozzi. La forte critica alla società dell’epoca, che continua ad essere piuttosto attuale anche oggi, è evidente nell’opera di Dino Risi che la rappresenta in maniera esemplare. Per non parlare dell’interpretazione magistrale di Alberto Sordi che contribuisce a donare a Magnozzi un’umanità e un’espressività unica, allontanandosi dai ruoli comici precedentemente interpreti dall’attore romano. Indimenticabile la scena dell’esame, che vi riproponiamo qui sotto.

8 1/2 (1963)

Insieme a La dolce vita, forse uno dei film più storici di Federico Fellini. Guido Anselmi, interpretato da un bravissimo Marcello Mastroianni, è un regista che, in cerca di ispirazione per il prossimo film, si rifugia in luogo di cure termali. Il film non è altro che un susseguirsi di incontri, eventi, conversazioni reali che si alternano con scene fantastiche e oniriche. Il cosiddetto “blocco dello scrittore” viene sovrapposto alla crisi esistenziale del protagonista che lo porterà a riconsiderare tutta la sua vita.

Come in La dolce vita, il personaggio interpretato da Mastroianni è un osservatore, non agisce. Semmai sono gli altri personaggi ad agire su di lui, soprattutto le donne, che svolgono un ruolo di salvezza, con la connotazione religiosa che contraddistingue il regista. 8 1/2 è principalmente un film autoreferenziale e, soprattutto, autocritico. L’utilizzo del grottesco non fa che accentuare questo aspetto del film, presentando personalità a metà tra il comico e l’inquietante. Inutile ribadire la bravura di Mastroianni, ormai divenuto l’artista per eccezione.

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Non torno a casa stasera (1969)

La crisi esistenziale è al centro anche del film di Francis Ford Coppola, una tra le opere prime del regista statunitense. Una donna, appena scoperto di essere incinta, decide di scappare lasciando un biglietto al marito spiegandogli che “non tornerà a casa stasera”. Inizierà per lei un viaggio on the road che le serberà incontri ed eventi inaspettati.

La storia è molto semplice. La complessità del film si ritrova, principalmente, nel personaggio di Nathalie, a cui da il volto Shirley Knight. Una forte insicurezza, quasi inadeguatezza, di fondo sono gli elementi che la spingono ad allontanarsi dalla sua “casa”: non si sente all’altezza di essere una moglie e, ora, una madre. Un fatto interessante: si dice che l’attrice venne scelta dal regista per la somiglianza a Monica Vitti, che Coppola ricercava perché influenzato profondamente dal cinema europeo di Antonioni, a cui si ispira come si può benissimo osservare da questo film.

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Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975)

Nel 1975 Miloš Forman dirige Jack Nicholson in un cult movie tratto dal romanzo di Ken Kesey Qualcuno volò sul nido del cuculo. Il film tratta di un argomento molto delicato come quello della vita all’interno degli ospedali psichiatrici. La pellicola denuncia il trattamento inumano dei pazienti che venivano discriminati per la propria condizione. Randle Patrick McMurphy viene internato all’interno di una clinica psichiatrica per valutare se la sua malattia mentale e vera o simulata. Qui dentro terrà un comportamento anticonformista cercando di evadere e di ribaltare le regole dell’ospedale. Tutto questo inneggerà anche gli altri pazienti che prenderanno come esempio Randle per vivere liberamente.

La pellicola vinse tutti e cinque i premi Oscar nelle migliori categorie: Miglior film, regia, attore protagonista, attrice protagonista, sceneggiatura non originale. Il film ha ottenuto un enorme consenso sia dal pubblico che dalla critica che inneggiano al suo carattere innovativo nel raccontare un argomento così delicato e così ostico. Qualcuno volò sul nido del cuculo è senza dubbio uno dei migliori film drammatici della storia del cinema per la sua intensità e forza emotiva.

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Taxi driver (1976)

Taxi driver è di certo uno dei film drammatici più cult in assoluto. Alla regia abbiamo Martin Scorse, e come protagonista Robert De Niro, che danno origine ad un film intenso e vigoroso. Travis Bickle è ex-marine reduce del Vietnam che a causa di ciò soffre di una grave forma di insonnia che lo porta a fare il tassista notturno a New York. Travis si innamora di un’impiegata, Betsy, la quale in un primo momento cede ai corteggiamenti dell’uomo ma poi si allontana a causa della sua fissazione per i film a luci rosse. Travis dilaniato dalla solitudine comincia a soffrire di disturbi psichici, compra delle pistole e si immischia in affari pericolosi. Una storia introspettiva della mente umana lacerata dalla solitudine e dalla pazzia che conduce l’uomo ai confini della lucidità.

Taxi driver fu uno dei primi film a raccontare l’impatto della guerra sui soldati, conducendoli ad uno stato di disagio perenne e sull’orlo della pazzia. Lo stile così rude del film evoca lo stato di stress post traumatico che molti ex-soldati provano una volta congedati. Il monologo di Travis allo specchio “Hey, ma dici a me? Ma dici a me?” è entrato nell’immaginario comune come tutto il film da cui è tratta. Una scena passata alla storia che è pura improvvisazione. Infatti, Robert De Niro improvvisò la scena e Scorsese ne rimase stupito che la volle inserire nel film. La pellicola, pur essendo una delle migliori del regista, non ricevette nessun premio Oscar pur essendo candidato nelle categorie principali; ma invece trionfò al Festival del cinema di Cannes vincendo la Palma d’oro.

