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The forest of love: recensione dell’ultima fatica di Sion Sono

L'eclettico regista giapponese conquista Netflix con la sua cinematografia dirompente

È  successo davvero: Netflix ha deciso di distribuire l’ultimo film di Sion Sono. Prima di procedere con la recensione di The forest of love iniziamo facendo un paio di riflessioni. Si tratta di un accostamento quantomeno bizzarro se si pensa allo stile radicale del giapponese, che poco si presta al grande pubblico. Il regista nipponico ha però ultimamente dimostrato di poter lavorare anche al di fuori delle mura domestiche, come dimostra l’ottima miniserie su Amazon Prime VideoTokyo Vampire Hotel, e il suo prossimo esordio in lingua inglese con Nicolas Cage, Prisoners of the Ghostland.

Sion Sono soffre molto i paletti dategli dai produttori e le sue opere ne risentono fortemente, diventando meri echi dei suoi eccellenti lavori passati. Con un colosso come Netflix, che si rivolge alla fetta di pubblico più ampia possibile, il pericolo che lo stile di Sono sia filtrato dal politicamente corretto è elevato. La casa di distribuzione si dimostra però ancora una volta lungimirante, lasciando al visionario regista la libertà creativa che necessità. Ecco dunque che torna alla luce il vero Sion Sono, depurato di tutti i limiti che la modernità esige e spontaneo nello sfogarsi di tutto ciò che lo costringe.

Mitsuko (Eri Kamataki) è una giovane donna che, traumatizzata dalla morte della sua amata compagna di classe, vive segregata in casa con dei genitori molto severi. Sessualmente disorientata e mentalmente debole, la sua vita cambia completamente quando Taeko (Kyoko Hinami), sua ex compagna di classe, la invita ad andare avanti prendendo parte a un film. Un gruppo di giovani cineasti, capitanati dall’entusiasta Shin (Shinnosuke Mitsushima), vuole infatti sfondare nella settima arte. A loro si aggiungerà ben preso Joe Murata (Kippei Shiina), un carismatico sociopatico che riesce a manipolare le persone.

Indice

Uno straordinario biglietto da visitaThe forest of love recensione

The forest of love è la summa perfetta di tutti i lavori di Sion Sono. Una sorta di biglietto da visita che ci fa entrare a capofitto nella cinematografia estrema del cineasta nipponico. I riferimenti sono molteplici e se in teoria il sapore dovrebbe essere quello del “già visto”, all’atto pratico le citazioni autoreferenziali si mescolano alla perfezione dando una definizione stretta della poetica del regista. Sono trasforma la reiterazione dei suoi temi privilegiati in un punto di forza, confermandoli ed elevandoli.

Spunti vengono presi in prestito da Suicide Club, Why don’t you play in hell?, Antiporno e Cold fish. I punti cardine della cinematografia del regista vengono esaltati e omaggiati, stuzzicando i novizi e strizzando l’occhio ai più esperti. Ecco dunque che alla base della sceneggiatura c’è una storia vera che viene però abilmente mistificata e rimaneggiata. Assistiamo poi a un altro suicidio di massa, a un perverso sociopatico dotato di grande carisma, a un minuzioso occultamento di cadaveri, ad aspiranti registi e a perversioni sadomasochiste.

Oltre a queste scene ricorrenti Sono porta avanti anche la sua riflessione su diversi temi, spaziando fra arte, amore, morte, vita e cinema. La sua poetica si allinea facilmente a quella del connazionale Miike Takeshi, ma solo a un primo sguardo. Sebbene i temi trattai siano molto simili, Miike è molto più crudo nel presentare la sua critica, mentre Sono si aggira molto più a lungo nel sottotesto del film, esplorando ogni anfratto. Due stili simili ma non uguali per due personalità di spicco del cinema giapponese.

Solo una facciata – The forest of love recensioneThe forest of love recensione

Sion Sono realizza una critica spietata verso la società giapponese oltremodo buonista. Ancora una volta sposta a forza lo sguardo dello spettatore, costringendolo a guardare ciò che il Giappone non vuol far trapelare. L’idea di società perfetta che è ormai radicata nell’immaginario collettivo crolla velocemente se si guarda l’altro lato della medaglia. Joe Murata impersona perfettamente l’dea di società malata che Sono immagina. Kippei Shiina da vita a uno dei mostri più convincenti della cinematografia del regista: manipolatore, carismatico, malato e codardo.

Il regista si rivolge in particolar modo all’unità fondamentale della società: il nucleo familiare. Sono stringe l’obbiettivo sulla famiglia di Mitsuko e in particolare sui suoi genitori. Il padre, eccessivamente severo, ha tradito la madre e insegue solo il prestigio e il rispetto, senza badare alla felicità o al benessere della famiglia. Basti pensare che, in seguito a un tentato suicidio della figlia, chiama l’ambulanza a sirene spente per non essere disonorato dall’hikikomori che è ormai sua figlia.

