Curiosità

Il gobbo di Notre Dame: chi decide cos’è un mostro?

Un'analisi del film d'animazione Disney che parla della parte peggiore degli uomini ma anche di speranza

Le sue immagini forti, i temi cupi e il messaggio di tolleranza ne fanno un film per bambini più sofisticato della media. Queste le parole che la critica scelse nel 1996 per descrivere il film d’animazione Il Gobbo di Notre Dame. Candidato agli Oscar, il prodotto Disney (presente su Disney+), diretto da Gary Trousdale e Kirk Wise, si basa sul romanzo Notre-Dame de Paris di Victor Hugo. La trama parte da un gruppo di zingari che si è introdotto a Parigi illegalmente, ma che cade presto nell’imboscata del giudice Claude Frollo. Una zingara tiene in grembo un neonato deforme, e mentre tenta di fuggire da Frollo perde la vita. Il giudice sta per uccidere il bambino, ma l’arcidiacono di Notre Dame fa leva sui suoi doveri in quanto a figura pubblica. Frollo decide di risparmiarlo e allevarlo, nascosto dalle mura della chiesa.

Trascorrono vent’anni. Quasimodo è cresciuto ed è diventato il campanaro. Quando conosce la zingara Esmeralda, ne rimane incantato e diventa suo amico. Frollo però non approva che il ragazzo si mostri in città a causa della sua bruttezza, ed è determinato ad allontanarlo dalla donna, che vorrebbe possedere nonostante la sua posizione. Un film d’animazione “impegnato”, che parla di infanticidio, lussuria, dannazione, genocidio e peccato. Ma veniamo ora all’analisi de Il gobbo di Notre Dame.

Indice

La grandezza di Notre Dame – Il gobbo di Notre Dame

Sin da subito l’imponente Notre Dame si intravede tra un mosaico di case, viottoli e piazze gremite di gente. La cattedrale si staglia nel cielo mentre il suo silenzio e la capacità di essere “fuori dal mondo” la rendono il rifugio perfetto per chi fuori dal mondo lo è davvero: Quasimodo. Il quale si sente protetto da quelle vetrate perfette che lo osservano dall’alto; dalle campane che conosce come le sue tasche. Una cattedrale che accoglie solo i veri fedeli e sa ascoltare le preghiere dei più deboli; che risputa fuori, come una parte del corpo destinata ad andare in cancrena, il marcio. È quella la fine che fa Frollo, che Notre Dame non l’ha mai posseduta davvero. Il fuoco che fa scorrere a fiotti dalle vetrate e dai balconi è lava ardente che si ribella alla malvagità degli uomini.

Dimostra come si siano sbagliati quelli che hanno inteso la fede come scusa per fare i propri comodi o come rifugio per giustificarsi. Esmeralda mette piede nella cattedrale con soggezione e scetticismo: non ha mai pregato sul serio e non sa se serva. Tuttavia, chiede comunque pietà per gli emarginati, e nel farlo risulta più sincera di chi invece in Chiesa ci va tutti i giorni, con spirito ben diverso. Il gobbo di Notre Dame ci racconta un ambiente religioso fondamentale per la società e in grado di dare un’identità a chi lo frequenta, ma anche profondamente giusto e spietato nei confronti di chi se ne prende gioco. I cori sommessi che si diffondono nelle navate, i ceri che illuminano gli angoli più bui e la magnificenza dell’architettura sembrano volerci dire che, alla fine, il buono e il giusto vinceranno. Nonostante la nostra imperfezione.

Quasimodo: elogio alla diversità

Ma cos’hanno contro le persone che sono diverse, si può sapere?

Chi decide cos’è diverso? Sin dalla nascita, siamo abituati a riconoscere alcune cose come normali ed altre come extra-ordinarie. Ciò a cui riusciamo a dare una spiegazione ci rassicura, l’ignoto ci spaventa. Questo è successo ai parigini, quando hanno capito che Quasimodo non indossava una maschera, ma che quel volto deturpato era il suo. Accalcati in piazza per la Festa dei Folli, pronti ad accettare qualunque tipo di assurdità grottesca, ma incapaci di fare lo stesso nella realtà. Così insulti, disprezzo e derisione per un ragazzo che non aveva colpa se non essere nato deforme. Come se fosse dipeso da lui, come se il suo obiettivo fosse disturbare la placida patina di normalità di Parigi, con la sua gobba così brutta. Viene da chiedersi allora chi siano i veri folli, o meglio, i veri mostri. Formato a metà, ecco cosa significa Quasimodo – nome attribuitogli dal tutore.

