Mank: recensione del nuovo film di David Fincher

Il regista di "Fight club" torna con una dichiarazione di amore e odio al cinema di una volta

Un ritratto agrodolce della Hollywood che non c’è più, e una raffinata denuncia di un sistema che maciulla l’arte in virtù del profitto. Questo e altro è Mank, film di cui vi proponiamo la recensione. A sei anni dall’uscita in sala di Gone girl – L’amore bugiardo, David Fincher torna con un nuovo lungometraggio, dal 4 dicembre disponibile sulla piattaforma Netflix. Il film è basato su una sceneggiatura che il padre del regista, Jack Fincher, scrisse durante gli anni Novanta; una sceneggiatura rimasta a lungo nel cassetto, benché il figlio David abbia provato più e più volte a proporlo alle case di produzione, ricevendo numerosi dinieghi. Oggi il film riesce a vedere la luce proprio grazie a Netflix, che lo ha prodotto e distribuito.

Mank porta sul piccolo schermo la rivalità tra Herman J. “Henry” Mankiewicz e Orson Welles, che lavorarono insieme alla realizzazione del capolavoro del cinema Quarto Potere (Citizen Kane). Ma non è tutto qui. Il film di David Fincher è anche la storia di un uomo, Mankiewicz, il cui genio artistico è stato spremuto a fondo, senza che lui avesse il tempo per tirarsi indietro. Mank ritrae un mondo patinato e frenetico – da alcuni, forse, già dimenticato – filtrandolo attraverso lenti raffinatissime. Usa un linguaggio virtuosistico, spietato e pregno di nostalgia per citare la Hollywood degli anni Trenta, tanto lontana nel tempo quanto affine a certi scenari contemporanei. Nel cast del film figurano Gary Oldman, Amanda Seyfried, Lily Collins, Charles Dance, Arliss Howard, Tom Pelphrey, Sam Troughton, Ferdinand Kingsley e Tom Burke. Ma addentriamoci nella nostra recensione di Mank.

Indice

Storia di uno sceneggiatura – Mank recensione

Henry Mankiewicz è un uomo talentuoso e molto solo. Costretto a letto dopo un incidente, è incaricato di scrivere la sceneggiatura di Quarto potere in novanta giorni. Anzi no, in sessanta giorni, come gli fa sapere al telefono un ventiquattrenne Orson Welles, già dotato di un ego iperbolico. A Hollywood non c’è spazio per le convalescenze: lì il tempo scorre più veloce che altrove, mentre le pressioni dell’industria cinematografica schiacciano tutto il resto. A “Mank” non resta che pensare, creare e dettare, e di nuovo pensare, creare e dettare; intanto le comparse e i figuranti che popolano la sua vita gli si muovono intorno freneticamente. Henry Mank vive come un topo in una gabbia che lui stesso ha costruito; la moglie lamenta le sue assenze eppure sembra rassegnata, mentre lui si chiede perché lei gli resti accanto. Henry fatica ad accettare compromessi, e lotta per sopravvivere al proprio isolamento esistenziale.

Utile alla gigantesca macchina del cinema, Mankiewicz è in grado di raccontare, con pochi schizzi, un mondo intricato e affascinante. Ma Henry è anche un uomo già vecchio a quarant’anni e, soprattutto, un alcolizzato. Le dipendenze sono l’unico modo per far fronte a un mestiere che gli chiede troppo, e che in cambio non gli dà quasi nulla. Ripercorrere uno scorcio di vita di Mankiewicz è un viaggio che riecheggia lo script di Quarto Potere, ed è fitta la rete di rimandi proprio con il capolavoro di Welles. Il film non si limita a seguire Mankiewicz nella stesura di Quarto Potere; c’è infatti spazio per la diatriba legale con Welles, che voleva rimuovere il nome dello sceneggiatore dai crediti. Una diatriba vinta da Mankiewicz il quale, già acciaccato nel corpo e nella mente, accuserà l’ennesimo colpo inferto.

