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I migliori film d’animazione giapponese secondo FilmPost

Ecco alcuni fra i migliori titoli della storia dell'animazione del Paese del Sol Levante

Il cinema di animazione occupa un posto di rilievo nel panorama artistico della Settima Arte, ma spesso viene messo in disparte o trattato con sufficienza. L’invenzione e messa in pratica si aggira attorno al 1892 ad opera del regista e inventore francese Émile Reynaud. Egli inventò tecnologie ottiche come il prassinoscopio e il teatro ottico, riuscendo a proiettare sequenze di fotografie animate stampate su vetro, disegni e pantomime luminose. Con l’avvento del cinematografo dei Lumiere il cinema di animazione ha dovuto reinventarsi, iniziando un processo evolutivo ancora in corso. Fra i paesi che più di altri ha dato e continua a dare grande impulso all’animazione troviamo il Giappone. Ecco dunque una top film di animazione giapponese, in ordine cronologico e non di apprezzamento.

Attiva da almeno un secolo grazie a autori come Kenzō Masaoka e Noburō Ōfuji, la produzione animata nipponica è adesso ai vertici mondiali. Proponendo vastità e qualità difficilmente eguagliabili, film e serie TV hanno conquistato sia la cultura del paese del Sol Levante che l’estero, ponendosi in parallelo con la produzione fumettistica. L’amore per l’animazione è talmente forte che, nonostante Avengers: Endgame abbia sbancato ai botteghini di ogni angolo del pianeta, in Giappone l’incasso del ventunesimo film del quasi trentennale brand di Detective Conan è risultato superiore. Chapeau!

Indice:

Film di animazione giapponese dagli anni Settanta agli anni Ottanta

Belladonna of Sadness  (1973)

Belladonna of Sadness è l’ultima parte della trilogia Animerama prodotta da Mushi Production. Assieme a Le mille e una notte e Cleopatra, forma un trittico dedicato a tematiche e immagini adulte. La trilogia è scritta e diretta da Eiichi Yamamoto e da “il dio dei manga” Osamu Tezuka. Ispirato al romanzo La Strega del francese Jules Michelet, l’opera, unica ad essere stata interamente realizzata da Yamamoto, è ambientata nella Francia rurale, in epoca medievale. Jean e Jeanne, una giovane coppia appena sposata, stanno passando felicemente la loro prima notte di nozze. Lei, a causa dello ius primae noctis, viene presa e violentata dal barone locale. La coppia prosegue la propria esistenza oramai contaminata, spezzata, e la giovane si accinge ad una spirale di eventi che la porteranno ad essere accusata di stregoneria.

Violento, erotico, onirico. Belladonna of Sadness riunisce questi elementi in un canto di ribellione, sofferenza, emancipazione. I rapporti fra individui all’interno del villaggio vengono sviscerati senza filtri e i cambiamenti sociali, riscontrati in un luogo racchiuso, vengono portati ad una riflessione generale sul modus operandi dell’essere umano. Fra spiriti, apparizioni e sequenze surreali la donna preda diviene cacciatrice, in un inno alla potenza e alle possibilità, tanto dolci quanto terribili, del femminile. Spinti da un’animazione sublime e frastagliata che avvolge sequenze costruite per ricordare gli emakimono (opere di narrativa illustrata orizzontale), Eros e Thanatos si scontrano, avvicinano e uniscono fino a confondersi in un’opera d’arte psichedelica e indimenticabile.

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Belladonna of Sadness. Mushi Production

Barefoot Gen (1983)

Questo film d’animazione giapponese non è di guerra ma sulla guerra e sulle sue conseguenze. Basato sull’omonima serie manga di Keiji Nakazawa, serializzata a partire dal 1976, Barefoot Gen è stato diretto da Mori Masaki. L’opera di Nakazawa è un racconto autobiografico dell’autore, superstite della catastrofe di Hiroshima. Il film segue dunque le vicende di una famiglia giapponese che abita la città. Partendo dal punto di vista puro del bambino Gen, vengono illustrati gli eventi legati al bombardamento e sviscerato il desiderio di sopravvivenza delle vittime. I superstiti provano, nonostante la terribile vicenda, a sperare, a guardare al futuro e a tentare di ricostruire con tempo e sudore ciò che in un istante è stato brutalmente spazzato via.