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Mission (1986)

Sullo sfondo delle meravigliose Cascate dell’ Iguazù, viene raccontata la storia di Padre Gabriel (Jeremy Irons), un missionario gesuita che raggiunge la zona dove abita una tribù di indios Guaranì dove crea una “missione”. A lui si aggiungerà Don Rodrigo Mendoza (Robert De Niro), un cacciatore di schiavi, che lo accompagnerà nel tentativo di raggiungere il suo scopo: creare un’atmosfera di armonia dove la comunità indigena possa vivere in pace senza la costante minaccia del colonizzatore “bianco”.

Vincitore di un Oscar e due Golden Globe, un film come Mission non può mancare nella nostra lista. La forza dell’opera si trova nella maniera intelligente con cui Roland Joffè mette in scena una vicenda storica particolarmente toccante. Lo fa con una delicatezza, empatia e accuratezza unica. Una delle carte vincenti del film è sicuramente la colonna sonora composta da Ennio Morricone. La meravigliosa Gabriel’s Oboe non fa che aumentare l’emozione generata dalla storia e accompagna le immagini del film con estrema leggerezza. Ve la riproponiamo qui sotto.

Rain man (1988)

Uno dei migliori film drammatici in assoluto che vede Dustin Hoffman alle prese con la malattia mentale, precisamente la sindrome del savant. Al suo fianco vediamo un giovanissimo Tom Cruise, fresco fresco dal successo di Top Gun. Raymond Babbit è un uomo affatto da malattia mentale che, dopo la morte del padre, eredita tutto l’ingente patrimonio di famiglia. Charlie è il fratellastro di Raymond, il quale ignorava la sua esistenza. Arrabbiato con il padre per avergli tenuto nascosto la presenza di un fratello e per non avergli lasciato nulla dell’eredità se non l’avviso del fratello; Charlie decide di sequestrare dalla clinica psichiatrica Raymond, sperando di diventarne il tutore ed ereditare la metà del patrimonio del padre. I due intraprenderanno un viaggio on the road dalla clinica verso Los Angeles, e i due fratelli impareranno a conoscersi e a volersi bene.

A dirigere la pellicola c’è Barry Levinson, per la quale ricevette anche l’Oscar come Miglior Film e Regia. La curiosità di questo film sta nel fatto che Dustin Hoffman per calarsi nei panni dell’autismo, visse all’interno di una clinica psichiatrica pe diverso tempo, così da toccare con mano gli effetti della malattia. Hoffman ci ha regalato un incredibile performance, molto intensa e carica di pathos; non a caso per l’interpretazione Hoffman vinse il premio Oscar come miglior attore protagonista. Oltre a questi premi il film vinse l’Oscar anche come Miglior sceneggiatura originale.

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Philadelphia (1993)

Philadelphia è uno dei migliori film drammatici da vedere diretto da Jonathan Demme. Questo è il film per eccellenza incentrato sul tema dell’AIDS in America negli anni ’90. Andrew Beckett (Tom Hanks) è un avvocato di Filadelfia al quale viene diagnosticato l’AIDS. Quando lo studio per cui lavora scopre la sua malattia viene licenziato e deriso da quelli che credeva essere suoi soci. Allora decide di citare in giudizio i suoi ex datori di lavoro per discriminazione. Dopo che il suo caso è stato rifiutato da ben 9 avvocati, decide di rivolgersi a Joe Miller (Denzel Washington). Un avvocato pieni di pregiudizi contro gli omosessuali e i malati di AIDS, ma che decide di accettare sfidando la morale della società. Un film toccante e penetrante con un grande Tom Hanks.

Un film che non solo racconta da vicino la malattia dell’AIDS, ma racconta anche come la gente comune trattava i malati ed in particolare gli omosessuali. La storia di Andrew Beckett licenziato perché malato e omosessuale è una storia comune a molti in America durante gli anni ’80 e ’90; periodo in cui si prese coscienza dalla malattia dell’AIDS. Accolto positivamente sia da critica che pubblico, Philadelphia vinse diversi premi Oscar tra cui per il Miglior Attore protagonista e per la Miglior Canzone: Street of Philadelphia. 

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Schindler’s List (1993)

Tra i film drammatici è forse quello più impressionante, in quanto racconta la realtà. Il dramma infatti qui è storico e affonda nei campi dell’orrore, quelli di sterminio durante la seconda guerra mondiale per mano dei nazisti. Si parla di un uomo, Oskar Schindler (interpretato da un grande Liam Neeson) che, orripilato dalla degenerazione dei suoi compatrioti, cercherà di fare il più possibile per salvare alcuni ebrei da morte certa. Un film tellurico dove è percepibile la spinta efferatezza di una delle pagine più nere della storia moderna. Il film è girato in bianco e nero proprio a sottolineare il grigiore di quegli anni. Firmato da Steven Spielberg.

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Il Corvo (1994)

Un revenge movie in salsa gotica, il dramma qui fa da pretesto a tutta la narrazione, quella di un uomo privato della sua amata il giorno prima delle nozze. Anche qui si preme molto sulla filosofia, sull’ineluttabilità degli eventi ma soprattutto sulla necessità di mettere a posto i conti prima di lasciare andare la proprio anima (ok, si sfonda sul religioso.. ) in pace.
Il film che ha dato, ahinoi, una grande celebrità a Brandon Lee, morto sul set, e proietatto la pellicola nella hall dei film cult.

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Le onde del destino (1996)

Nel 1996 Lars Von Trier firma una vera e propria perla cinematografica, che gli vale il Gran Premio della Giuria a Cannes. In un villaggio della Scozia, Bess (Emily Watson), una giovane ragazza, si innamora di un operaio che lavora in un pozzo petrolifero, Jan (Stellan Skarsgård). I due decidono di sposarsi nonostante la disapprovazione della gente della comunità. In seguito ad un incidente sul lavoro, Jan rimane paralizzato e spinge la moglie ad avere rapporti sessuali con altri uomini per poi riferirglieli.

