The Vince Staples Show: la recensione della miniserie Netflix

Arriva su Netflix la commedia surreale e semi-autobiografica del rapper e attore afroamericano Vince Staples. Tra ironia e qualche spunto di riflessione

Su Netfilix dal 15 febbraio è disponibile The Vince Staples Show, la miniserie creata e co-scritta dal rapper e attore afroamericano Vince Staples (Abbott Elementary, White Men Can’t Jump) assieme a Ian Edelman e Maurice Williams. Una sitcom surreale e irriverente che unisce la satira a spunti semi-autobiografici, mettendo al centro della sua narrazione ciò che significa essere nero (e famoso) nell’America di oggi, tra razzismo più o meno mascherato, ingiustizie del sistema e paradossi tutti interni alla comunità black.

Riprendendo l’idea dalla sua omonima webserie uscita su Youtube nel 2019, Vince Staples segue così la strada tracciata otto anni fa dalla seminale (e inarrivabile) Atlanta di Donald Glover, mettendosi al centro di una narrazione straniante e surreale capace di toccare – attraverso i registri del grottesco e della satira, con un occhio attento alla contemporaneità – i giusti tasti, senza sentire apparentemente il peso di ciò che l’ha preceduta.

Indice:

Trama – The Vince Staples Show recensione

Qualche giorno nella vita di Vince Staples, rapper nero piuttosto famoso di Long Beach. Una vita segnata da ingiustizie quotidiane (l’arresto per scambio di persona da parte di un gruppo di poliziotti in fissa con la sua musica), imprevisti assurdi (una rapina in banca per mano di suoi conoscenti dopo che gli è stato rifiutato un prestito), pranzi di famiglia finiti in rissa, vagabondaggi surreali dentro inquietanti luna park e vecchi compagni di scuola dal grilletto facile.

Ordinaria amministrazione, insomma, per Vince, desideroso solo di tornare al più presto a casa dalla fidanzata Deja (Andrea Ellsworth) liquidando la giornata con una scrollata di spalle. Ma non fatevi ingannare: tra detenuti con il pallino del canto, madri (una irrefrenabile Vanessa Bell Calloway) pronte a scatenare il finimondo per un piatto di maccheroni e amici dalla fedina penale non proprio irreprensibile, la vita nel quartiere non è così tranquilla come Vince vorrebbe (farci) credere.

The Vince Staples Show recensione

The Vince Staples Show. Motown Records

Un’eredità ingombrante

È impossibile approcciarsi a un prodotto come The Vince Staples Show senza confrontarsi con Atlanta. Perché la serie creata nel 2016 da Donal Glover, alias Childish Gambino, non era solo il primo (felice) tentativo di storytelling seriale da parte di un rapper, ma anche uno dei punti di svolta della serialità contemporanea, una narrazione politica, inventiva e “d’autore” che per la prima volta riusciva a mettere al centro del suo discorso la comunità black attraverso uno sguardo unico, dando vita a una riflessione sul significato di essere neri, oggi, negli Stati Uniti d’America.

Potrebbe essere visto allora come un ulteriore tassello di questa storia The Vince Staples Show. Una narrazione che (ri)mette in scena questioni e problematiche oramai balzate agli onori della cronaca attraverso un punto di vista differente. Uno sguardo surreale, ironico e a tratti interessante capace di unire in modo originale dimensione pubblica e privata, cronaca e satira.

The Vince Staples Show recensione

The Vince Staples Show. Motown Records

Tra citazionismo e senso dell’assurdo

È così che ognuno dei cinque, brevi episodi che compongono la serie finisce con l’affrontare aspetti e difficoltà tipici della comunità black di oggi, dal rapporto con la polizia al razzismo endemico della società, dalle idiosincrasie tutte interne alla comunità al rapporto col denaro e gli affetti. È qui che si colloca l’alter ego di Vince Staples, un personaggio che con lui condivide aspetto, nome e professione ma che si sposta all’interno di questo mondo folle e impazzito con la calma e l’indifferenza di un personaggio da commedia dell’assurdo, capace di attraversare, con la stessa, identica imperturbabilità, una rapina in banca e un pranzo di famiglia, una notte in cella e una sparatoria.

Sono proprio questi toni e questa cifra surreale, che a tratti guarda a Lynch e altre volte si perde in un citazionismo tanto gustoso quanto incontrollato (l’ultimo episodio e i suoi riferimenti a Kill Bill e Pulp Fiction), a permettere alla serie di distinguersi da quella di Glover, facendone qualcosa di più di una semplice e sbiadita imitazione.

The Vince Staples Show recensione

The Vince Staples Show. Motown Records

Uno sguardo frammentato ma peculiare

Certo, la portata teorica e la capacità di scrittura e messa in scena di Staples e compagni non eguagliano quella di Atlanta, tradendo forse persino una evidente programmaticità di fondo, un umorismo più “facile” e risaputo. Così come sicuramente non giova alla serie la natura frammentaria del progetto, un’attitudine che la fa sembrare spesso abbozzata o incompiuta, più interessante nelle sue trovate e nei suoi singoli frammenti piuttosto che nella somma delle sue parti.

Eppure la serie, portando a galla paradossi e automatismi di pensiero tipici della società americana contemporanea, riesce comunque a risultare fresca e interessante, garantendo più di uno spunto di riflessione e di una risata amara. Un prodotto forse più su misura del pubblico medio di Netflix di quanto vorrebbe far credere ma non per questo meno incisivo o interessante. Uno sguardo originale e particolare su una realtà ormai non più sotterranea ma ancora desiderosa di essere conosciuta e, soprattutto, raccontata.

The Vince Staples Show

Voto - 7

7

Lati positivi

  • Lo sguardo surreale di Staples permette alla serie di tornare su temi e situazioni risapute con piglio originale

Lati negativi

  • La narrazione pare spesso frammentaria e fin troppo episodica, dando alla serie un senso di incompiutezza

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