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Stateless: recensione della serie Netflix ideata da Cate Blanchett

Una miniserie sul mondo dell'immigrazione e le speranze di chi cerca un futuro migliore

Dopo il suo debutto al 70° Festival Internazionale di Berlino, Stateless approda su Netflix, di cui vi proponiamo la recensione. La serie, ideata dall’attrice Cate Blanchett e ispirata ad una storia vera, è stata trasmessa dal 1 marzo in Australia sul canale ABC. Alcuni protagonisti della serie sono degli immigrati in attesa di ottenere il visto. Come il titolo suggerisce, si parla di persone “prive di uno stato”, in attesa di essere accolti, in questo caso, dall’Australia. Tra i protagonisti ci sono Yvonne Strahovski, la stessa Cate Blanchett, Asher Keddie, Fayssal Bazzi, Marta Dusseldorp, Dominic WestJai Courtney. La miniserie non fa sconti e racconta, in maniera diretta e brusca, la realtà presente nei centri di detenzione per l’immigrazione. Il delicato ed estremamente precario equilibrio che si crea tra persone di culture diverse nello stesso luogo.

Luoghi, quelli della serie, che dovrebbero ospitare per un periodo limitato coloro che desiderano entrare nel paese, ma che di fatto, nella maggior parte dei casi, diventano dei veri e propri centri di detenzione. Questo è dovuto ai tempi estremamente lunghi e scrupolosi, con i quali il Dipartimento dell’Immigrazione analizza ogni singola richiesta. Questi posti diventano di fatto la terra di nessuno, abitati da persone orfane di tutto, persino di sogni e speranze. Ma analizziamo meglio la serie Stateless nella nostra recensione.

Indice:

La trama – Stateless recensione 

La serie racconta le storie di diversi personaggi. Sofie Werner (Yvonne Strahovski) è un’hostess costantemente criticata dalla madre per la sua incapacità di crearsi una famiglia. In un momento di crisi Sofie si avvicina alla GOPA, un’associazione che si rivelerà una setta, capitanata da Gordon (Domic West) e Pat (Cate Blanchett). Inizialmente accolta ed esortata a non essere chi gli altri vogliono che lei sia, Sofie viene poi bruscamente allontanata a causa della sua energia negativa. Da sola e spaventata cerca di fuggire, ma una serie di circostanze la porteranno proprio nel centro di detenzione di Barton. Ed è qui che giunge anche Ameer (Fayssal Bazzi) un uomo in fuga dall’inferno dell’Afghanistan con moglie e figlie. Anche per lui le cose saranno alquanto complesse e dolorose prima e dopo l’arrivo a Barton. Dalla parte di chi amministra il centro ci sono invece Cam e Claire.

Cam (Jai Courtney) è un padre di famiglia che non guadagna abbastanza e che proprio per questo motivo accetta di lavorare nel centro, come membro della sicurezza. Ma l’uomo non è pronto ad affrontare ciò che può accadere nel centro e ciò che è necessario fare per mantenervi l’equilibrio. Claire (Asher Keddie) è invece la nuova responsabile del centro e si ritroverà a doverlo gestire evitando scandali e problemi, sotto la costante pressione del governo. Le loro vicende li porteranno non solo a condividere questo spazio, ma anche ad affrontare scontri cercando di fare la cosa giusta.

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Stateless. Matchbox Pictures, Dirty Films, NBC Universal, Netflix

Burocrazia 

Come già accennato nella nostra recensione, Stateless è ispirata ad una storia vera. Il personaggio di Sofie racconta la storia di Cornelia Rau, una donna tedesca detenuta illegalmente in un centro per l’immigrazione australiano tra il 2004 e il 2005. Al cuore di Stateless troviamo infatti l’organo burocratico che gestisce le pratiche dell’immigrazione. Questi centri, numerosissimi in Australia, nacquero come luoghi di temporaneo soggiorno per immigrati. Il sistema burocratico australiano è estremamente lento e tremendamente scrupoloso nell’esaminare ogni richiesta d’asilo proveniente dagli immigrati. Per questa ragione, tutti coloro in attesa venivano collocati qui. Dopo il caso di Cornelia Rau numerose inchieste su queste strutture hanno portato alla luce delle criticità. Stateless denuncia il sistema che di fatto blocca questi individui. A seguito di queste inchieste. il soggiorno degli immigrati in attesa è stato spostato sulle isole vicine.

Il sistema indaga e cerca di inquadrare ogni persona che richieda il visto, operazione che richiede tempi lunghi. Molti dei personaggi detenuti nel centro di Baxter vi alloggiavano da anni, in attesa che gli sia concessa una nuova vita. La maggior parte di loro sono rifugiati di guerra, o semplici persone che fuggono da situazioni di pericolo. Uomini, donne e soprattuto bambini. Un quadro quello che Stateless dipinge, non molto diverso da quello che si verifica anche in Italia e in Europa. L’intero sistema dell’immigrazione dovrebbe essere più rapido ed efficiente in termini di controlli ed espletamento delle domande. Questi individui hanno infatti delle aspirazioni e dei progetti che non sono riusciti a realizzare nella loro patria.