Il dramma messo in scena da Von Trier fa rabbrividire, a volte sorridere, ma, soprattutto, stupire, come solo un regista come lui sa fare. La nebbia che avvolge i personaggi, durante tutto il film, non fa che permeare l’atmosfera di un alone di angoscia, solitudine e   malinconia. Menzione a parte per Emily Watson, nominata all’Oscar come Migliore attrice protagonista, che veste alla perfezione i panni della complicata Bess, donando al personaggio quel tocco di follia mista ad umanità che caratterizza, da sempre, i protagonisti dei film di Von Trier.

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La vita è bella (1997)

Beh, che dire di uno dei film italiani più belli di sempre? La storia è nota a tutti: ci troviamo nel 1939, in piena seconda guerra mondiale, e Guido Orefice (Roberto Benigni), un giovane di origine ebraica, si trasferisce ad Arezzo dallo zio dove incontra la maestra Dora (Nicoletta Braschi). I due si innamorano, decidono di sposarsi e hanno un bambino, Giosuè. In seguito alle leggi razziali, Guido e il figlio vengono deportati in un centro di concentramento, dove la moglie decide di andare, fingendosi ebrea. Per proteggere Giosuè, il padre lo convince di star partecipando ad un gioco a punti.

Non era facile raccontare una vicenda storica così seria e farlo con delicatezza, comicità e destrezza. Eppure Benigni ci è riuscito, portandosi a casa non uno, non due, ben 3 Oscar, insieme a molti altri premi importanti. La musica di Nicola Piovani accompagna questa storia che parla d’amore, di famiglia, di amicizia, di lotta, di tenacia, gettando lo spettatore in un turbinio di emozioni che lo accompagna per tutto il film, ma anche dopo. Riguardo al titolo Benigni dichiara in un’intervista:

Il protagonista del film, dall’inizio alla fine, non si dimentica mai della felicità…mai…Che, come dice Primo Levi, fuori la vita è bella e può continuare ad essere bella.

Questo è il messaggio dell’opera e Benigni ce lo ricorda in ogni secondo del film. Qui sotto vi riproponiamo una delle scene più commoventi.

Titanic (1997)

Poteva mai mancare tra i film drammatici? Il dramma romantico per eccellenza che guarnisce perfettamente il disastro del transatlantico britannico. Questo film ha fatto le fortune di parecchi addetti ai lavori e,  a dispetto della lunghezza, gode di una trama coinvolgente e degli effetti speciali – per l’epoca – impressionanti. Di fronte agli ultimi fotogrammi è impossibile rimanere impassibili per quanto ogni tanto, il film, si conceda  troppo al melenso, esaltando il dramma personale più di quello collettivo. E sì, Rose poteva fare un po’ di spazio al povero e altruista Jack, fin troppo abnegato alla causa e, poi, anche annegato.

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Salvate il soldato Ryan (1998)

Qui il dramma si trasferisce sul campo di battaglia, precisamente durante la seconda guerra mondiale. Quattro fratelli della famiglia Ryan, americani, sono morti. Il quinto e ultimogenito (interpretato da Tom Hanks) deve quindi essere portato in salvo. Il film si inerpica in un climax emotivo sempre più adrenalico e angosciante per la sorte dell’uomo, gravitando intorno a questa delicata missione che diventerà poco a poco disperata nello scorrere della diegesi.

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The Truman Show (1998)

Il film cult di Peter Weir può essere racchiuso in diversi generi ma quello che più lo rappresenta è sicuramente quello drammatico. Truman Burbank (Jim Carrey) vive nella più estrema tranquillità nella cittadina di Seahaven, dalla quale non si è mai allontanato. Ha una moglie, un lavoro normale, una casa normale e una vita normale. Ad un certo punto, inizia a notare che cose strane accadono intorno a lui fino ad arrivare a capo della tremenda realtà dei fatti: Truman è il protagonista di un reality show e, fin dalla sua nascita, è stato osservato da tutto il mondo.

The Truman Show è un film che descrive una realtà a dir poco agghiacciante. La comicità con cui viene trattata la storia rende il tutto sicuramente meno angosciante, ma la risata che riesce a strapparci un film come quello di Weir è senz’altro amara. Ci deve far riflettere. Non si possono non citare Jim Carrey e Ed Harris che sono perfettamente credibili nelle loro interpretazioni. La scena finale, ormai entrata a far parte dell’immaginario collettivo, è difficile da dimenticare: il saluto di Truman in cima alla scalinata, con le parole “Buongiorno… e casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!”, segna l’atto di ribellione dell’uomo verso qualsiasi forma di controllo sociale.

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Fight Club (1999)

Tra i film drammatici è impossibile non citare Fight Club. Il dramma dell’uomo moderno – su un piano antropologico e più esistenziale – vomitato un fotogramma dopo l’altra. “Siamo la canticchiante e danzante merda del mondo” ci dice Palahniuk (il creatore dell’omonima graphic novel) e poi Fincher (il regista) come a sottolineare che per l’universo non contiamo niente, ma l’abbiamo capito – tragicamente – soltanto adesso.
Ma si sa, la conoscenza porta con sé i suoi fardelli: ora siamo disorientati, smarriti, come lerci viandanti, sul viale di un mondo che manca di significati assoluti e risposte rassicuranti.