Il film parte dalle difficoltà e dal dolore che la popolazione è costretta a subire in periodo bellico, sublimate nella sequenza dello scoppio della bomba, uno dei punti più crudi, impattanti e incredibili della storia dell’animazione. L’olocausto nucleare è ripreso con estremo realismo e attinenza storica, tralasciando elementi di fantasia comuni a molte delle declinazioni di questa tragedia. Ne emerge, fra la vastità delle opere su questo argomento, come un anime dal taglio documentaristico. Barefoot Gen permette all’uomo contemporaneo di vedere l’invisibile, di concretizzare davanti agli occhi sgomenti ciò che parrebbe solo un paragrafo di un libro di storia, un sogno lontano e fumoso.

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Barefoot Gen. Madhouse

Angel’s Egg (1985)

Angel’s Egg è un film del 1985 scritto e diretto dal regista Mamoru Oshii e disegnato dall’artista Yoshitaka Amano. È stato prodotto dallo Studio Deen e dalla Tokuma Shoten. Da una parte, quest’opera si tratta del primo lavoro indipendente di Oshii; dall’altra, si avvale del supporto di Amano, talentuoso disegnatore che si farà conoscere, tra le altre cose, per le illustrazioni del film d’animazione Vampire Hunter D di Toyoo Ashida e per il suo lavoro di character designer, illustratore e disegnatore del logo per la serie di videogiochi Final Fantasy sviluppata da Square Enix.

La storia del film risulta essere scarna: una misteriosa ragazza vaga per un paesaggio desolato e ultraterreno, portando un grosso uovo. Angel’s Egg è un’opera ammantata di mistero e surrealismo dove i simboli, i richiami e le metafore sono padroni indiscussi della narrazione e dell’impianto visivo. I dialoghi sono quasi inesistenti e lo spettatore viene gettato in un mondo cupo e sinistro. È l’atmosfera a risaltare mentre la vicenda in sé è solo uno scheletro su cui costruire l’ambientazione, i cui paradigmi sono l’oscurità e l’inganno sensoriale. La complessità di questa pellicola ha dato adito a numerose interpretazioni. Addirittura, si dice che lo stesso Oshii abbia dichiarato di non sapere chiaramente di cosa parli il film: verità o finzione? Non resta che farvi la vostra idea visionandolo.

Angel’s Egg. Studio Deen, Tokuma Shoten

Le ali di Honneamise (1987)

Le ali di Honneamise è un film del 1987 scritto e diretto da Hiroyuki Yamaga. È il primo film di animazione prodotto dallo studio giapponese Gainax, diventato poi famoso per opere seriali quali Nadia e il mistero della pietra azzurra, Neon Genesis Evangelion e Gurren Lagan. Yamaga lavorò al progetto anche con Hideaki Anno, col quale l’anno successivo scrisse la serie mecha Gunbuster. Il film fu un flop commerciale, rivalutato fortunatamente negli anni successivi: molte le tematiche che si intrecciano in gran quantità all’interno della narrazione. Il film di Yamaga mischia fantascienza, thriller, guerra e amore, creando una linea narrativa lenta ma incisiva da cui far scaturire una moltitudine di elementi, che ogni tanto non riesce a tenere del tutto saldi, che partono da politica e psicologia per giungere al discorso su progresso, fede e al dilemma fra scienza e religione.

La trama è ambientata nel regno di Honneamise, situato in un mondo alternativo, il quale possiede una tecnologia simile a quella di metà Novecento. In un clima di competizione con l’altro regno, detto la Repubblica, si tenta la corsa allo spazio, con lo scopo di essere i primi a mandare un uomo oltre l’orbita terrestre. Il protagonista, Shiro Lhadatt, vuole essere l’astronauta designato: sullo sfondo di giochi politici ed economici, il fallimentare protagonista incontra e si innamora di Riquinni e con lei tenterà di riprende in mano la sua vita e portare a termine il progetto spaziale.