La madre, dopo il tradimento del marito, si ravvede e inizia a trattare dignitosamente Mitsuko, preoccupandosi per lei e tentando di proteggerla. In questo quadretto si inserirà dunque Murata, che porterà la famiglia a non preoccuparsi degli altri godendosi invece la vita, chiaramente in chiave non esattamente moderata. Il finale riserva un interessante plot twist che fa riflettere anche su Murata stesso: forse neanche lui è in grado di non preoccuparsi totalmente degli altri. Forse liberarsi del tutto della maschera che ci opprime è impossibile.

Cinema è vita e vita è cinema – The forest of love recensioneThe forest of love recensione

Come spesso accade Sono riserva una parte importante al cinema stesso, che diviene tema portante. I giovani cineasti iniziano il loro viaggio armati di passione e ambizione: conoscono Shuji Terayama e puntano al Pia film festival. Come loro lungometraggio d’esordio intendono narrare le gesta di Joe Murata, fascinoso personaggio ricco di charme interpretato da Shin. Inizia qui il processo di identificazione fra cinema e vita che porterà a rendere entrambi gli aspetti indistinguibili l’uno dall’altro.

Shin sostiene che Murata sia il serial killer di cui parlano i notiziari perché interpretandolo lo ha percepito. Questo sottintende un collegamento importante fra attore e personaggio, creando il primo punto di congruenza. L’unione si rafforza quando le morti sul set diventano morti reali al fine di donare un realismo alla scena che altrimenti non sarebbe possibile. Jay, amico di Shin, accanito sostenitore dell’illegalità nei film si tira indietro quando questa si presenta nella realtà, mentre Shin non comprende più la differenza fra le due cose.

Sono imbocca Murata delle sue idee facendogli pronunciare “il cinema è emozioni“, come del resto la vita stessa. Spesso l’affabulatore finge di riprendere qualcosa che lo attrae e riesce a trasformare tutto ciò che lo circonda in un film, un microcosmo lontano dalla realtà sociale giapponese. Al termine della pellicola l’identificazione è ormai completa e persino lo spettatore fatica a orientarsi tra riprese, visioni e realtà.

Immagini crude – The forest of love recensioneThe forest of love recensione

Sion Sono non è di certo nuovo a immagini cruente e con The forest of love non osa come in passato, ma regala lo stesso alcune inquadrature davvero d’effetto. Il regista si affida per lo più al sadomasochismo dove, con l’aiuto di elettrostimolatori, Murata marca i suoi seguaci. È lui il centro nevralgico dei toni gore della pellicola: imprevedibile e teatrale, gioca sempre tra reale e irreale. Come Charles Manson, Murata attrae irrimediabilmente le donne, che passano dall’essere sue amate all’essere suoi strumenti.

A differenza del suo precursore però Murata esercita il suo carisma anche sul genere maschile, facendo leva sugli aspetti più oscuri dell’individuo per stabilire il proprio dominio. Il personaggio di Kippei Shiina è un predatore pericoloso, re incontrastato della pellicola. Le immagini forti si sprecano quando è necessario disfarsi dei corpi secondo il particolare metodo del sociopatico. Sôhei Tanikawa tinge la fotografia di rosso e il sangue come i cadaveri sono ricreati in modo davvero impeccabile.

Ciò che inquieta di più è però la disinvoltura con cui i personaggi, sotto l’influenza di Murata, eseguono le diverse fasi di smembramento con innata disinvoltura, quasi giocando. L’intento del regista non è ovviamente quello di spaventare o disgustare, quanto invece mostrare la naturale propensione dell’uomo verso il dolore. Che sia per traumi passati, per abusi ricevuti dai propri genitori o per stupide illusioni chiunque soffre, e Sono non dimentica mai di ricordarcelo.

Conclusioni – The forest of love recensioneThe forest of love recensione

Senza preamboli o spiegazioni Sono ci scaglia nella parte più oscura della sua mente, pronti o meno. Il giappone della baburu keiki è sicuramente terreno fertile per un truffatore come Murata, che si erge a colonna portante del film. La spirale nella quale lo spettatore viene trascinato è convincente e funziona, a patto che accedi le regole del regista. L’artista nipponico infatti non accetta compromessi e se si accetta di entrare nel suo mondo lo si deve fare totalmente, abbandonandosi alle sue convulse esagerazioni.

In linea con il suo stile, The forest of love è un film deliberatamente esagerato. Confuso e sfocato, non è un film per tutti e deve essere percepito per ciò che è. La confusione è sapientemente orchestrata e le luci danzano fra ricordi luminosi e un presente incerto, condizionato e folle. Si tratta di un’opera da vedere assolutamente per chi ama questo regista, ma anche per chi vuole affacciarsi a questa nuova (sur)realtà. È un film forte e che va preso di petto, ma che può aprire le porte per un pazzo microverso del cinema orientale.

The forest of love

Voto - 7.5

7.5

Lati positivi

  • Kippei Shiina è un Joe Murata memorabile, macchinatore e affabulatore
  • Fotografia di alto livello
  • Sion Sono è Sion Sono, esplosivo e travolgente

Lati negativi

  • Non presenta particolari novità rispetto ai lavori precedenti
  • Percepibile come confusionario ed eccessivamente prolisso

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