Uno di questi uomini smarriti è Jack (Edward Norton), un uomo alienato dal lavoro, dalla routine, asfissiato, da quelle metaforiche cinghie rappresentate dalle mete imposte a livello manifesto – ma soprattutto subliminale – dalla nostra cultura. Una società plasmata sulla forma mentis capitalistico-finanziaria, materialista, esasperatamente burocratica, dove si è perso il minimo contatto con l’altro, dove l’unico punto di tangenza è riscontrabile in quelle situazioni estreme, come quando si è vicini alla morte o in preda alla malattia, dove a cadere, sono tutte quelle artificiose sovrastrutture, dove il sentirsi tremendamente soli e senza via di scampo diventa ancora più palpabile. E ciò riguarda Jack, ma anche Tyler Durden (Brad Pitt), compagno d’avventure del nostro protagonista. Una presenza a livello liminale, carnificazione di quei desideri violenti e sfrenati posti negli anfratti più oscuri e animali della sua coscienza che vuole ribellarsi a questa deriva post-umana.

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Requiem for a Dream (2000)

Forse la pellicola tra i film drammatici dove più di tutte si ritrova il fatalismo esistenziale del regista Darren Aronofsky. Il dramma si sviluppa su tre atti denominati come le stagioni dell’anno (Estate, Autunno e Inverno) ma che metaforicamente si riferiscono a tre periodi diversi – per felicità e aspettative – vissuti dai protagonisti. Manca volutamente come atto conclusivo la Primavera, stagione simbolo della rinascita e della vittoria della vita sulla morte, come a sottolineare la mancanza con l’ineluttabilità del destino dei personaggi e il loro progressivo e inesorabile fallimento.

Nella fattispecie, Il dramma si consuma nelle spirali dei protagonisti, vittime delle perversione della società postmoderna: quella frenesia che ci proietta tutti verso un futuro indefinito fatto di obiettivi a breve termine, ma che una volta raggiunti, non conferiscono un reale appagamento, ma lascia solo un senso di incompletezza e di estraneità verso il mondo in cui si vive. E nulla, alla fine, ha senso. La conseguenza è una cupa depressione preceduta da un’inspiegabile isteria che porta molti giovani (e non) a lastricare le strade della devianza.

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A beautiful mind (2001)

Ron Howard dirige uno spettacolare Russel Crowe nei panni del matematico John Forbes Nash. A beautiful mind è la biografia del premio Nobel per l’economia John Nash, che ideò la teoria dei giochi non cooperativi. Una storia toccante in quanto John Nash era affetto da schizofrenia, che lo portava ad avere visioni di persone immaginarie. Ma Nash è anche un genio della matematica, che confezionò la teoria pe cui vinse il Nobel, in una tesi di dottorato di soli 27 anni. Il genio della matematica viene interpretato magnificamente da Russel Crowe che conferì al vero John Nash piena giustizia per tutta la sua brillante carriera e non solo. Una splendida storia costruita al meglio senza lasciare nulla al caso. Entriamo nella vita di John Nash poco per volta, prima lo vediamo a Princeton, poi sposato con Alicia (Jennifer Connely), poi vediamo il decorso della malattia ed infine il premio Nobel.

I personaggi che John vede sono presentati al pubblico in sala dalla prospettiva del protagonista, cioè come figure reali, che camminano e parlano. Per questo appaiono allo spettatore come reali e difficili da codificare come figure create dalla mente di Nash. In questo modo lo spettatore entra nella visione del delirio di Nash per rendere ancora più forte la scoperta della malattia del protagonista. Il film ricevette diverse candidature ai premi Oscar e vinse quello per Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura non originale e Miglior Attrice non protagonista.

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I passi dell’amore (2002)

Tra i film drammatici qui scelti, è sicuramente quello più fanciullesco, con la location ricorrente dell’high school e lo stile teen convenzionale. Tratto dal romanzo di Nicholas Sparks e diretto dal regista Adam Shankman, si ripropone il tema del ragazzo bello e impossibile che si innamora della secchiona ma che si scoprirà affetta da una brutta malattia.

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21 grammi (2003)

Forse non è il film migliore di Alejandro González Iñárritu, ma probabilmente è il più drammatico. La storia segue la vita di tre personaggi: Paul, Christina e Jack. Paul (Sean Penn) è un matematico che deve fare i conti con un problema al cuore; Christina (Naomi Watts) è una donna che, per affrontare la perdita del marito e delle figlie, si rifugia nella droga; Jack (Benicio Del Toro) è un ex detenuto divenuto un credente convinto. Le vite dei tre protagonisti si incroceranno in un terribile incidente.

21 grammi è l’opera centrale della Trilogia della morte del regista che comprende, oltre al film già citato, Amores perros Babel. Il titolo fa riferimento al cosiddetto “peso dell’anima”, vale a dire il peso che ognuno di noi perde al momento della morte. Ovviamente la morte è un elemento centrale del film, così come di tutta la trilogia, e ritorna più volte nella storia con una spiazzante autenticità. La scelta di non utilizzare il cavalletto per la macchina da presa, in diverse sequenze, sembra evidenziare l’instabilità emotiva dei protagonisti. Per quanto riguarda gli attori, spicca sicuramente la bravura di Sean Penn che, in questo film, offre una delle sue migliore prestazioni.

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Elephant (2003)

Elephant è sicuramente uno dei film più drammatici di Gus Van Sant. La storia, ispirata liberamente al massacro avvenuto al liceo Columbine nel 1999, riprende le vite di alcuni studenti in una giornata che sembra normale, ma che si trasformerà in una tragedia.

Il realismo con cui Van Sant presenta la storia risulta spiazzante agli occhi dello spettatore che segue i movimenti dei protagonisti all’interno del liceo come un terzo personaggio. La prima parte del film, più lenta e tranquilla, che mostra la vita quotidiana degli studenti, si contrappone alla seconda, che mostra, invece, il massacro con una rapidità e freddezza unica. La componente sonora gioca una carta vincente nel film, per quanto riguarda la musica in sé per sé ma anche per i rumori e i suoni che fanno da sottofondo alle azioni dei ragazzi. Con la  sua Palma d’oro per il miglior film e miglior regia, Elephant è un film assolutamente da vedere.