Le ali di Honneamise. Gainax

Manie-Manie – I racconti del labirinto (1987)

Manie-Manie – I racconti del labirinto, conosciuto più semplicemente come Neo Tokyo, è un film collettivo del 1987. La pellicola, che copre una durata inferiore all’ora, ha una struttura tripartita: gli episodi sono stati diretti da tre maestri dell’animazione, rispettivamente Rintarō, Yoshiaki Kawajiri e Katsuhiro Ōtomo. Questa antologia fantascientifica, prodotta da Project Team Argos e Madhouse e distribuita da Toho, adatta le storie brevi di Taku Mayumura contenute nell’omonima collezione del 1986. Venne presentato al Tōkyō International Fantastic Film Festival, ma successivamente ottenne una distribuzione, almeno inizialmente, limitata in home video. Le tre storie fondono fantascienza, illusione e surrealismo in un vortice creativo estremamente interessante.

Il primo racconto, che apre e chiude il film, intitolato Labyrinth, è di Rintarō: una ragazzina di nome Shojo Sachi, mentre gioca a nascondino col proprio cane Cicerone, entra in uno specchio, porta d’ingresso per un folle mondo labirintico. Il secondo cortometraggio, diretto da Kawajiri, si intitola L’uomo che correva: narra di Zack Hugh, un campione di corse automobilistiche futuristiche ed estreme, capace di portare la sua guida oltre i limiti di sopportazione dell’essere umano. Infine, la terza parte, diretta da Ōtomo, si chiama Interrompete i lavori!: in una nazione futuristica dove i robot vengono utilizzati da alcune compagnie come forza lavoro, un colpo di stato rovescia il regime e ordina la dismissione di ogni fabbrica cibernetica. Tsutomu Sugioka si ritrova a viaggiare verso il Sudamerica per fare luce su una di queste fabbriche, ancora in attività. 

Manie-Manie – I racconti del labirinto. Project Team Argos, Madhouse

Una tomba per le lucciole (1988)

Una tomba per le lucciole è probabilmente l’opera di animazione più conosciuta riguardante la difficile vita dei giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale. Scritto e diretto dall’altro maestro dello Studio Ghibli, Isaho Takahata, è basato su un racconto breve semi-autobiografico di Akiyuki Nosaka. Ambientato a Kobe, capitale della prefettura di Hyogo, il film racconta la strenue resistenza di Seita e Setsuko, fratello e sorella, che tentano di sopravvivere alla morsa del destino. Fame e guerra dipingono un mondo dove la speranza, a differenza del detto, è già morta. La realtà non è più riscrivibile, nemmeno attraverso lo sguardo innocente di una bambina di quattro anni e non c’è più spazio per la felicità.

Mentre Barefoot Gen mostrava senza freni la tragedia per poterne prende le mosse, slanciato verso un futuro di possibilità e speranza, l’opera di Takahata non lascia spazio né all’immaginazione né alla speranza. La morte, le lacrime, i cadaveri, sono posti in evidenza sin dalle prime immagini. Il dramma non deve prendere forma perché è già lì, permea i luoghi in cui si muovono i due protagonisti e li insegue. I ragazzi si trovano in una perenne fuga dal disastro ma il fato, la violenza e la bruciante indifferenza degli esseri umani li condanna ad una ciclicità malsana e terribilmente ingiusta. Una visione dura, necessaria, toccante.

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Una Tomba per le Lucciole. Studio Ghibli

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Akira (1988)

Katsuhiro Otomo scrive e dirige, traendo la storia dall’omonimo manga del 1982 da lui stesso ideato, uno dei capolavori cyberpunk post-apocalittici della storia dell’animazione giapponese. È difficile descrivere l’impatto culturale che Akira ha avuto nei confronti non solo della produzione animata successiva ma anche dell’interesse e della ricezione degli anime al di fuori del Giappone. In un futuro post-atomico, Neo-Tokyo è una Metropoli sporca e violenta, messa a ferro e fuoco da continui scontri fra Governo e ribelli. Dopo un inseguimento mozzafiato e l’incontro con un inquietante ragazzino dalla pelle verdastra con strane capacità, Tetsuo, giovane e insicuro centauro di una banda di teppisti, viene catturato da alcuni agenti e sottoposto a strani esperimenti. Kaneda, il capobanda, cercherà di aiutarlo.

Akira vive su tre livelli. Il primo è la spettacolarità visiva, oramai riconoscibile e mai  invecchiata, caratterizzata da grande violenza, avvenimenti inquietanti ed anima sperimentale. Il secondo è il racconto sociale: muovendosi in un contesto distopico desolante, non mancano incursioni riguardo a povertà, sottomissione, abusi di potere, alienazione, degrado morale. Il terzo livello è il rapporto fra uomo e macchina, che porta a riflettere nuovamente sui pericoli celati dietro la scienza e l’abuso della tecnologia. In un mondo dove il progresso sfrenato e la sperimentazione su cavie è prassi comune, i rischi possono essere ben peggiori della morte.

