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Kingdom: recensione della serie survival horror targata Netflix

Uno sguardo approfondito sulla serie TV coreana prodotta da Netflix

Kingdom recensione serie TV targata Netflix. Kingdom è la prima serie tv sudcoreana di produzione Netflix (ricordiamo che Love Alarm debutterà sulla piattaforma il 22 agosto 2019). Diretta da Kim Seong-hun (Tunnel) e sceneggiata da Kim Eun-hee (Signal), la serie è l’adattamento per il piccolo schermo del webcomic The Kingdom of the Gods creato dallo stesso Kim Eun-hee e disegnato da Yang Kyung-il.

Netflix ha investito fortemente su un progetto su cui lavorava fin dal 2011, dando vita a una serie TV affascinante e dal ritmo incalzante. Ambientata durante il periodo Joseon, tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo, Kingdom mescola sapientemente gli stilemi di diversi generi. In soli sei episodi Seoung-hun spazia dal drama storico coreano allo zombie horror classico, partendo da una premessa decisamente originale per creare qualcosa di raramente visto. Il regista ha inoltre dichiarato di aver immaginato la serie come un film diviso in tre parti, di cui la seconda è stata già confermata. A fronte dell’interessante prima stagione, noi di FilmPost abbiamo grosse aspettative per le restanti due parti.

Indice

Kingdom recensione – Sinossi

Ambientata nella Corea imperiale durante la dinastia Joseon, la serie ha come protagonista Chang (Ju Ji-hoon), principe ereditario in fuga dalle cospirazioni ordite dal clan Hak-jo. Il sovrano, ammalatosi gravemente, viene tenuto in vita dall’ambizioso ministro Jo Hak-joo (Ryu Seung-ryong) e dalla regina Cho (Kim Hye-jun), che impediscono di avvicinarsi al re in maniera indiscutibile. Nemmeno al principe ereditario viene concesso di vedere il padre, motivo per cui il giovane decide di scoprire la verità sulla sorte del re. Intanto, alcuni manifesti diffondono la voce che il monarca sia morto, a cui si susseguono fatti sinistri.

Lee Chang, accompagnato dalla fedele guardia Mu-yeong (Kim Sang-ho), decide così di partire verso Jiyulheon, dove sembra nascondersi il medico reale, l’unica persona a sapere l’intera verità. Arrivati a destinazione, i due incontrano l’infermiera Seo-bi (Bae Doo-na), da cui vengono a conoscenza dell’esplosione di una terrificante pandemia, i cui infetti tornano in vita come zombie durante la notte, bramosi di carne umana. L’epidemia sembra essere collegata in qualche modo agli intrighi di potere che corrono sotterranei alle vicende di coorte, capaci di tenere lo spettatore continuamente con il fiato sospeso. Il principe Chang intraprenderà così un lungo viaggio per il territorio coreano per scoprire la verità, rivelare i piani malvagi del clan Hak-joo e riconquistare il trono che gli spetta.

Il sottotesto sociologico

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Uno degli aspetti più interessanti di Kingdom è il sottotesto sociologico che accompagna gli eventi principali. Analizzando il processo della zombificazione, si può notare come l’esplosione epidemica sia dovuta fondamentalmente dalla fame e dalla povertà del popolo. A Jiyulheon, i sudditi affamati si macchiano inconsapevolmente del crimine di cannibalismo, banchettando su un cadavere infetto dal morbo misterioso.

All’opposto, ai vertici della società, i potenti si dimostrano arroganti e indifferenti alla situazione di povertà in cui vertono i propri sudditi. Vengono tratteggiati come spietati arrampicatori sociali disposti a rendersi protagonisti dei peggiori crimini, come la regina Cho e il primo ministro Jo Hak-joo. Oppure hanno contorni satireschi e ridicoli, come nel caso del neoeletto magistrato Cho Beom-pal (Seung-ryong Ryu), sordo alle richieste di aiuto del popolo.

Ecco dunque che il sottotesto sociologico fa da sfondo all’epidemia zombie, dando rilevanza all’intera vicenda e conferendole un’originalità particolare. L’epidemia assume così i tratti di una maledizione causata da una forza sovrannaturale per punire la corruzione di un paese che ha abbandonato il suo popolo. In tutto questo emerge così la forza del personaggio del principe Chang, in fuga da congiure di palazzo per sposare la causa del popolo e diventarne il condottiero contro la spaventosa minaccia.

Kingdom recensione – Ibridazione di genere

Come già accennato, il regista Kim Seoung-hun svolge un egregio lavoro nel passare dal drama storico al survival horror. Riesce ad amalgamare perfettamente i diversi stilemi in un periodo storico rischioso, armonizzando elementi e convenzioni narrative appartenenti a tipologie filmiche molto differenti. La Corea del Sud non è nuova a produzioni di diversi horror incentrati sui non morti (vedasi su tutti Train to Busan di Yeon Sang-ho), ma Seoung-hun si spinge oltre.

L’ibridazione di genere è perfettamente riuscita in Kingdom. Si possono notare alcuni tratti del film storico, come i dettagliati costumi – stupendi in ogni occasione – oppure le ricostruzioni fedeli degli ambienti sia cortigiani che contadini. L’accurato lavoro di ricostruzione storica si sposa con una trama costellata di intrighi politici e giochi del trono, non disdegnando mai una buona dose di action con scontri a spada e con armi da fuoco. A valorizzare l’ottimo lavoro di Seoung-hun gli assalti dei famelici zombie, che contribuiscono a colorare la serie di tinte horror. Credibili e spaventosi, i redivivi si riversano come un’inevitabile maledizione pronta a riversarsi sull’intero territorio coreano, accrescendo sapientemente il livello di tensione.