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Se mi lasci ti cancello (2004)

Se mi lasci ti cancello è un film drammatico sentimentale con protagonisti Jim Carrey e Kate Winslet. Una storia di un dramma amoroso intenso e profondo. Il filma racconta di come la vita di Joel viene sconvolta dall’arrivo di Clementine e dall’amore per lei. I due all’inizio sembrano vivere una perfetta storia d’amore, ma poi qualcosa in Clementine cambia; così decide di farsi cancellare dalla mente i ricordi di Joel e ricominciare la propria vita. Quando il ragazzo lo scopre decide anch’egli di sottoporsi alla cancellazione dei ricordi di Clementine, ma poi cambia idea. Nella pellicola viene fatto un ritratto dell’amore come qualcosa che corrode l’animo delle persone, tanto da portarle a cancellare qualsiasi ricordo della persona amata pur di non soffrire. Una storia triste e di perseveranza, una lotta per l’amore e per continuare a vivere quell’amore che Clementine vuole dimenticare.

In questo film vediamo Jim Carrey nelle vesti di un uomo cupo e solo che soltanto con l’amore per Clementine torna a vivere. Un ruolo diverso dai soliti che interpreta l’attore, che principalmente ricopre ruoli in commedie e film comici. Qui supera sé stesso, dando prova del suo talento poliedrico. Anche Kete Winslet fa una grande prova attoriale, recitando in un ruolo contorto e difficile da codificare. Per questa sua performance ricevette anche la nomination ai premi Oscar come Miglior Attrice protagonista. Tuttavia, il film vinse l’ambita statuetta per la Miglior Sceneggiatura originale.

 

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Million Dollar Baby (2004)

Million Dollar Baby è uno dei migliori film di Clint Eastwood con protagonista Hilary Swank. La trentenne Maggie Fitzgerald vuole diventare una campionessa di pugilato. Con forza e determinazione riuscirà a far credere nel suo progetto anche il manager di pugilato Frankie Dunn. I due inizieranno ad allenarsi in un lasso di tempo quasi proibitivo ma che li porterà ad instaurare quel legame padre – figlia tanto voluto da Frankie. Un Clint Eastwood in gran forma, che mixa insieme al suo modo di recitare, duro e magnetico, la freschezza e la determinazione di Hilary Swank. Il pugilato che dovrebbe essere il tema centrale, passa in secondo piano per dare spazio alle emozioni, alla crudeltà della vita che a volte ci pone davanti ad ostacoli insuperabili.

Il film presenta una trama semplice e lineare, ma trattata con riguardo verso sentimenti, paure e coraggio. Tutti temi che fanno sì che il tono ed il ritmo siano pacati ma mai lento. Uno dei migliori film drammatici da vedere riuscitissimo che ha convinto critica e pubblico. Million dollar baby ha vinto 4 premi Oscar su 7 nominations, tutti nelle categorie principali: Miglior film, regia, attrice protagonista, attore non protagonista.

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I figli degli uomini (2006)

Il film di Alfonso Cuarón è un ibrido tra un film drammatico e di fantascienza, che si focalizza su un possibile futuro distopico. Ci troviamo in Inghilterra nel 2027 e da 18 anni non nascono bambini a causa dell’infertilità che ha colpito gli uomini di tutto il mondo. Londra è assediata da forze nazionaliste che vogliono cacciare dal paese gli immigrati che lo abitano. Theo Faron (Clive Owen), un ex attivista politico, viene coinvolto dalla ex moglie, Julian (Julianne Moore), a partecipare a una missione finalizzata alla protezione di una giovane ragazza incinta che potrebbe salvare la razza umana.

La storia messa in scena da Cuarón nel suo film, tratta dal romanzo di P.D. James, riflette, in maniera spropositata, la realtà odierna, se ci pensiamo bene. Il caos che ormai domina il mondo, il progressivo annientamento dell’essere umano, la guerra, la violenza sono solo alcuni i temi trattati dall’opera del regista messicano, che lo fa come solo lui sa fare. L’utilizzo della macchina a mano e del piano sequenza, in numerose inquadrature, ma, soprattutto, la splendida fotografia di Emmanuel Lubezki donano al film una drammaticità, quasi un’angoscia, che sarà costante per tutta la durata della vicenda. Qui sotto una delle sequenze più belle.

Into the wild (2007)

Into the wild forse è il film più apprezzato dello scorso decennio. Sean Penn racconta la storia di Christopher McCandless: un ragazzo della Virginia Occidentale che dopo il diploma decide di intraprendere un viaggio in solitaria per ben due anni fino ad arrivare in Alaska e vivere per qualche mese su un bus abbandonato. Ad interpretare il giovane ragazzo c’è Emile Hirsh, il quale è perfetto per la parte e ritrae il personaggio magnificamente. Il film è tratto dal libro di Jon Krakauer Nelle terre estreme. Sean Penn riesce a fare un quadro perfetto di Christopher McCandless. Racconta semplicemente i sogni e le inquietudini del ragazzo, attraverso un road movie in cui viene catturata tutta la sensibilità del protagonista e non ritraendolo come un eroe moderno o un martire della società consumistica.

Il film è costruito su dei flashback che spezzano tra presente e passato, rendendo così autonomo lo spettatore nel ricostruire i pezzi della storia. Il tutto è reso ancora più d’impatto grazie ad uno splendido lavoro sulla fotografia volto ad esaltare i paesaggi naturali ed incontaminati dell’America del nord; intensificando la dicotomia natura-civiltà dalla quale Chris scappa. Il film è stato accolto positivamente sia dalla critica che dal pubblico tanto da far diventare il Magic Bus, in cui ha vissuto Chris in Alaska, una meta per gli appassionati di avventura.

