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Operation Finale: recensione del film con Ben Kingsley

Ecco la nostra opinione su Operation Finale, film basato su eventi realmente accaduti

Operation Finale recensione. Diretto da Chris Weitz, regista di About a Boy e New Moon, il film è uscito nelle sale cinematografiche americane il 29 agosto 2018, ma è arrivato al pubblico italiano solo grazie alla piattaforma Netflix.  Nonostante la varietà di generi cinematografici affrontati dal regista, Weitz questa volta punta ad un thriller drammatico, che ripercorre l’operazione ideata per catturare il cosiddetto “architetto della soluzione finale” Adolf Eichmann, considerato criminale di guerra. Tra i maggiori interpreti troviamo il vincitore di un premio Oscar sir Ben Kinsley, nei panni del tedesco Eichmann; Oscar Isaac interpreta l’agente segreto Peter Malkin ed infine, Mélanie Laurent nel ruolo dell’infermiera ebrea Hannah.

La pellicola è basata su fatti realmente accaduti e principalmente prende spunto dal libro testimonianza scritto da Malkin “Nelle mie mani”, in cui l’agente racconta in prima persona il rapporto avuto con Eichmann durante il periodo di prigionia. Operation Finale non rappresenta un film di genere documentaristico poiché il regista non inscena una veritiera trasposizione del romanzo, ma ne prende liberamente spunto per poter poi strutturare una storia funzionale al contesto cinematografico.

Operation Finale: recensione

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la definitiva sconfitta della Germania, molti degli ufficiali, funzionari, medici che erano fedeli all’ideologia nazista e a al governo di Hitler vennero catturati e processati nel famoso Processo di Norimberga, in cui molti nazisti furono accusati di aver commesso crimini contro l’umanità e vennero quindi considerati criminali di guerra.  Ma non tutti i nazisti coinvolti nella guerra hanno subito immediatamente il processo. Adolf Eichmann (e Joseph Mengele) riuscì a fuggire, facendo perdere le sue tracce.

La pellicola però è ambientata nell’Argentina indipendente degli anni Sessanta, periodo in cui il sentimento xenofobo e nazista era ancora fortemente presente. Ed è proprio qui che il nazista Adolf Eichmann si è rifugiato sotto falso nome, per sfuggire al processo. La sua vera identità però sarà ben presto rivelata da Klaus, figlio di Eichmann, il quale parla dello “zio” alla famiglia della ragazza. La comunicazione del ritrovamento del criminale di guerra Eichmann, viene subito riferita alla Mossad, agenzia di servizi segreti israeliani, la quale idea un piano per rapirlo e portarlo a Gerusalemme. Una cellula di agenti segreti, tra cui Peter Malkin, vola così a Buenos Aires per attuare l’operazione.

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Operation Finale: la rappresentazione del dolore

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Hitler ed il regime nazista furono diretti responsabili dello sterminio degli ebrei, considerati un male per il popolo tedesco e parassiti avidi di soldi. Sei milioni ne furono usccisi, torturati e massacrati nei campi di concentramento per preservare quella che i nazisti definivano la razza pura, ovvero quella ariana. Molti furono gli ebrei che rimasero senza famiglia, senza casa, privati di tutto ciò che possedevano. La loro identità fu cancellata e rinominata attraverso un numero quasi di serie inciso sul braccio. Nonostante il male e il dolore subito, il popolo ebreo ha sempre avuto il coraggio di ricordare ciò che fu, per far sì che l’umanità non dimenticasse la brutalità che infetta il mondo.

Operation Finale, a differenza di molti film che trattano la Shoah e il nazismo, non ha lo scopo di rappresentare sullo schermo il dolore nella sua forma più estrema e profonda. Ciò che lo spettatore recepisce è un dolore sommesso e superficiale, che funge da facciata ad un sentimento più potente, ormai radicato nell’anima. Ciò che il popolo ebreo desidera è giustizia verso coloro che sono morti senza una logica ragione. Tutti i responsabili del genocidio devono essere giudicati sui fatti e le prove concrete delle spregevoli azioni compiute. Adolf Eichmann (insieme a Mengele che non è mai stato catturato e processato) rappresentava l’ultimo tassello da aggiungere per porre una metaforica fine al dolore provato e poter andare avanti.

Così come molti, anche Peter Malkin, agente segreto, è tormentato dal ricordo di una persona a lui cara, morta a causa dei nazisti. Tutto ciò che fa e che vede, lo riconduce al suo volto e a quelli che furono gli ultimi istanti della sua vita. Attraverso questi flashback, il regista vuole mostrare visivamente la forma del male tramite colori freddi ed un silenzio disarmante, interrotto soltanto dai colpi dei fucili. La pellicola quindi non scava a fondo le ragioni del dolore causati dalla guerra, ma inserisce tale condizione umana in determinate scene e momenti in cui diventa elemento cruciale al fine della narrazione.