L’aspetto tecnico

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Kingdom è caratterizzata da un ottimo comparto tecnico. Il sostanzioso budget a disposizione – circa 1.78 milioni di dollari per episodio – ha permesso di raggiungere una qualità non indifferente. Le sequenze action sono eccellenti. Il regista riesce a conferire una sensazione di tensione e di epicità allo stesso tempo. Inoltre, le innumerevoli comparse-zombie sono impiegate in modo intelligente e mai banale, frutto di un addestramento di due mesi sulle coreografie create da Seoung-hun e il suo team. La resa meticolosa di dita mozzate, carni strappate a morsi e teste tagliate sono un ulteriore pregio che conferiscono credibilità e realismo all’intera serie.

La scelta degli abiti di scena, da quelli tipici dell’aristocrazia fino a quelli più umili del popolo, ha un certo impatto visivo. Non è da meno il make-up prostetico utilizzato per i redivivi. Dettaglio decisamente interessante è la netta opposizione cromatica a caratterizzare i diversi strati sociali e gli ambienti in cui vivono. L’ambiente aristocratico è caratterizzato da colori accesi, quali il porpora, l’oro e i toni del blu e del viola. L’ambiente povero e sporco dei sudditi invece è a predominanza di ocra e grigio. Questa particolarità contribuisce a creare un’immediata opposizione tra la ricchezza dei primi e la miseria degli ultimi, legandosi ulteriormente anche a livello cromatico al discorso fatto riguardo il sottotesto sociologico.

Kingdom recensione – Lati positivi e negativi

Tra i molti lati positivi è possibile annoverare sicuramente la cura nella ricostruzione del contesto storico e delle ambientazioni. Kingdom è stata pianificata in maniera meticolosa, diventando un prodotto impressionante dal punto di vista visivo, dai dettagli dei bellissimi costumi tradizionali fino alla scelta delle incredibili location. A ciò si aggiunge una trama avvincente e coinvolgente, originale nell’inserire la dinamica del survival horror all’interno degli intrighi di potere. A tal proposito i non-morti, quando entrano in scena, sono terrificanti e le sequenze che li vedono protagonisti sono costruite con attenzione e maestria.

Nota positiva la prova attoriale di Ju Ji-hoon, il principe ereditario Lee Chang. La sua evoluzione è sceneggiata in modo solido e credibile, passando dalla volontà di combattere per l’ascesa al trono a quella di salvare i suoi sudditi, debellando il misterioso morbo. Al tempo stesso, non tutti i personaggi vengono approfonditi a sufficienza. Ad esempio Seo-bi, la dottoressa interpretata da Doona Bae (Sense 8), oppure gli antagonisti Cho Hak-ju e la regina Cho. Questi ultimi rimangono bidimensionali e sono mossi da motivazioni superficiali, che speriamo vengano approfondite nella seconda stagione della serie.

Un secondo punto debole è costituito dal finale. I primi cinque episodi sono costruiti facendo del ritmo incalzante e soffocante il proprio punto di forza. Il sesto episodio però subisce un calo d’intensità, interrompendosi improvvisamente nel momento d’azione tanto atteso. Il cliffhanger risulta affrettato, nonostante si sposi però con la volontà di Seoung-hun di chiudere la serie con la seconda e terza stagione.

Conclusione e considerazioni

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Kingdom è sicuramente un prodotto interessante, capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo per sei episodi. Seoung-hun e Eun-hee hanno dato vita a una serie che ha tutte le potenzialità per diventare l’ennesima perla della cinematografia coreana, che sta diventando sempre più forte anche nel mondo della serialità televisiva. La cura del dettaglio, la trama avvincente e la magistrale ibridazione di genere, rendono Kingdom una serie da vedere tutta d’un fiato, come se ci si trovasse davanti a un film di sei ore.

L’ottimo comparto tecnico e le buone prove attoriali però devono fare i conti con alcuni problemi di sceneggiatura per quanto riguarda alcuni personaggi. Inoltre, risulta evidente il calo di intensità nel ritmo narrativo con l’avvicinarsi dell’epilogo della serie. Il non eccellente cliffhanger sorprende lo spettatore, lasciandolo confuso e smarrito. In conclusione, Kingdom è indubbiamente una serie da recuperare, dando il credito e il coraggio alla cinematografia orientale di investire anche nel mercato della serialità. Non ci resta che aspettare la seconda stagione con aspettative molto alte.

Kingdom

Voto - 7

7

Lati positivi

  • La cura del dettaglio: costumi, scenografie, coreografie eccellenti
  • Trama originale e coinvolgente: la componente horror è inserita in modo intelligente
  • Sottotesto sociologico ben sviluppato
  • Magistrale ibridazione di genere: si passa dal drama, all'horror, all'action in modo sempre credibile ed efficace

Lati negativi

  • Calo di intensità nel ritmo diegetico verso l'epilogo
  • Personaggi secondari e antagonisti non sempre accompagnati da sviluppi solidi e convincenti
  • Cliffhanger affrettato e non necessario

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