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Onora il padre e la madre (2007)

Non potevamo fare a meno di inserire l’ultima opera di Sydney Lumet, che, in realtà, è un misto tra dramma e thriller. Andy (Philip Seymour Hoffman) e il fratello Hank (Ethan Hawke) hanno un disperato bisogno di soldi e decidono di organizzare una rapina alla gioielleria dei genitori per la quale ingaggiano un terzo complice. Il piano, però, non va come previsto: il terzo rapinatore viene ucciso e la madre dei due fratelli viene ferita gravemente. Andy e Hank dovranno fare i conti con le conseguenze delle loro azioni.

“Before the devil know you’re dead”, questo il titolo originale del film, si rifa ad un antico detto irlandese, “Che tu possa arrivare in paradiso mezz’ora prima che il diavolo si accorga che sei morto”, perfetto per descrivere la situazione di distruzione, di infedeltà, di tradimento che si viene a creare nelle vicenda messa in scena da Lumet. La struttura dell’opera è composta da vari pezzi di un puzzle che si ricongiungeranno con lo scorrere del tempo, attraverso l’utilizzo di flashback che fanno aumentare la drammaticità e la tensione del film. Ma il vero punto di forza della pellicola sono gli attori che Lumet dirige alla perfezione.

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Hachiko (2009)

Beh, come non inserire un film drammatico come Hachiko? La storia da cui è tratto il film di Lasse Hallström ha emozionato e commosso generazioni di persone di tutto il mondo. Hachi è il cane di Parker (Richard Gere) e aspetta, ogni giorno, alla stazione il padrone che torna dal lavoro. Un giorno, però, Parker ha un arresto cardiaco e muore. Hachi continua a recarsi alla stazione tutti i giorni per 9 anni aspettando il padrone.

Hachiko è il tipo di film in cui non si può non piangere. Non solamente lo spettatore che ha un cane piange, ma anche chi non lo ha non riesce a trattenere le lacrime. In questo caso, ad essere drammatica è la storia in sé per sé. Si, è un film drammatico ma non solo. La storia di Hachiko è una storia d’amore, di fedeltà, di amicizia, di devozione. E’ una vicenda che andava raccontava e Hallström lo fa in maniera rispettosa. A rendere più emozionante il film, contribuisce anche la splendida colonna sonora composta da Jan A.P. Maczmarek.

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Il segreto dei suoi occhi (2009)

Il film di Juan Josè Campanella è uno dei migliori film argentini degli ultimi tempi, tanto da spingere gli americani a farne un remake, che, però, non riesce a stare al passo dell’originale. Benjamín Esposito (Ricardo Darín), pensionato dopo 25 anni di servizio come agente federale del Pubblico Ministero, decide di dedicarsi alla scrittura di un romanzo. Il pensiero va ad un caso rimasto irrisolto che continua a ossessionarlo: quello di una donna uccisa e violentata negli anni Settanta. Benjamín continua con la sua ricerca dovendo fare i conti con un amore mai vissuto, un passato complicato e la verità sulla morte della donna che non riesce a dimenticare.

Campanella mette in scena un film, allo stesso tempo, drammatico, thriller, politico e sentimentale. La struttura innovativa del film riesce, attraverso continui flashback, a non far perdere la concentrazione allo spettatore che non può distogliere gli occhi dallo schermo. Gli eventi delle due diverse epoche, mostrate in modo alternato, si incastrano alla perfezione in un film che non dimentica di dar risalto ai sentimenti. La regia, la sceneggiatura e l’interpretazione degli attori sono solo alcuni degli elementi che hanno contribuito alla vittoria del film dell’ Oscar come miglior film straniero.

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Perfect Sense (2011)

Probabilmente poco conosciuto il film di David Mackenzie, ma assolutamente da vedere. In un mondo dove gli esseri viventi sono ormai in via d’estinzione, Susan, una ricercatrice scientifica, (Eva Green) e Michael, uno chef, (Ewan McGregor) si innamorano. L’umanità è colpita da un’epidemia che porterà progressivamente alla perdita dei cinque sensi. I due vivranno una storia d’amore profonda e intensa basata sulla scoperta dell’altro e di sé stessi, nonostante il mondo sembri non provare nessun sentimento.

Perfect Sense è un film che emoziona e fa riflettere. E’ interessante notare come l’amore tra i due protagonisti cresca sempre di più, quasi in contemporanea con l’aumento dell’epidemia che contagia tutti. La regia, che alterna scene tra i due a quelle che mostrano la perdita dei sensi nel mondo, riesce perfettamente nell’intento di trasmettere quel senso di intimità, complicità e armonia che si viene a creare tra gli amanti. La scena finale, accompagna dalle note di Max Richter, riesce a racchiudere tutta l’essenza del film e sembra dare un messaggio di speranza.

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The Impossible (2012)

L’opera di Juan Antonio Bayona non può che definirsi un dramma nel vero senso del termine. Tratto da una storia vera, il film si centra su Maria (Naomi Watts), Henry (Ewan McGregor) e i loro tre figli. La famiglia arriva in Thailandia nel dicembre del 2004 per trascorrere le vacanze di Natale nella meravigliosa isola tropicale, ma il 26 dicembre uno tsunami si eleva dal mare e distrugge edifici e persone. I membri della famiglia, ormai dispersi, faranno di tutto per ricongiungersi, entrando in contatto con la popolazione del luogo che gli insegnerà cosa significa non arrendersi mai.

