Reservation Dogs: recensione della serie tv prodotta da Taika Waititi

Tra realismo magico e folklore, Taika Waititi e Sterlin Harjo tengono una lezione sulla rappresentazione indigena

È del 2020 la notizia del coinvolgimento del regista Taika Waititi in diversi progetti sugli effetti della colonizzazione sulla società e la vita degli indigeni Maori. Il suo impegno per la rappresentazione non si ferma però solo alle sue origini Maori. E Reservation Dogs, di cui vi proponiamo la nostra recensione, ne è un valido esempio. Prodotta da Waititi e Sterlin Harjo (che ne ha firmato la regia di alcuni episodi), la serie comedy disponibile a partire dal 13 ottobre su Disney Plus, è una prova del loro impegno nel voler portare storie che parlino di minoranze spesso dimenticate dalle narrazioni mainstream. L’intento, assolutamente ben riuscito, è quello di creare una storia accattivante che unisce il tragicomico con la cultura indigena. Evitare gli stereotipi e fornire una rappresentazione delineata a tutto tondo della popolazione indiana d’America è il punto forte della serie.

L’ispirazione tarantiniana non si ferma solo al titolo. Il gruppo protagonista, che in una scena richiama apertamente la locandina dell’omonimo film di Tarantino, si diletta in piccoli furti di veicoli e rame che rivendono per poter lasciare la riserva e trasferirsi in California. Creature surreali che richiamano il folklore locale, spiriti guida impacciati e una gang rivale appena arrivata in città sono solo alcuni degli elementi che popolano gli otto episodi che compongono la prima stagione. Commedia e dramma si fondono in una storia di formazione arricchita dal forte senso di comunità e la difficoltà nell’affrontare un lutto. Otto puntate che passano in un baleno. Sia per la breve durata che per la storia coinvolgente. Una stagione che ha già convinto prima ancora di uscire in streaming e che si è già aggiudicata il rinnovo per un secondo ciclo di episodi.

Indice

Una riserva indiana in Oklahoma – Reservation Dogs, la recensione

Il forte senso di comunità è il collante che unisce gli abitanti della riserva indiana. Anche se non ci si è mai stati, Sterlin Harjo ricostruisce con incredibile naturalezza le dinamiche e quel senso di comunione che ne deriva. Tra gli abitanti si trova ogni sorta di personaggio. Dalla madre di Bear, una donna matura e con la testa sulle spalle che fa di tutto pur di crescere nel migliore dei modi un adolescente che ha un rapporto frastagliato con il padre. Fino ad arrivare alle personalità più caratteristiche: un poliziotto tribale che nel tempo libero investiga su casi di natura sovrannaturale, Brownie che è convinto di avere poteri mistici come il poter fermare un tornado con un’ascia; rapper che girano su delle biciclette e degli allegri proprietari di un autorimessa che accettano volentieri rame e veicoli rubati.

Nel bel mezzo delle situazioni tragicomiche che si susseguono nel corso delle puntate ci sono Elora, Cheese, Bear e Willie Jack. Quattro amici che si ingegnano, in modi legali e non, per racimolare abbastanza denaro per poter andare a vivere in California. Il motore di ogni loro azione è la speranza di andare nell’assolata destinazione statunitense, la meta finale dove sperano che i loro sogni si possano avverare.
Sulla piccola città aleggia un alone di mistero su un evento tragico avvenuto un anno prima. Un qualcosa di non detto, ma di facile intuizione fin dalle prime scene, che influenza le azioni e le sorti di tutti nell’Okern. La morte di Daniel, il quinto membro dei Rez Dogs, è una ferita aperta di cui nessuno parla apertamente, ma di cui cercano ancora di affrontare il dolore.

Recensione Reservation Dogs

Reservation Dogs. FX Production, Piki Films, Film Rites.

