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La forza della fotografia nel cinema

Un film si sa, è un prodotto complesso. Dietro alle spettacolari immagini che siamo soliti assaporare davanti al grande schermo, si cela un lavoro in background lungo e intricato, frutto della cooperazione di un team di artisti e tecnici dei vari settori nei tre momenti fondamentali della genesi di una pellicola. Pre-produzione, ripresa e forse quello più importante, la post-produzione. All’interno di questo iter lavorativo, oltre a regista, attori, sceneggiatori e produttori, troviamo la fondamentale figura del direttore della fotografia.

La forza della fotografia nel cinema

Essendo un lungometraggio prima di tutto un’opera visiva, è naturale che l’immagine, in ogni sua componente, giochi un ruolo fondamentale  per la riuscita dell’articolo finale. La nostra mente, in base alla presenza di una tonalità di colore piuttosto che un’altra, o al livello di luce presente nella scena, piuttosto che all’inquadratura del soggetto vero e proprio, elabora reazioni sensitive ed emotive differenti.

A volte sono proprio queste risposte impulsive a determinare il tasso di gradimento di un film, dove l’impianto narrativo riesce a fondersi in modo impeccabile con la qualità dell’immagine e dunque con la fotografia del film. Il direttore della fotografia, spesso in simbiosi con la volontà artistica del regista, con il quale collabora strettamente, si occupa in prima persona della “costruzione” vera e propria delle sequenze, stabilendo come un’inquadratura debba essere fruita dal pubblico in sala.

Egli stabilisce di conseguenza in quali condizioni di luce, con quale scala cromatica, con quanta profondità di campo (attenendosi quasi sempre alla regola dei 2/3) , e con quali movimenti della cinepresa una scena debba essere girata. La riuscita della fotografia in un film é di estrema importanza, é una poesia costruita con immagini e colori, un flusso di sensazioni che  determinano il ricordo indimenticabile di un’esperienza cinematografica.

L’esempio di Denis Villeneuve

Se analizziamo per esempio gli ultimi tre lungometraggi del regista canadese Denis Villenueve, ci accorgiamo di quanto la perfetta intesa del regista stesso con il direttore della fotografia, il colosso Roger Deakins ( 13 nomination agli oscar nella sua lunga e brillante carriera), ci abbiano regalato tre prodotti stupefacenti sia sul piano narrativo-artistico che su quello prettamente tecnico. Se in “Sicario” Deakins, riprendendo almeno in parte lo splendido lavoro svolto assieme ai fratelli Coen per “No country for old men” nel 2007, indugia su grandi vedute panoramiche del deserto al confine tra Messico e Stati Uniti (con vedute aeree spettacolari), attraverso tonalità terrose che variano dal giallo al marroncino fino all’utilizzo degli infrarossi nelle riprese notturne in soggettiva. In Arrival lo stile èccompletamente differente.

Per la realizzazione di questo sci-fi atipico e filosofico sono stati scelti colori freddi, desaturati, tra il grigio e il nero, giocando con effetti luminosi affascinanti nel ritratto delle astronavi aliene e del linguaggio figurato dei loro passeggeri, che si esprimono sputando “inchiostro” vaporoso dai tentacoli del loro corpo amorfo. Infine come non citare la fotografia di Blade Runner 2049, dove Deakins raggiunge veramente livelli elevatissimi: prediligendo quasi sempre l’inquadratura singola (l’utilizzo di una sola macchina da presa).

Il sequel ci dona immagini futuristiche di un’America caratterizzata da contrasti cromatici notevoli. Il bianco dei campi coltivati, il giallo intenso dell’azienda dei replicanti e l’arancione sabbioso di Las Vegas attraverso inquadrature concepite come dipinti, che nello stile dell’artista si soffermano senza fretta sul soggetto cercando quasi di catturare l’essenza di un mondo radicalmente mutato nel tempo. Il film si trasforma così in una sinfonia di luce e colore che fa precipitare lo spettatore in un viaggio sensitivo unico e sublime, dove l’occhio si perde volentieri. Oggettivamente perfetta anche la sequenza d’azione girata nel casinò al buio illuminato sporadicamente dall’ologramma psichedelico di Elvis Presley sulle note di “Can’t help falling in love with you”.

In questo campo potrei ancora citare il lavoro svolto sia per Birdman, girato interamente in piano sequenza tra gli interni e gli esterni di Broadway (dove é il blu a farla indiscutibilmente da padrone a partire dagli occhi magnetici di Emma Stone) che “The Revenant”( dove la natura ostile diventa un tutt’uno con la sofferenza fisica e spirituale del protagonista) tra Aleandro G. Inarritu ed Emmanuel Lubezki, premiato dall’Academy per entrambi i film, portatrici di immagini intense e personalissime.

Ma forse il risultato più straordinario raggiunto da questa coppia vincente è riscontrabile nell’esperienza di realtà virtuale “Carne y arena” presentata allo scorso festival di Cannes, dove la panoramica a 360 gradi del deserto dell’Arizona, e il realismo della rappresentazione sia paesaggistica sia della figura umana (per la quale sono stati fatti posare non attori, ma gli immigrati stessi) sono veramente da togliere il fiato. Tutto amplificato dall’immersività della realtà aumentata che consta un coinvolgimento totale di tutti i sensi, e dallo spessore della tematica sociale volta soprattutto verso una riflessione di carattere etico.

D’altra parte il cinema é nato per donare all’occhio umano una possibilità che l’orecchio possedeva già da tempo, una componente visiva travolgente e avvolgente al tempo stesso. Le immagini nei film ci parlano, raccontano nel silenzio l’atmosfera della scena e la sensibilità artistica del regista, sono dei personaggi che vanno oltre ai personaggi della storia e spesso si trasformano in vere e proprie opere d’arte.

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Un commento

  1. molto bello questo articolo.io sono un fotografo food di professione,ma amo anche il cinema e tutto quello che è legato al mondo della fotografia!

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