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Va tutto bene: recensione del film Netflix diretto da Eva Trobisch

Uno sguardo al film tedesco distribuito da Netflix

Va tutto bene recensione. Da anni ormai il colosso dello streaming Netflix domina il mercato cinematografico online. Grazie all’apporto di contenuti originali, prodotti direttamente o distribuiti, la presenza nelle nostre case è cresciuta a livelli esponenziali. I film, o serie tv, originali sono tanti e variano per tipologia e qualità: dalle commedie romantiche adolescenziali fino ai titoli d’autore capaci di far scorpacciata di premi Oscar. Il mese di giugno vedrà l’arrivo sulla piattaforma online di tantissimi nuovi titoli (in questo articolo la lista dei migliori) e tra essi troviamo il film tedesco Va tutto bene.

Dopo la fortunatissima Dark – che tornerà proprio in questo mese con una seconda stagione – il nome di Netflix torna ad essere associato alla Germania, distribuendo internazionalmente il dramma diretto da Eva Trobisch, al suo esordio in un lungometraggio. Il film, che tratta temi delicati come la violenza carnale e psicologica, è stato presentato all’ultimo Festival del cinema di Locarno (nella sezione Cineasti del presente). In questa recensione vi parliamo proprio di Va tutto bene.

Indice

Va tutto bene: recensione – Sinossi

Janne è una giovane donna, una scrittrice attualmente senza impiego. La sua relazione con Piet, anch’egli scrittore, procede priva di stimoli e con una situazione finanziaria sempre più negativa. La donna è tra gli invitati di una festa per una rimpatriata e in quella occasione conosce un uomo, Martin, con il quale passerà la serata tra risate e qualche bicchiere di troppo. Una volta finita la serata, l’uomo proverà a farsi avanti con insistenza ma Janne non sembra essere favorevole e delle stesse intenzioni di Martin. Quest’ultimo, però, sembra non essere interessato a ciò e, dopo aver gettato la donna con forza per terra, fa sesso con lei senza il consenso della donna. Dopo il tragico incidente e la brutta serata, la vita della donna procede come prima. Non vuole apparire fragile, né mostrare i segni psicologici della violenza subita: decide così di non raccontare niente a nessuno.

Quando però un amico le offre un nuovo lavoro come caporedattrice, la donna in crisi economica si troverà nella condizione di accettare a tutti i costi. Il lavoro sembra interessante ma c’è un problema non irrilevante. Tra i colleghi c’è Martin, che è il cognato del nuovo capo di Janne. La donna si trova nella condizione di dover vedere ogni giorno l’uomo che ha abusato di lei, provando tutte le volte a non mostrare il suo stato d’animo. Piano piano, però, le certezze crolleranno e anche il muro che la donna ha creato con tutti, anche con il colpevole, comincerà a rendere evidente la sua debolezza. Il non dire nulla a nessuno, inoltre, non renderà i suoi rapporti interpersonali semplici come prima, specie quando subentreranno delle complicazioni…

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Caos

Relazionarsi a certe dinamiche non è mai semplice. Sempre più di frequente sentiamo alla tv, alla radio, di casi legati alla violenza, il più delle volte nei confronti di donne. Non è una situazione facile trovarsi a scrivere e dirigere un prodotto che parla di tutto ciò, non è mai una situazione facile. Il rischio è quello di cadere nella retorica e nello sciatto messaggio che potrebbe benissimo dare un programma pomeridiano sulle reti nazionali. Il film di Eva Trobisch, per fortuna non cede a ciò, però non eccellendo per altri motivi. Se è vero che non fa retorica e non è banale un motivo di fondo c’è. Alles ist gut (questo il titolo originale del film) vorrebbe provare ad essere diverso dalle altre opere, dare uno sguardo nuovo e soddisfacente, senza però essere superficiale e, perché no, facendo un po’ la morale e mandando un messaggio.