Bayona riprende la storia della famiglia spagnola in maniera esemplare mettendo in risalto i sentimenti e l’umanità delle persone in momenti così tragici. La ricostruzione del paesaggio, ormai inesistente, immerso nelle acqua torride è veramente imponente e spettacolare. Una enorme parentesi va aperta per gli attori: un emozionante Ewan McGregor, una Naomi Watts superlativa e un giovane Tom Holland impeccabile.

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Lei (2013)

Her è sicuramente una delle storie d’amore portate sullo schermo più controverse e originali degli ultimi anni. Il film si incentra sulla vita di Theodore (Joaquin Phoenix), un uomo solitario dal cuore spezzato, che si guadagna da vivere scrivendo lettere “personali” mettendosi nei panni di altri individui. Quando prende la decisione di comprare un sistema informatico di nuova generazione, creato per soddisfare le esigenze dell’utente, la sua vita cambia radicalmente; il protagonista viene catapultato in un vortice di emozioni che lo porteranno a innamorarsi di Samantha, che ha la voce di Scarlett Johansson, e a dubitare di sé stesso.

Spike Jonze descrive una società dipendente dalla tecnologia, in cui la gente non riesce ad esprimere i propri sentimenti arrivando al punto di metterli in mano a persone estranee, una società dove non si scrive più né con carta e penna né con il computer ma si parla direttamente con il dispositivo, dove ci si rifugia nel mondo irreale per paura di venire feriti nel mondo reale. Ma la cosa che più sorprende del film di Jonze è il fatto che più la pellicola avanza e più ci si dimentica che, in realtà, la voce di Scarlett Johansonn non si ricollega a una persona in carne ed ossa. Eppure la relazione tra i due è così reale e intensa che, nonostante Samantha sia invisibile, sembra materializzarsi, per certi versi, accanto a Theodore. Insomma, non è un una storia sulla tecnologia, ma una vera e propria storia d’amore. La leggerezza con cui viene trattato questo argomento toglie al film ogni rischio di ricadute nel banale, merito, per la maggior parte, della sceneggiatura, firmata dallo stesso regista, che gli è valsa l’ Oscar.

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Boyhood (2014)

Boyhood è un film indipendente diretto da Richard Linklater. Racconta la storia di un bambino, Mason, dall’età dei 6 ai 19 anni ed il rapporto con il divorzio dei genitori e i più duri cambiamenti della sua vita. Dall’ingresso al college, ai diversi matrimoni della madre, il rapporto conflittuale con la sorella e la nuova relazione del padre. La particolarità del film sta nel fatto che Linklater riprende la vita di Mason dall’età reale dell’attore, ovvero iniziò a girare il film nel 2002 e una volta l’anno fino al 2013 radunò ogni volta l’intero cast per continuare a girare. Dando così un aspetto più che di realtà e veridicità all’intero film.  Per questo suo aspetto il film ha ricevuto grandi ovazioni da critica e pubblico definendolo uno dei migliori film del regista.

L’elemento del tempo per il regista Linklater è un punto ferma nel suo cinema. Infatti, come anche nella trilogia del tramonto che vennero rispetti gli stessi anni di distanza nella realtà e nel film; anche in Boyhood è presente e ne diviene il perno di tutto il film. Per questo suo essere girato nell’arco di 11 anni, Boyhood ha il primato di essere il film per il quale si impiegò più tempo. Fu candidato a diversi premi Oscar, tra cui Miglior film, regia e attore non protagonista, vincendo solo quello per la Miglior attrice non protagonista andato a Patricia Arquette.

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Mommy (2014)

Xavier Dolan dirige un dei film drammatici migliori degli ultimi anni. Mommy parla di una donna, Diane, mamma single con un figlio carico affetto da disturbi mentali che lo fanno entrare ed uscire spesso da istituti di riabilitazione. Nella loro vita appare Kyle, una nuova vicina balbuziente e remissiva che instaura un legame particolare con la famiglia. La particolarità del film sta nel suo formato, precisamente un 4:3. Un formato inusuale che prevede un’inquadratura con una sola persona. Il formato così ristretto fa pensare ad una gabbia che intrappola una madre ed un figlio condannati all’infelicità. Dopo un inizio al limite del divertimento, fotogrammo dopo fotogrammo si passa ad un livello di compassione che diviene poi un inferno. Il film pare una trappola per i protagonisti che non vi riescono ad uscire, come rinchiusi in un loop eterno.

Mommy ha ricevuto critiche positive sia sul comprato tecnico che su quello narrativo da parte di critica e pubblico. In particolare, ne elogiano l’aspetto tecnico del formato 4:3, un formato innovativo estremamente significativo per la comprensione del film. Esso infatti provoca un disagio ed un’infelicità non solo nei protagonisti ma anche nello spettatore che lo guarda. Un film da vedere assolutamente.

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Interstellar (2014)

L’epopea spaziale di Cristopher Nolan, un dramma cosmico che ancora oggi divide i cinefili su chi lo considera un capolavoro e chi un film pieno di difetti. Ciò che è certo, è che un prodotto che spinge lo spettatore alla riflessione e a diverse domande esistenziali. Il dramma qui è in veste familiare, e riguarda quello di un padre e una figlia, divisi nel tempo, in realtà diverse, che si lambiscono ma mai abbastanza. Lacrima assicurata e tanta, tanta, fascinazione.