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Akira. Akira Committee Company

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Film di animazione giapponese degli anni Novanta

Ninja Scroll (1993)

Scritto e diretto da Yoshiaki Kawajiri (La città delle bestie incantatrici) e ispirato dai racconti Ninpūchō di Futaro Yamada, Ninja Scroll è un film d’animazione giapponese del 1993, prodotto da Madhouse. Si iscrive nel genere del jidaigeki-chanbara, pellicole drammatiche e storiche che combinano ambientazioni e costumi tipici del periodo Edo con combattimenti all’arma bianca fra samurai e ninja. Jubei Kibagami è un abilissimo mercenario trovatosi suo malgrado a dover fronteggiare, affiancato dalla bella e letale ninja Koga Kagero, un gruppo di bizzarri e violenti nemici. In un susseguirsi di azione mozzafiato ed evocativa messa in scena, i protagonisti sveleranno le fitte trame di un piano architettato per abbattere lo shogunato Tokugawa.

I disegni sono splendidi ancor oggi, tanto nelle sequenze di combattimento, realisticamente ispirate agli incroci di lame fra samurai per tensione e rapidità, quanto nel dettaglio e nella cura di ambienti e luci. In un crescendo senza respiro di brutalità, sangue e follia, Ninja Scroll riesce a dipingere un quadro visivo sensazionale e coraggioso, lasciando anche spazio alle relazioni fra i personaggi, non eccezionalmente approfonditi ma ugualmente coerenti e ben inseriti nel contesto. Fondendo con naturalezza politica, storia e magia Kawajiri azzecca la scelta di unire realismo e una buona componente dark-fantasy ispirata alla mitologia giapponese, rendendo quest’opera un cult prezioso, violento e coraggioso. Epiche le musiche di Kaoru Wada.

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Ninja Scroll. Madhouse

Ghost in the shell (1995)

Ghost in the Shell è annoverato fra i più apprezzati esempi di film di animazione giapponese cyberpunk, nonché il primo anime ad essere presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nel 1996. Da questa pellicola hanno preso ispirazione molti registi occidentali, fra cui Steven Spielberg, Jonathan Mostow e le sorelle Wachowski. Tratto dall’omonimo manga ideato da Masamune Shirow e pubblicato nel 1989, il film è diretto da Mamoru Oshii e prodotto dallo Studio Shochiku. 2029, Giappone. In una realtà iper-tecnologica dove si è raggiunta l’ibridazione tra essere umano e macchina si muove la Sezione 9 Pubblica Sicurezza, reparto della  polizia preposto alla risoluzione di crimini e terrorismo informatici. Tra le sue fila spicca la figura del Maggiore Motoko Kusanagi, donna cyborg con corpo e cervello completamente cibernetici che si ritroverà invischiata nel caso del “Signore dei Pupazzi”.

Grazie a quest’opera epocale l’importanza dell’animazione giapponese fu definitivamente rivalutata in occidente e sdoganata. Partendo da un contesto distopico , Ghost in the Shell restituisce una riflessione cupa e nichilistica sia della realtà attuale che del futuro prossimo, ponendo sul piatto alcune delle principali fonti di pensiero dell’era Postmoderna. Il ruolo della tecnologia nella vita dell’uomo, l’eccesso scientifico e il progresso sfrenato che hanno portato, portano e porteranno ad una simbiosi difficile e pericolosa. Quando l’uomo è macchina e quando la macchina è uomo? Questo è il dilemma concretizzato nella forte e sensuale eroina, che si muove in un’atmosfera cupa ed opprimente. Furono prodotti un sequel, Ghost in the Shell – L’attacco dei cyborg del 2004, diretto da Oshii, e un deludente live-action del 2017 di Rupert Sanders con Scarlett Johansson e Takeshi Kitano.

