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Mindhunter: la recensione della serie targata Netflix

Netflix, di nuovo, coglie nel centro. Con 10 episodi e la produzione esecutiva affidata al celebre regista David Fincher, Mindhuter non delude le aspettative. La serie televisiva targata Netflix, anzi, si impone come un prodotto di qualità, tra una regia impeccabile e una storia coinvolgete. Ecco la nostra recensione!

 

Mindhunter: un viaggio nella mente dei serial killer nella nuova serie targata Netflix

Mindhunter

Sinonimo di qualità, David Fincher ha confermato la sua reputazione di grande cineasta anche mettendosi alla prova con una produzione televisiva. È il caso di Mindhunter, serie TV prodotta da Netflix che vede il regista di film come Seven e Fight Club, oltre che nel ruolo di film director per quattro dei 10 episodi, anche in quello di produttore esecutivo. Lontano dalla regia dal 2014, quando uscì nelle sale l’apprezzatissimo L’amore bugiardo – Gone Girl, con protagonisti Ben Affleck
e Rosamund Pike, il vincitore del Golden Globe del 2011 per The Social Network si è buttato in un nuovo progetto, non deludendo le aspettative del pubblico.

Con una regia curata nel dettaglio – non solo per gli episodi diretti da David Fincher, ma per tutta la prima stagione – Mindhunter è sicuramente uno dei migliori, se non il migliore, prodotto televisivo dell’anno.

Sfruttando come soggetto il romanzo Mind Hunter: Inside The FBI’s Elite Serial Crime Unit, scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas, la storia si apre nel 1977. L’FBI, istituita nel 1908, si trova a contatto con una svolta che risulterà epocale. Da sempre abituata a indagare su crimini efferati, passionali, o comunque che avevano alla base delle motivazioni apparentemente logiche, si ritrova ora a esplorare una nuova concezione della criminalità. Una concezione in cui non tutto può risultare o bianco o nero, ma che invece coinvolge un’infinita scala di grigi. Individuare questi ultimi, diventa l’obiettivo primario di due agenti dell’FBI della sezione scienze comportamentali, il giovane Holden Ford, interpretato da Jonathan Groff, e il veterano Bill Tench, interpretato da Holt McCallany. Al loro fianco, la dottoressa Wendy Carr, il cui volto è quello di Anna Torv.

Mindhunter: una scala di grigi come sinonimo della mente umana

In un progredire cadenzato di indagini, interviste e ipotesi, i protagonisti di Mindhunter arrivano a definire le prime linee guida per la concezione di un nuovo tipo di criminale. Non un pazzo, guidato da un istinto immotivato; non un folle il cui unico desiderio è quello di uccidere. Ma una mente deviata, un individuo pilotato da meccanismi intricati all’interno del proprio cervello che, dal suo punto di vista, sembrano essere del tutto logici. Un nuovo tipo di assassino viene identificato: il serial killer.

Esplorando per la prima volta un approccio psicologico applicato alla criminologia, Mindhunter si rivela essere una serie televisiva ricca di contenuti. Se sono i colpi di scena che cercate, scene di azione o da cardiopalma, sicuramente avete sbagliato
prodotto. Se invece quello che vi interessa è un’analisi approfondita, lo studio di un metodo e i suoi riscontri effettivi sul campo, Mindhunter si rivelerà una piacevole visione. Le brillanti performance dei suoi protagonisti, inoltre, rendono il nuovo show targato Netflix e ideato da Joe Penhall una serie televisiva di qualità.

Mindhunter: l’evoluzione del protagonista

Ottima l’interpretazione di Holt McCallany, di recente al cinema con La fratellanza, così come quella di Anna Torv nota per aver interpretato l’agente dell’FBI Olivia Dunham in Fringe. Ma a spiccare, in particolare, è la performance del vero protagonista di Mindhunter, il trentaduenne Jonathan Groff, già visto nelle serie televisive Glee e Looking, oltre che nell’apprezzato film per la televisione The Normal Heart, diretto da Ryan Murphy.
Il personaggio interpretato da Groff, l’agente dell’FBI Holden Ford, è la vera rivelazione della serie Netflix.

Presentandosi come un giovane pronto a mettersi in discussione, a sfidare il sistema, Holden inizia un percorso quasi perverso. Dapprima distaccato nelle prime interviste ai vari criminali interrogati – le cui testimonianze saranno fondamentali per costruire per la prima volta nuovi profili in cui inserire le varie personalità criminali, secondo alcuni tratti distintivi –, Holden svilupperà mano a mano un approccio sempre più diretto, fino a immedesimarsi in maniera empatica con i diversi assassini che appaiono in Mindhunter. Ovviamente non si tratta di una immedesimazione totale, ma in una profonda empatia, che spingerà il protagonista della serie Netflix e i suoi colleghi a sviluppare una nuova concezione delle menti deviate. E se queste non fossero nate tali? Se la devianza si fosse rivelata in seguito a delle esperienze traumatiche? E se, soprattutto, fosse della società malata la colpa di tali anormalità?

Mindhunter: le domande che torneranno nella seconda stagione

Tante le domande che si susseguono in Mindhunter, e altrettante quelle che rimangono insolute. Certo, si arriva a sviluppare un primo studio sulla mentalità criminale, diviso per categorie e suddiviso in base a delle costanti nel modus operandi dei vari imputati, ma la risposta alle questioni più insidiose rimane parziale. Questo perché la serie Netflix non intende risolvere in una sola stagione uno studio che ha tenuto impegnato l’FBI per anni; e, soprattutto, non intende chiudere la questione dopo una sola stagione. Mindhunter difatti è stata inoltre già confermata per una seconda stagione; il secondo capitolo della serie prodotta da David Fincher si soffermerà sui cosiddetti Atlanta child murders. Continuerà, in questo modo, la strada già imboccata nella prima, brillante stagione.

 

Mindhunter: una serie televisiva di livello cinematografico

Mindhunter recensione

Ma cosa rende Mindhunter un prodotto assolutamente da non perdere? Per quanto riguarda la componente narrativa abbiamo speso anche fin troppe parole. La storia è avvincente; non è ricca di cliffhanger, o di colpi di scena; ma si sviluppa in maniera
progressiva, senza buchi di trama e tenendo lo spettatore incollato allo schermo. Una sceneggiatura dunque sicuramente ben scritta, e perfettamente dilazionata nell’arco dei dieci episodi che compongono la serie.
Allo stesso tempo, un giudizio positivo si è speso per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi; e, insieme ad essi, all’ottima performance dei loro interpreti.
Da sottolineare è sicuramente poi lo stile registico, che non risulta essere affatto banale; questo, infatti, si sviluppa senza risultare prolisso o noioso, esaltando la storia. Quest’ultima difatti viene risaltata da inquadrature e primi piani ben gestiti, che garantiscono una maggiore analisi psicologica degli interpreti.

Un giudizio complessivamente positivo è quindi inevitabile; tra personalità accattivanti – oltre quelle già citate, menzione particolare per i personaggi dei vari serial killer che appaiono uno dopo l’altro nella serie –, e un’ottima costruzione narrativa, Mindhunter si conferma come una serie televisiva di indubbia qualità, arrivando a reggere il confronto con produzioni già affermate. E spianando, la contempo, la strada a nuove serie sempre più improntate su uno stile quasi cinematografico.

Mindhunter: la recensione della serie targata Netflix

Rating - 8.5

8.5

The Good

  • Ottima regia
  • Interpretazione degli attori convincente
  • Caratterizzazione dei personaggi ben gestita
  • Trama interessante e appassionante

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