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Mine: il cinema italiano fa un passo avanti con un film/metafora

MINE: un soldato,una missione fallita, il deserto, una mina sotto i piedi e i demoni interiori che lo divorano. Ci sarebbe molto da dire e anche molto poco sulla trama di questa pellicola. Uscito nelle sale il 6 ottobre 2016 in anteprima nazionale, il film  si è già fatto notare al box office. Mine, con circa 600 milioni in queste due settimane ha già ripagato ampiamente le spese di produzione.

Questo genere di pellicola ,sicuramente molto più trattato ad Hollywood, è per lo più sconosciuto al cinema italiano.

Armie Hammer

Apparentemente vediamo l’impostazione di un film all’americana, di genere war movie o triller, prodotto anche dagli USA.  Una nota di merito va all’ attore protagonista che regge sulle sue spalle 1 ora e 46 minuti di lungometraggio. L’affascinante Armie Hammer (The social network, Operazione U.N.C.L.E, The Lone Ranger) si mette in gioco e riesce a trasmettere tutta la tensione necessaria con una notevolissima performance.

 

Di fatto Mine è stato ideato, scritto, diretto dalle menti fresce dei due talentuosi registi milanesi Fabio Guaglione e Fabio Resinaro che si firmano con Fabio&Fabio nei titoli iniziali.

Fabio Guaglione e Fabio Resinaro
Fabio Guaglione e Fabio Resinaro

Se pensiamo all’idea di un solo attore per un’ora e mezza di film, pochi metri quadri di deserto e l’impossibilità di muoversi, non molti andrebbero a vedere sul grande schermo pellicole del genere. Infatti Mine per necessità di trama si presenta come un film statico. In realtà ciò che vediamo non è solo un uomo immobile per 2 giorni. Quei pochi metri quadrati di deserto e una mina non attirano uno spettatore in primis, ma ci riescono quando diventano la cornice e la metafora del soldato Mike Stevens. Egli si è bloccato in più momenti, per quanto riguarda la sua vita familiare, la storia con il padre, la sua attuale ragazza, inizia perciò a spogliarsi gradualmente. Dopo aver perso il suo migliore amico, incontra un berbero, un vero uomo libero, quello che Mike non è riuscito ad essere per tutta la vita. Schiaccito dal dolore, dai rimpianti, dai ricordi scappa in Afghanistan. Non a caso è un soldato, non vuole capire più se stesso, non vuole affrontare i suoi veri nemici, perchè fino ad allora non ci riesce. Il berbero riesce ad essere per lui una sorta di guida spirituale.

mine-cover

Tale personaggio risulta essere perfetto per fare di questo film una totale metafora. Manda un messaggio semplice, nel modo più complesso che ci sia, ma è comunque un messaggio semplice e diretto. Questa in conclusione non è una pellicola statica, ma molto dinamica. E’ un film che incita all’andare avanti, anche di un solo passo, anche verso una strada apparentemente sbagliata, perchè anche essa può condurre a casa. Inaspettatamente questa pellicola può essere letta anche come metafora del cinema italiano. Forse arrivato al punto di superare i suoi stereotipi da cinepanettone, liberarsi dalle sovrastrutture e dal preconcetto che la cinematografia italiana non abbia nulla da dire. Ecco appunto come un piccolo passo per il cinema mondiale diventa un balzo enorme per il cinema italiano.

 

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