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Stateless. Matchbox Pictures, Dirty Films, NBC Universal, Netflix

I diritti di gente senza una terra – Stateless recensione 

Stateless offre numerosi spunti di riflessione tra cui quello dei diritti. Queste persone in attesa sono bloccate in strutture come Baxton, collocate in mezzo al deserto australiano. Stanze minimali, settori divisi tra donne e uomini, e un cortile comune in cui possono, quando il sole è clemente, camminare. Al di là di queste condizioni che garantiscono agli immigrati i servizi necessari, è il clima che si crea ad essere più complesso. Ciò che Stateless rappresenta in maniera cruda è la netta contrapposizione tra le guardie e i detenuti. Detenuti che non hanno commesso nessun crimine. Il corpo di sicurezza deve garantire che venga mantenuto l’ordine, non importa in che modo. L’atavica dinamica del potente che esercita la propria forza sul più debole. Ed è a questo che Cam assiste dopo pochi giorni dal suo arrivo al centro.

Una sommossa genera violenza alla quale si risponde con la stessa moneta. Alla base ci sono diversi elementi: l’incapacità di comprendersi, l’auto legittimazione delle proprie azioni per via di una divisa, vedere il diverso come un pericolo, sminuirne le tradizioni. Ed è qui si negano i diritti umani. Persone non ascoltate, che quando cercano di esprimere la propria voce sono richiamate all’ordine. Significativo il parallelismo tra la condizione di Sofie, unica donna bianca, e quello di Ameer e di altri, la cui paura più grande è esattamente il desiderio di Sofie: essere deportati. È vero che le cose possono essere cambiate solo dall’interno; ma se la presenza di una donna come Sofie ha suscitato scandalo, perché quella di donne, uomini e bambini con un credo diverso non fa lo stesso?

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Stateless. Matchbox Pictures, Dirty Films, NBC Universal, Netflix

Aspetti tecnici – Stateless recensione

Stateless è una miniserie divisa in sei episodi della durata di 50-55 minuti circa. Uno degli aspetti negativi che ci sentiamo di criticare nella recensione è il ritmo della narrazione. La serie è a tratti lenta, soprattutto nei primi episodi. Adotta un montaggio ad incastro delle diverse storie, alternando flashback a flashforward. Tecnica che in parte funziona nel creare aspettativa sulla storia dei personaggi, ma che per alcuni porta alle risposte troppo in là nella narrazione. La fotografia è molto buona, con una prevalenza di esterni, essendo tutta la serie, a parte alcune scene, ambientata in mezzo al deserto. La terra rossa e arida ruba la scena e rafforza l’idea di isolamento, abbandono e solitudine, come i protagonisti privi di uno stato e lasciati in balìa del tempo. Nella maggior parte delle puntate poi predominano colori molto neutri, dal beige al marrone per arrivare al grigio.

La sceneggiatura è anch’essa ben scritta, offrendo come già detto ottimi spunti di riflessione. Una nota di encomio è doverosa per la performance di Yvonne Strahovksi nei panni di Sofie. Anche Cate Blanchett, che sebbene appaia per poche puntate e per poco tempo, accende la scena con il suo carisma. Buona anche la performance di Asher Keddie nei panni di Claire, una donna devota al proprio lavoro che grazie a questa esperienza rimetterà in discussione quei meccanismi tra i quali si è sempre mossa con maestria. Inoltre, alcuni aspetti nella trama potevano essere approfonditi ulteriormente; in particolare informazioni aggiuntive sulla setta GOPA, così come il resto di alcuni eventi lasciati in sospeso e ad interpretazione degli spettatori. Piccole sviste che però hanno il suo peso in un prodotto, per il resto, ben fatto.

Conclusioni – Stateless recensione 

Giunti alla fine della recensione di Stateless ci sentiamo di consigliarvene la visione. La serie è ben ideata e ben scritta. Ci sono ottime performance da parte degli attori e attrici protagoniste che riescono a rendere perfettamente tutto lo spettro di sentimenti che i loro personaggi possono provare. Ma soprattuto la consigliamo perché è una serie che va oltre l’intrattenimento. Affronta tematiche difficili e scottanti, si fa portavoce di situazioni che purtroppo ancora oggi si verificano spesso. Offre ottimi spunti di riflessione sui meccanismi che uno stato adotta per gestire l’immigrazione. Mette davanti ai dilemmi morali mostrando la realtà delle storie di questi immigrati. Ameer e la sua famiglia possono essere anche personaggi ma sono in realtà l’incarnazione di migliaia di famiglie, che per offrire un futuro migliore ai loro figli sono disposte a tutto. Incarnano tutti coloro che sono in costante fuga dalla guerra.

Inoltre mostra anche le dinamiche di abuso di potere e abuso di violenza che spesso le forze armate sono legittimate ad usare solo per la loro divisa. Tematiche purtroppo molto attuali, per una serie di denuncia che coglie nel segno nonostante i difetti. Un ritmo a tratti lento e alcune storie lasciate in sospeso. Per il resto Stateless è un prodotto molto valido e assolutamente consigliato; una serie che pone non solo i personaggi davanti a dilemmi etici, ma lo fa anche con lo spettatore. Stateless ricorda la cosa più semplice ma anche più importante, ovvero che siamo tutti esseri umani con il diritto di vivere la nostra vita. Condividiamo lo stesso pianeta e nessuno merita di essere apolide.

Dove vederla in streaming?

Stateless

Voto - 7.5

7.5

Lati positivi

  • Ottime performance delle attrici protagoniste
  • Serie ben scritta, con tematiche ben sviluppate e molti spunti di riflessione

Lati negativi

  • Ritmo a tratti lento
  • Alcune linee narrative non concluse

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