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Ghost in the Shell. Studio Shochiku

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Memories (1995)

Memories è un lungometraggio d’animazione giapponese composto da tre episodi, diretti da altrettanti registi, prodotto dalla Bandai Visual nel 1995. L’opera è stata realizzata, sulla base di un’idea di Katsuhiro Ōtomo, dagli sforzi congiunti degli studi Madhouse e Studio 4°C. In terra nipponica, almeno agli autori, piace costruire film tripartiti ponendoli come terreno fertile di sperimentazione e novità. Questo Memories, intruglio di fantascienza, steampunk e filosofia, non fa certo eccezione, e saprà incantare e destabilizzare molti spettatori. Le meravigliose animazioni risentono, ovviamente in positivo, dell’influenza e della supervisione di Ōtomo, esattamente come i temi trattati sono quelli cari al regista.

Il primo episodio, intitolato Magnetic Rose, è stato diretto da Koji Morimoto e scritto da Satoshi Kon: narra le vicende di un gruppo di netturbini spaziali che vengono in contatto con una nave alla deriva, abitata da una misteriosa donna. Il secondo episodio, Stink Bomb, è diretto da Tensai Okamura e scritto da Ōtomo: tratta di un chimico che, a causa di un fatale errore, diventa un’arma chimica ambulante (questo episodio, probabilmente, sarà di ispirazione a Junji Ito, quasi trent’anni dopo, per la realizzazione del manga Gyo). Il terzo ed ultimo episodio, Cannon Fodder, è stato scritto e diretto da Ōtomo: si ambienta in una metropoli distopica dove la quotidianità degli abitanti è scandita dalla ricarica di enormi cannoni che sparano senza sosta verso un nemico invisibile e velato.

Memories. Bandai Visual, Madhouse, 4°C

Perfect blue (1997)

Al debutto alla regia, il compianto Satoshi Kon, scomparso a soli quarantasette anni per un tumore, firma uno dei capolavori della sua breve ma significativa filmografia. Questa pellicola è stata prodotta e distribuita esclusivamente per l’home video e proposta in sala solo in un secondo momento, in seguito al successo esplosivo che riscosse. La pellicola narra le vicende di Mima Kirigoe, nota e amatissima pop-idol del gruppo CHAM!, che decide di ritirarsi dal mondo della musica per iniziare una carriera da attrice. La sua vita inizia però a stravolgersi poco a poco, diviene vittima di stalking, le certezze si frantumano e quando entra in gioco un misterioso assassino il confine fra reale e irreale si assottiglia.

Perfect Blue è il primo lavoro di Kon eppure riesce ad essere summa di tutta la sua poetica. Estremamente sensibile alle contraddizioni e alla difficoltà dell’uomo immerso nella società, in particolare quella estremamente controversa del Giappone, l’autore crea un thriller psicologico dal sapore classico, che gioca meravigliosamente con le prospettive. Realtà, finzione ed immaginazione si mischiano in una spirale vorticosa, mentre illusioni, sogni e destino non si distinguono più. I piani di realtà e di narrazione si incrociano e sovrappongono, dando vita a sequenze iconiche e suggestive. Attraverso Mima il ruolo fra soggetto e oggetto si rovescia e muta, analizzando il concetto di finzione e il rapporto, morboso ed egoistico, fra spettacolo e spettatore, fra vita vera e messa in scena.

Perfect Blue. Madhouse, Rex Entertainment

Principessa Mononoke (1997)

Principessa Mononoke è una pellicola realizzata dai nomi più conosciuti dell’animazione giapponese. È scritta e diretta da Hayao Miyazaki e prodotta dallo Studio Ghibli, dopo essere stata in gestazione fin dagli anni settanta. Periodo Muromachi: Ashitaka è un giovane principe, ferito durante uno scontro fra il proprio villaggio e un enorme cinghiale infuriatosi e trasformatosi in un demone. Colpito da una terribile maledizione, inizia un viaggio alla ricerca di una cura che si dice possegga un misterioso Dio della Foresta. Sullo sfondo un violento scontro fra la Città del Ferro, un’enorme villaggio-ferriera sviluppatosi tramite il disboscamento e la depredazione del territorio, e i magici guardiani della selva circostante fra cui una giovane ragazza allevata dai lupi.