Per questo, gli ripete Frollo, sua madre l’ha abbandonato da bambino e per questo deve proteggersi dalla cattiveria del mondo esterno, restando nascosto da Notre Dame. Non dare al popolo un pretesto per deriderti, diceva Frollo. Ma Quasimodo sa di non essere nato per confinarsi lassù in eterno, tra freddi muri di pietra e gargoyle come unici amici. Così vede nel giorno in cui tutti sono folli, un momento perfetto per perdersi e confondersi tra la gente. Un giorno in cui non è più diverso, ma uguale a tutti, addirittura il migliore. Un giovane forte ma sempre disposto ad esercitare la gentilezza, anche se il mondo lo ripaga a pesci in faccia. Sa cos’è l’amore anche se non l’ha mai ricevuto e il suo animo è puro come quello di un bambino, non ancora contaminato dalla corruzione e dalla crudeltà degli adulti.il gobbo di notre dame

Una società che “non si applica”

Questo non è il racconto di un uomo-mostro ma di una società ben più mostruosa. Capace solo di seguire l’influenza del più forte, senza pensare di testa sua. Che oggi la situazione sia cambiata dal lontano 1400? La storia ci mostra un povero campanaro vestito di stracci ma ricco nel cuore, e un ministro egocentrico e senz’anima. Una zingara altruista e dei cittadini spietati. E a poco serve il loro pentimento finale e l’accoglienza di Quasimodo in città. Restano alla mercé del nuovo arrivato che riuscirà a prendere il potere. E chi sarà stavolta: un buono o un cattivo? Il gobbo di Notre Dame ci dimostra come non sempre il legittimato sia nel giusto e il fuorilegge no. Gli zingari non hanno mai fatto nulla di male, se non chiedere asilo ad una Chiesa che dovrebbe ascoltare le preghiere dei più deboli e accoglierli tra le sue braccia.

Esmeralda entra nella cattedrale e prova timore per la grandezza inspiegabile che ha davanti e dentro di lei. Domanda al cielo di aiutare gli esclusi e i sofferenti, quelli come Quasimodo, e per lei sa che non serve altro per essere felice. I parigini varcano la soglia di Notre Dame con spavalderia e arroganza e domandano glorie e onori eterni. Avidi e irriconoscenti, credono di meritare l’ascolto di Dio. Se però Notre Dame riuscisse a lasciare fuori dalla porta la frenesia e la cattiveria del mondo, rimarrebbe forse l’occasione di stare a tu per tu non per forza con un Dio che giudica. Ma con la possibilità di giudicare se stessi e le proprie azioni. Guardare agli emarginati potrebbe essere la più grande opportunità di scoprire la beltà, quella vera?

Il Diavolo più forte dell’uomo – Il gobbo di Notre Dame

Claude Frollo è un ministro, ricopre un ruolo pubblico ed è rispettato dal popolo. Le sue sentenze sono ascoltate e la Chiesa, così come la città, sono sotto il suo potere. Un uomo che si è sporcato di omicidio, lussuria, avidità, e vicino all’infanticidio. Conosciamo i cattivi Disney: tutti con un obiettivo comune in contrasto con il protagonista. Frollo però è diverso. Non combatte contro qualcuno, ma contro se stesso. È crudele sul serio e spaventa più degli altri perché è terribilmente umano. Basti pensare che l’ispirazione per il suo personaggio è stato Ralph Fiennes in Schindler’s List: un nazista che uccide gli ebrei, eppure desidera la sua serva ebrea.

Frollo dice che a Parigi, a causa degli zingari, è calata l’ora più buia. Senza sapere che le tenebre sono scese nel suo cuore. Per lui gli zingari sono feccia, piccole formiche da schiacciare per mantenere ordine e pulizia. Si riempie la bocca della santità della Chiesa e dei peccati dei mortali, che disprezza, ma lui ha imparato ad essere migliore? Non si possono raddrizzare tutti i torti del mondo, si dice, ma si può cominciare. Ed ecco che giustifica la sua perfidia e freddezza. È tormentato dalla sensualità di Esmeralda e se non riuscirà a possederla, la ucciderà. Una passione travolgente e non consentita nella sua posizione, ma tanto bruciante da annebbiargli la vista e non permettergli più l’occasione di risalire dall’inferno che lo avvolge. Promette alla zingara di aspettarla negli inferi, se non riuscirà ad averla, ma non sa che si troverà solo laggiù.il gobbo di notre dame

Il fuoco purificatore

Frollo dimostra sicurezza e fede in Dio ma è solo un uomo piccolo, vuoto e spaventato dal potere del cielo. Da brividi la canzone che recita, Beata Maria. Tra fiamme e occhi assatanati, sentiamo le voci opprimenti della preghiera Confesso, coperte da quella del ministro che urla e si difende dalla “corte ecclesiastica” di fronte a cui è posto. Attribuisce agli altri la colpa delle sue azioni: ai popolani gli scatti della sua ira, ad Esmeralda la voglia di possederla anche contro il suo volere. Non è colpa sua, è lei che lo provoca con le sue forme e il suo atteggiamento tentatore (nessuna similarità con ciò che si sente recitare spesso oggigiorno?). Nessuna strega, nessuna difesa a cui Frollo possa attaccarsi per salvarsi.

Quando la zingara riesce a fuggire da Notre Dame, il giudice ha l’ultima possibilità di redenzione e di mantenere quel poco di dignità che forse alberga nel suo cuore. Ma decide di inseguire la lussuria e dannarsi per sempre. “Mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa”, recitano le sagome rosso fuoco che circondano Frollo nella sua mente. E in effetti la colpa è solo sua, della sua incapacità di amare, di vedere il giusto, di onorare la sua posizione. E di sicuro è colpevole, lui più di tutti, di non avere fede. Aveva minacciato i perversi, prospettandogli di precipitare in una voragine di fuoco. Alla fine, è la destinazione ultima della sua esistenza.il gobbo di notre dame

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