Il punto è che, voluto o no, non riesce a fare bene nessuna delle due cose. Il film è confuso, dall’inizio alla fine. Le tematiche forti, quelle sulle quali si basa l’intera storia e lo sviluppo psicologico dei personaggi e delle vicende, sono sorvolate senza un trattamento dignitoso, indagate mai veramente a fondo. Non ci si aspetta certo una spiegazione logica, un trattamento specifico del tema; però sicuramente la narrazione risente di una base concretamente solida a cui aggrapparsi. Una base che sì, è un tema spigoloso e importante, ma che qui non trova mai sviluppo concreto nei risvolti psicologici e narrativi. Dopo l’evento tragico la storia si interrompe, il film non racconta più nulla nel tentativo, probabile, di voler indagare i risvolti psicologici.

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Identità

Proprio riallacciandoci al discorso sulla psicologia. Ciò che fa male al film è un mancato trattamento doveroso allo sviluppo psicologico della protagonista. Il tentativo di farlo c’è ma a noi pervengono solo sporadiche prese di posizione. Tra la piattezza della costruzione del personaggio, ogni tanto appaiono effimere aperture ad un’indagine introspettiva della sofferenza. La Trobisch agisce quasi come una documentarista. Filma con la macchina a mano, la fa fluttuare nello spazio scenico e morbosamente entra nel privato che però non ci da nulla di quello che vorremmo, e forse dovremmo, vedere. Proprio la regia è l’unico fattore coerente che innalza decisamente il livello del prodotto. I tagli delle inquadrature, i movimenti della mdp e il modo di riprendere gli ambienti e i corpi sono elementi a favore di un prodotto che però contenutisticamente soffre molto.

Il comparto tecnico, inoltre, è avvalorato da una fotografia che nella sua semplicità riesce a trovare incisività e carattere. La prova di Aenne Schwarz nel ruolo della protagonista convince nei momenti in cui le viene permesso di far uscire un lato più profondo del dramma. Ma questi momenti sono talmente rari che difficilmente ci si accorge della loro presenza. Il contrario non si può dire dei personaggi secondari che si muovono in scena senza identità. Proprio di identità manca Tutto va bene, di una precisa volontà di cinema specifico che oggi è forse ciò che più conta per rendere valido un prodotto. Questo non vuol dire cadere nel film di genere. Piuttosto avere una precisa coerenza scenica e narrativa. Il film a tratti sembra analizzare fenomenologicamente ma il più delle volte è sterile con passaggi privi di una coerenza nella drammatizzazione in cui tutto sembra campato per aria.

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Va tutto bene: recensione – Conclusioni

In calce a questa recensione dobbiamo ammettere che Va tutto bene è un film in cui, purtroppo, poco va realmente bene. Fra i tanti temi i messaggi che potevano arrivare, nessuno è oggetto di indagine. Potrebbe essere un’accusa alla società che non nota un disagio; un film su una donna fragile che prova a rendersi forte per andare avanti. Ma non è nessuno dei due. Non si capisce in che direzione vadano le scelte della Trobisch, che sembrano non andare da nessuna parte. Tantissima carne al fuoco che però non riesce a cuocersi bene.

In compenso il prodotto offre interessanti spunti registici e tecnici, che denotano una buona capacità nella messa in scena e nell’impostazione visiva. L’esordio della regista tedesca è ancora acerbo, come tanti di quei film di esordienti che passano per le sezioni “minori” dei festival. Aggrappandoci però almeno ai lati positivi, speriamo di vedere presto un suo secondo film che possa far tesoro delle pecche del primo, creando un lavoro più maturo e consapevole.

Va tutto bene, di Eva Trobisch

Voto - 5

5

Lati positivi

  • Le scelte registiche: interessanti spunti tecnico-visivi

Lati negativi

  • Scrittura confusa: non si riesce a comprendere la direzione verso cui vanno le scelte narrative
  • Mancata analisi e indagine: nessun tema, tra l’altro estremamente spigoloso, e nessun percorso psicologico sono approfonditi

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