Quando la rappresentazione ha la priorità – Reservation Dogs, la recensione

Il rispetto con il quale sono trattati la cultura e il folklore è il pregio migliore della serie. Sterlin Harjo è originario dell’Oklahoma. Lo Stato vanta il maggior numero di concentrazioni di territori controllati da tribù indigene, con molteplici riserve indiane. Harjo ha a cuore la propria cultura, la diffusione e la protezione di essa. Lo ha dimostrato nel suo impegno cinematografico in vari lungometraggi e documentari con protagonisti il medesimo tema. Il secondo nome che spicca è più conosciuto dai fan Disney, con il quale ha un legame stretto. Il regista e sceneggiatore neozelandese (e di origini Maori) Taika Waititi, come lui stesso ha sostenuto, ha preso parte al progetto principalmente per sostenere Harjo e come filo conduttore tra la serie e Disney Plus. Alla base della serie stessa c’è la rappresentazione della popolazione indigena, e non solamente per quel che si vede sullo schermo.

La maggior parte della troupe che è stata coinvolta al progetto è di origine indigena. A non esserlo sono i personaggi bianchi che, comunque, sono una minoranza sia a livello numerico che di importanza nella serie. Più volte viene rimarcato come la popolazione bianca viene vista dagli indigeni come usurpatori di una terra che non è la loro e che si sono presi con la violenza. Un concetto che viene ribadito fin dal cartello di benvenuto della riserva, decorato con la scritta “ridateci la terra, bastardi”. I pochi personaggi bianchi presenti sono solamente comparse, utili a rimarcare il razzismo dilagante statunitense. Come il ricco medico che approccia Rita in un bar, lasciandosi andare a commenti su quanto sia attratto dalle donne indiane. Solamente dopo aver parlato della bontà di suo nonno che permetteva al proprio governante indigeno di cenare insieme, ogni tanto.

Realismo magico e elaborazione del lutto – Reservation Dogs, la recensione

Gli otto episodi dalla durata di mezz’ora l’uno sono composti da avvenimenti tragicomici che vedono il gruppo protagonista alle prese con ogni sorta di scenario. Dallo zio di Elora, Brownie, che sembra avere poteri mistici donati dai suoi antenati con i quali può fermare un tornado. Un avventore di un desolato bar che promette di poter lanciare il malocchio. Allo spirito guida di Bear che compare nei momenti più desolati per il giovane guerriero. Un riferimento, solo stilistico, al personaggio di Hitler in Jojo Rabbit interpretato da Waititi.
Folklore e cultura arricchiscono ogni singola puntata, perfettamente coesi con la caratterizzazione dei protagonisti e il loro desiderio di libertà ed emancipazione. Le creature mitologiche che popolano la riserva sono un’altra citazione alle leggende indigene. In particolare la Deer Lady avvistata in giovane età dall’ufficiale Big e la presenza che segue Willie Jack e suo padre durante una battuta di caccia.

Questi avvenimenti che richiamano il realismo magico coincidono con i momenti in cui i personaggi coinvolti tentano di affrontare il dolore per il lutto. I quattro adolescenti in particolare sono ancora feriti dalla morte prematura di Daniel, colui che più di tutti voleva andare in California.
L’accettazione del lutto è una strada tutta in salita che passa per la volontà di allontanarsi dal posto in cui i cinque hanno passato tutta la vita. Il sogno americano diventa una scappatoia. La speranza di trovare la propria strada e di poter essere chiunque vogliano è fumo negli occhi che li acceca per non pensare a quello che, un anno prima, ha sconvolto le loro esistenze.
Un racconto di formazione ben equilibrato dalla sceneggiatura fino agli attori che vestono perfettamente i panni dei loro personaggi. Una commedia che lascia spazio alle riflessioni ed esalta una minoranza dimenticata.

 

Reservation Dogs

Voto - 8

8

Lati positivi

  • Ottima rappresentazione che non si ferma ai personaggi, ma coinvolge anche la troupe
  • Episodi tragicomici che sono legati dal filo conduttore dell'accettazione del lutto
  • Folklore e cultura indigena

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