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Recensione Fino all’osso (To the bone): il coraggio di cambiare

Recensione Fino all’osso (To the bone): il nuovo film sull’anoressia con Lily Collins e Keanu Reeves, presente da qualche giorno su Netflix.

La scorsa settimana, per la precisione il 14 Luglio, il catalogo Netflix si è arricchito con una nuova produzione originale. Si tratta del film Fino all’osso (To the bone) diretto da Marti Noxon. Dopo le critiche di Cannes e gli ultimi esperimenti di War Machine e Okja, non proprio apprezzati sia dal pubblico che dalla critica, Netflix sarà riuscito a mettere d’accordo tutti? A giudicare dalle prime impressioni, proprio no. Tra chi l’accusa di aver trattato il tema superficialmente per paura e chi invece paventa i consueti tentativi di emulazione, Netflix continua imperterrita sulla sua coraggiosa strada: sparare tutte le cartucce nell’attesa di una legittimazione cinematografica che probabilmente non avverrà mai. Ma in fin dei conti, questo Fino all’osso, è o meno un buon film? Vale la pena vederlo?

recensione to the boneFare un film su una problematica come l’anoressia rappresenta un rischio in partenza: la possibilità di cadere in tipici patetismi hollywoodiani è dietro l’angolo, come anche quella di divenire la rappresentazione del più becero cinema terapeutico. Sarà anche per questo che di tentativi cinematografici di questo tipo, e di questa portata, se ne contano ben pochi. Se poi ci aggiungiamo che sia la regista, Marti Noxon, che l’attrice protagonista, Lily Collins, hanno in passato sofferto il problema, i precedentemente detti rischi sono almeno decuplicati.
Ed è per questo che quando Ellen (Lily Collins), giovane ragazza con gravi problemi d’anoressia, viene inviata dalla sua atipica famigliola in un’atipica casa famiglia guidato dall’atipico Dr. William Beckham (Keanu Reeves), la paura fa 90 e si ha la tentazione di spegnere tutto per godere almeno del beneficio del dubbio.

Cionondimeno, superato il traumatico scoglio iniziale, il film ha qualcosa da dire…


Qualcosa da dire, certo, ma sicuramente non a livello registico. Al debutto alla regia Marti Noxon, precedentemente solo sceneggiatrice seriale, si limita a un compitino ben orchestrato fatto di campo/controcampo e inquadrature prospettiche; c’è anche da dire che il soggetto non fosse propenso a velleità autoriali, se non per l’onirica (e bruttina) sequenza finale. La sceneggiatura fatica a decollare collettivamente, tra personaggi secondari poco approfonditi e colpi di scena solo accennati. Probabilmente per scelta della stessa regista: a primeggiare deve essere la protagonista, con le sue paure, incertezze, fragilità. Quasi come a riaffermare che l’aiuto familiare interno o medico/paziente esterno siano sì importanti ma allo stesso tempo propedeutici a un cambiamento del proprio io non consequenziale, ma autonomo, fondamentale e necessario. In questo è fenomenale l’interpretazione di Lily Collins, stanca ma intensa, i cui occhioni basterebbero per comunicare da soli il paradossale peso della propria condizione.

Alcune soluzioni di sceneggiatura eccessivamente forzate fanno storcere il naso, come anche alcuni personaggi; il Dr. William Beckham (Keanu Reeves) è troppo assente, distante, sebbene questo sia coerente col suo stravagante approccio clinico-terapeutico. L’attenzione per il dettaglio è palese e la si può trovare nella carrellata di escamotage utilizzati dai pazienti per smaltire il cibo, nel loro atteggiamento schizzinoso mentre sono a tavola, negli stratagemmi utilizzati per tenere d’occhio l’obbiettivo (come racchiudere il braccio tra pollice e indice); ma non è neanche così pesante da assumere un taglio documentaristico, che, anzi, viene smorzato da buone dosi di black humour; la regista, inoltre, non smette mai di ricordarci, per bocca di personaggi secondari, quando questi atteggiamenti siano sbagliati. In tutto questo l’analisi della causa, spesso portatrice d’inopportuna drammatizzazione, viene giustamente lasciata sullo sfondo; è sulla soluzione, o sui suoi paventati tentativi, che bisognava soffermarsi con concretezza. Conclude la ciclicità di un finale intriso di coraggio e speranza che tuttavia risulta essere affrettato nei tempi e nei modi, per non dire sconclusionato.

Basta davvero toccare il fondo per risollevarsi?

TO THE BONE: PREGI E DIFETTI

Rating - 7

7

The Good

  • visione personale azzeccata
  • Lily Collins fenomenale
  • scene potenti ma non drammatizzate

The Bad

  • scivoloni e forzature varie
  • finale privo di mordente

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