Il dolore quindi non è direttamente manifesto all’interno della storia. Esso è veicolato dalle espressioni e dai gesti di coloro che hanno perso i propri cari. Nel momento in cui gli agenti della Mossad rapiscono Eichmann si può intravedere nei loro occhi e nel modo in cui lo guardano, il dolore per ciò che hanno passato. E’ un dolore silenzioso che accompagna l’uomo ed è indelebile nella sua anima. Solo con una simbolica giustizia Peter, come altri, si svincolerà da quel dolore e acquisirà il coraggio di poter andare avanti.

Operation Finale: Eichmann e la natura del male

Il fulcro sul quale si concentra la storia però è il rapporto instaurato tra Adolf Eichmann e la sua “guardia carceraria” Peter Malkin. Sebbene il gerarca nazista fosse considerato da tutti il mostro responsabile dello sterminio ebreo, Malkn intravede in lui dell’umanità e decide di entrare più in confidenza con lui. Dalle battute scambiate tra i due, si può delineare la figura di un uomo mediocre, il quale eseguiva inconsapevolmente gli ordini militari. Ed è qui che entra in gioco quello che la filosofa Hannah Arendt definì come la banalità del male. Hannah assistette al processo contro Eichmann e riportò le sue considerazioni e i suoi pensieri su un diario che si trasformò presto in libro.

Con il termine banalità del male, Arendt vuole dimostrare come Eichmann non fosse realmente un mostro di malvagità. Egli era semplicemente una persona inetta in grado di obbedire meccanicamente a tutto ciò che gli chiedevano di fare. La banalità si trova proprio nella concezione che il male non fosse radicato in Eichmann in quanto essere crudele, ma che derivasse da una persona normale. Nonostante tutto egli era inconsapevole delle sue azioni perché circondato da un ambiente in cui tali azioni erano considerate giuste. La differenza tra realtà e finzione allora non sussiste. Con queste affermazioni però Arendt non vuole assolutamente minimizzare il genocidio e trovare una scusa per ciò che Adolf Eichmann ha commesso.

Ciò che davvero sorprende è come la vera natura di alcuni nazisti non fosse realmente sadica, ma brutalmente ordinaria. Tale pensiero induce ad una riflessione profonda e morale, che porta allo spettatore a domandarsi: “cosa avrei fatto io al suo posto in quelle circostanze?”

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Operation Finale: recensione – Conclusioni

Con Operation Finale, Chris Weitz porta sullo schermo un film differente dal filone di pellicole sul nazismo e la Seconda Guerra Mondiale. Sebbene la storia abbia un’impronta fortemente documentaristica, in quanto riporta l’operazione di rapimento del nazista Eichmann, il regista ha voluto rappresentare la narrazione tramite un film di genere. Come si può capire dalla “sigla” e dalla melodia della parte iniziale, Operation Finale si può definire a tutti gli effetti un film di spionaggio. La struttura narrativa infatti ricalca fedelmente le dinamiche ed i meccanismi che caratterizzano una pellicola di tale genere. Proprio per questo motivo, il regista non è in grado di trasmettere qualcosa in più rispetto ad altri film di spionaggio.

Detto ciò, la pellicola riesce comunque a tenere un alto livello di tensione per tutta la durata, senza mai scemare. Ma ciò che realmente lo eleva sono le interpretazioni dei protagonisti. Ben Kingsley riesce egregiamente a rappresentare la definizione di banalità del male. Agli occhi dello spettatore infatti l’attore non trasmette cattiveria e malvagità, ma una disturbante normalità, nella quale chiunque si può immedesimare. Nonostante la grande importanza che si attribuisce a questo personaggio nella storia, Kingsley è riuscito nell’intento di sminuirlo e di interpretare semplicemente una persona qualunque.

Operation Finale, sebbene mosso dal nobile intento di indagare la natura del male, non conquista totalmente. Non riesce mai ad andare più in profondità, lasciando i sentimenti in superficie. Inoltre il regista non è stato in grado di distinguere la pellicola dal resto dei film di questo filone. Un film che tiene costantemente col fiato sospeso, ma non riesce ad andare oltre.

Operation Finale

Voto Criteria - 5.6

5.6

Lati positivi

  • Interpretazione di Ben Kingsley
  • Il film ti fa restare per tutto il tempo con il fiato sospeso

Lati negativi

  • Struttura narrativa mediocre
  • Poca profondità nel trattare certi argomenti

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