Uno dei numerosi capolavori del maestro Miyazaki. Un cantico della selva, una poesia in lode alla natura. Principessa Mononoke riflette con vigore sull’eterno scontro fra la civiltà umana e il costo della sua sopravvivenza e l’ambiente in cui viviamo. Visivamente incantevole e capace di lasciare il segno nell’anima, Princess Mononoke prende la mitologia e la trasforma in mito, in ricordo e racconto di un dualismo eterno e apparentemente idiosincratico ma che nasconde al suo interno profondi livelli di lettura. Male e bene sono concetti relativi, fumosi e mai definibili concretamente: allo stesso modo il desidero di sopravvivenza dell’uomo, dunque dell’animale, può spingere ad azioni che danzano fra varie tonalità della moralità. Fantasia, guerra, amore, avventura, ricchezza, potere, violenza: tutto in un film splendido.

Principessa Mononoke. Studio Ghibli

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The End of Evangelion (1997)

The End of Evangelion è un film di animazione giapponese del 1997. Prodotto dalla Gainax, la prima metà è stata diretta da Kazuya Tsurumaki, la seconda dall’ideatore dell’opera, Hideaki Anno. The End of Evangelion, a differenza degli altri film in questa lista, non è a sé stante: è il punto di approdo della serie Neon Genesis Evangelion, creata appunto da Anno e prodotta dallo studio Gainex. La serie consta di 26 episodi, dei quali gli ultimi due hanno sempre fatto discutere molto i fan dell’opera: c’è chi li definisce un capolavoro inarrivabile, chi una brutta e ingiusta conclusione, chi come Hideaki Anno cambia parere a seconda delle situazioni… senza dare pareri, riportiamo il fatto che il budget della serie, da cui nessuno si aspettava un grande successo, a quel punto era ormai finito e gli ultimi due episodi sono stati ultimati con enormi sforzi e risorse irrisorie.

Grazie al trionfo in popolarità che ebbe la serie dopo la messa in onda, il team di Anno ebbe la possibilità di creare quello che inizialmente venne definito come finale alternativo ma che, ad oggi, risulta essere la giusta conclusione. The End of Evangelion è un incredibile esperienza visiva che condensa le storie e le psicologie dei personaggi, ben trattati nella serie, per elevarli e portarli ad un livello successivo dove la filosofia e il talento visionario di Anno hanno potuto correre a briglie sciolte. Quest’opera incredibile, per quanto non sia un film stand alone, merita a pieno di diritto di essere inserita nei migliori film d’animazione di sempre e richiede a gran voce un recupero, assieme alla serie, da parte di chi ancora non ne è venuto a contatto.

The End of Evangelion. Gainax

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Jin-Roh (1999)

Jin-Roh – Uomini e Lupi è nato dalla penna di Mamoru Oshii, che firma la sceneggiatura. Deriva dalla sua serie di racconti di fantascienza iniziati nel 1986 e denominati Kerberos Saga, di cui è una sorta di prequel. È stata la pellicola d’esordio alla regia di Hiroyuki Okiura, allievo prediletto dello stesso Oshii. In un futuro alternativo e distopico il Giappone è stato invaso ed occupato dalla Germania e, nel 1950, i tedeschi ne hanno il pieno controllo. Kazuki Fuse è il membro di una temuta squadra militare speciale anti-terrorismo impegnata nel dare la caccia ai dissidenti per metterli a tacere. Durante un blitz, mosso da sensi di colpa, non riesce ad uccidere una ragazzina la quale si suicida facendosi esplodere. Scosso dal rimorso ed allontanato dalla divisione, farà la conoscenza di una ragazza che si dichiara sorella della giovane scomparsa e di alcuni membri della resistenza.

Un piccolo gioiello, imprescindibile per gli amanti dell’animazione Giapponese. Attraverso sporchi anfratti urbani, sentimenti contrasti, spionaggio e guerriglia cittadina, la pellicola di Okiura ragiona sugli effetti della dittatura sulla società e sulla popolazione, a partire dalle frange più povere e martoriate costrette ad unirsi in una spirale malsana di malavita, violenza e terrorismo. Mentre la vicenda prende corpo attraverso l’anima dilaniato e il conflitto interiore del protagonista, ci immergiamo sempre più profondamente nell’abisso dell’Unità Speciale e nei cupi cuori dei lupi. Se il lavoro ci rende umani, come è possibile che esista un lavoro che richieda di non esserlo? Non esaltante il remake live-action del 2018 dal titolo Illang – Uomini e Lupi, diretto dal cineasta sudcoreano Kim Jee-woon.