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Mank, Netflix

Il cinema per il cinema – Mank recensione

Fincher gira un film interamente in bianco e nero e dal marcato sapore vintage. La regia strizza l’occhio al grande cinema d’epoca e, gettando il suo sguardo al passato, lo salda alla realtà contemporanea corrotta e affettata. Mank parla del potere della scrittura cinematografica e del conflitto mai soluto tra arte e mercato; il film è scandito come fosse una vera e propria sceneggiatura, con le didascalie in alto al cambio scena e, in sottofondo, il rumore delle dita che battono sui tasti. Il lavoro fatto sul suono e sull’immagine è eccelso, e permette allo spettatore di sprofondare in un’altra epoca anche dal divano di casa. Alcuni espedienti – le finte bruciature sulla pellicola – sono il fiore all’occhiello di un prodotto forse un po’ “piacione”, ma che appagherà appieno tutti gli accaniti cinefili.

La colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross è un altro punto forte del film e, insieme alla ambientazione, ai costumi e al trucco impeccabile, contribuisce a rendere l’atmosfera suggestiva e mai ridondante. E se in primo piano rimane il cinema, infernale macchina generatrice di sogni, sullo sfondo c’è posto per la Grande Depressione e le elezioni governative della California, che oppongono Frank Merriam ad Upton Sinclair. Competizione e affettazione, ipocrisia e mortificazione della bellezza: un clima di diffusa artificiosità, dove la realtà scompare tra le pieghe della finzione fino a non essere più percepibile. Eccetto quando, talvolta, il ritmo serrato dei movimenti e delle parole si distende, e i personaggi si lasciano andare a malinconiche confidenze. Accade nei dialoghi tra Mankiewicz e Marion Davies, amante del magnate dell’editoria William Randolph Hearst (che ha ispirato il protagonista di Quarto Potere, Charles Foster Kane).

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Mank, Netflix

Nostalgia del presente – Mank recensione

Henry Mankewicz è interpretato dal mago del trasformismo Gary Oldman. Un’interpretazione garbata ma curata nei dettagli, che restituisce con misura la parabola discendente di un genio in prigione. Amanda Seyfried è Marion Davies, la diva con gli occhi tristi e con indosso sempre gli abiti di scena. Strappata alla vita vera troppo presto, vive da marionetta nella sua prigione dorata; spavalda davanti alla macchina da presa, dietro le quinte si mostra spaurita e alla continua ricerca di conferme. Tom Burke si cala invece nei panni di Orson Welles, giovanissimo ma già autoritario, con le idee chiare e un piglio sicuro e arrogante. Avviandoci alla conclusione della nostra recensione di Mank, ci sentiamo di promuovere a pieni voti il nuovo film di David Fincher.

Tanto romantico quanto amaro, tanto composito nella sovrapposizione di registri ed espedienti narrativi, quanto essenziale nell’uso della parola e dell’emozione ad essa collegata. Fincher sceglie di non strafare, di scomparire dietro il suo prodotto e dissacrare il proprio ego (insieme a quello dei protagonisti). Ciononostante, di tanto in tanto si coglie qualche nota di autocompiacimento ma, nel complesso, il cinema viene ritratto con sfumature dolenti e per nulla pompose. Mank è un esperimento riuscito, che riporta sotto i riflettori un mondo ormai quasi sconosciuto, se non per i nostalgici della Golden Age. Guardarlo è un’ottima occasione per lasciarsi trasportare in una realtà in cui verità e passione confliggono con il pressapochismo, la corruzione e l’egocentrismo.

Mank

Voto - 8

8

Lati positivi

  • Il lavoro sopraffino sull’immagine e sul suono ricrea alla perfezione l’atmosfera della Hollywood degli anni Trenta
  • La scrittura è sofisticata, i dialoghi complessi e ipnotici
  • Un film che i cinefili ameranno, con citazioni e riecheggiamenti ben dosati

Lati negativi

[tie_list type="thumbdown"]

  • Il ritmo in alcune scene è molto serrato e, almeno a una prima visione, non è facile star dietro a ogni battuta
  • Chi non ha un legame emotivo con il cinema di una volta potrebbe rimare freddo di fronte alla visione

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