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Non essere cattivo (2015)

Probabilmente uno dei film italiani migliori degli ultimi anni. In una Ostia del 1995, Vittorio (Alessandro Borghi) e Cesare (Luca Marinelli) sono amici da una vita e sono inseparabili. I due, però, non riescono a rinunciare alla droga, al fumo, allo spaccio. In seguito a delle allucinazioni avute durante una delle solite serate, Vittorio decide di cambiare vita conoscendo Linda (Roberta Mattei), trovando lavoro come operaio e cercando di mettere la testa a posto. Cesare, invece, non riesce a dire addio agli sfrenati eccessi della vita che ha sempre conosciuto.

L’ultima opera di Claudio Caligari, che chiude la trilogia del regista e segna la fine dell’era cosiddetta “pasoliniana”, riprende, per molti versi, Amore tossico, ad iniziare dalla prima scena che è pressoché uguale nei due film. Caligari riesce a presentare, in maniera profonda e sincera, una realtà sempre attuale e che fa preoccupare.  La semplicità, chiarezza ma, ancora di più, l’autenticità dei dialoghi contribuiscono a rendere il film crudo ma vero. Una parola va spesa anche per le interpretazioni di Borghi e Marinelli che donano ai personaggi l’umanità che necessitano.

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Animali notturni (2016)

Il film di Tom Ford, probabilmente, è un film a metà tra il drammatico e il thriller, ma, di sicuro, non può mancare nella nostra lista. Susan (Amy Adams) è una gallerista e vive la sua vita monotona con il marito a Los Angeles. Un giorno riceve un romanzo intitolato Animali notturni scritto da Edward Sheffield (Jake Gyllenhaal), l’ex marito. Susan inizia a leggere il manoscritto che ha come protagonista un certo Tony Hastings e più procede con la lettura più ritrova nel romanzo elementi o situazioni che sente appartenerle e che la portano a ripensare alla sua storia con Edward.

Tom Ford torna, nel 2016, a firmare la sua seconda opera. Le atmosfere cupe, grigie e malinconiche apportano quell’aura di drammaticità che contribuisce a rendere efficace un film che, già con la splendida sceneggiatura, non poteva che raggiungere il successo meritato. Il senso di inquietudine e angoscia che accompagna lo spettatore, durante tutta la pellicola, è costruito in maniera perfetta attraverso un susseguirsi di sequenze che alternano momenti della lettura del romanzo, ricordi passati tra Susan ed Edward e episodi descritti nel manoscritto. L’interpretazione di Michael Shannon Aaron Taylor-Johnson non fanno che completare un quadro già di per sé elegante ma crudele e devastante.

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Manchester by the sea (2016)

Sicuramente uno dei drammi con la “d” maiuscola più belli degli ultimi anni. Lee Chandler (Casey Affleck) è un uomo piuttosto solitario e riservato che lavora come tuttofare in un edificio a Boston. In seguito all’improvvisa morte del fratello (Kyle Chandler), Lee viene nominato tutore legale del nipote, Patrick (Lucas Hodges). La convivenza con il nipote lo riporterà a Manchester dove torneranno a galla ricordi ed eventi passati che lo porteranno a ripensare alla sua vita.

Il film di Kenneth Lonergan è un vero e proprio pugno nello stomaco. Senza grandi pretese, il regista e sceneggiatore statunitense mette in scena un dramma familiare che commuove per la fragilità che emerge nei protagonisti della storia. Casey Affleck offre una delle migliori interpretazioni, probabilmente la migliore, della sua carriera che gli vale l’Oscar per il Miglior attore protagonista. Manchester by the sea è un film che tocca il cuore dello spettatore perché spoglia l’essere umano e lo mostra per la sua vera natura.

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Io prima di te (2016)

Risate e lacrime. Tante. Sì perché Io prima di te a dispetto del genere di appartenenza (dramma sentimentale) strappa fragorose risate, ben più di quei film che si professano come “commedie”. Certo, fino a quando il dramma non prende il sopravvento nel terzo atto del film rientrando in pieno nella categoria dei film drammatici.
La trama non è originalissima, c’è una ragazza che si innamora di un uomo diventato tetraplegico e che, vittima della sua condizione, desidera morire.
Ma a dispetto dell’oleografia, risulta un film convincente che sa toccare con una grande tenerezza le corde dell’emozione. Una storia che costringe a porsi delle domande, a riflettere su tutto ciò che abbiamo e che troppo spesso diamo per scontato. Consigliato agli idealisti, agli inguaribili sognatori e a chi non vuole saperne di arrendersi.

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Silence (2016)

Nel film di Martin Scorsese si narrano le drammatiche vicende di due padri gesuiti portoghesi partiti per il Giappone con l’intento di ricercare il loro mentore, Padre Ferreira. Durante il loro viaggio, verranno a conoscenza delle tremende persecuzioni che lo shogunato applicava ai danni dei credenti cristiani.
La pellicola ci descrive come l’umanità abbi sempre cercato conforto nella fede, mezzo d’illusione e al contempo di speranza, verso le stringenti inquietudini esistenziali. Inquietudini che, probabilmente, avranno fatto breccia nello Scorsese cineasta che ha ben pensato di raccontarle in un film con la maestria artistica e la sensibilità di chi si avvicina ad una maturità significativa.

Un film che palesa con una forza empatica travolgente tali dilemmi: dove può spingersi la fede in Dio? Fino a quanto l’uomo è disposto a sopportare il silenzio, l’intangibilità, di una divinità che sembra sorda come non mai alle nostre invocazioni? E queste domande sono gettate fotogramma dopo fotogramma in faccia al pubblico con una violenza tale da far vacillare anche gli atei più convinti.
E’ anche un film sulla tortura: quella spirituale dei due protagonisti (Andrew Garfield e Adam Driver), quella carnale dei personaggi secondari, entrambe rappresentate magnificamente dal regista che riesce addirittura a rendere più insopportabile la prima rispetto alla seconda.

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