Jin – Roh. Bandai Visual, Production I.G

Film di animazione giapponese dal 2000 ad oggi

Metropolis (2001)

Questo film d’animazione giapponese del 2001, prodotto da Madhouse, è stato diretto da Rintarō, pseudonimo di Shigeyuki Hayashi. Si tratta dell’adattamento dell’omonimo e famoso manga di Osamu Tezuka, pubblicato nel 1949, a sua volta ispirato dal capolavoro del 1927 di Fritz Lang. Il film, nonostante riprenda alcuni temi ed elementi dell’opera cartacea di riferimento, si discosta da essa risultando più fedele al lavoro del cineasta austriaco. Ambientato in un’orizzonte retrofuturistico, umani e robot convivono, con grande difficoltà, in enormi città. Macchine e androidi sono però emarginati, maltrattati e schiavizzati, costretti ad abitare nel sottosuolo e distrutti a vista qualora dovessero superare zone ad accesso limitato. Qui, Il giovane Kenichi e lo zio Shunsaku Ban vengono contattati per indagare su un misterioso traffico di organi.

Metropolis riesce ad essere una costante gioia visiva, contrapponendo l’ormai già esplorato immaginario cyberpunk ad un impianto antiquato e zeppo di strutture, veicoli ed elementi d’epoca. Non stupisce quindi trovare Katsuhiro Otomo alla sceneggiatura. Sorretta da una buona parte action, la pellicola riesce a veicolare magistralmente un’atipica lotta di classe. Scontri e confusioni d’identità, sfruttamento, classismo, xenofobia, abusi di potere politico e scientifico. Con la crudezza tipica di queste opere, ogni elemento concorre a dipingere una spettacolare incursione nella società e nelle sue dinamiche, con lo scopo di rispondere alla classica domanda: cosa rende umani gli umani?

Metropolis. Madhouse

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La città incantata (2001)

La città incantata è un film d’animazione giapponese del 2001 scritto e diretto da Hayao Miyazaki, prodotto dallo Studio Ghibli e distribuito dalla Buena Vista. Si tratta di quello che è considerato il miglior film di Miyazaki, nonché il più grande incasso nella storia della cinematografica nipponica incassando circa 330 milioni di dollari. In Giapponese superò persino Titanic. Fra i suoi maggiori riconoscimenti si annoverano l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 2002 e l’Oscar per il miglior film d’animazione nel 2003 (quest’ultimo è l’unico caso, finora, nella storia dei film d’animazione giapponese). È liberamente ispirato al romanzo fantastico Il meraviglioso paese oltre la nebbia della scrittrice Sachiko Kashiwaba

Questa meravigliosa opera, narra le avventure di Chihiro, una bambina di dieci anni che si introduce per caso, insieme ai genitori, in una città incantata abitata da yōkai (spiriti del folklore giapponese). Qui i genitori della bambina vengono trasformati in maiali dalla maga Yubaba e la piccola protagonista decide di rimanere nel regno fatato per tentare di liberarli. Giocando sull’esistenza di un mondo altro, pieno di fantasia e stramberie, La città incantata costituisce uno dei film di formazione più riusciti della storia del cinema, dove la crescita di una bambina è lo spunto per costruire un impianto visivo che colpisce i cuori degli spettatori. I temi trattati e le splendide animazioni costituiscono la base del rito di passaggio della fanciulla, ma al contempo pongono a chi guarda una serie di riflessioni sulla propria esistenza e sul proprio passato.

La città incantata. Studio Ghibli

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Mind Game (2004)

Mind Game è un film d’animazione giapponese basato sull’omonimo manga di Robin Nishi. Diretto e sceneggiato da Masaaki Yuasa (ideatore, in futuro, della serie Tatami Galaxy) al suo debutto. Il film è stato prodotto e animato dallo Studio 4°C. La colonna sonora vanta la presenza in produzione di Shin’ichirō Watanabe, creatore di serie cult come Cowboy Bebop e Samurai Champloo. Nishi è un ventenne insicuro col sogni di diventare un mangaka. Un giorno incontra Myon, ragazza di cui da piccolo era invaghito, sogna di amoreggiarvi e si ritrova a cenare nel ristorante di yakitori del padre. Due yakuza irrompono nel locale allo scopo di punire l’uomo per aver sedotto la donna di uno dei due e, in seguito alla collutazione, Nishi viene ucciso da un colpo di pistola. Il ragazzo si ritrova così al cospetto di una misteriosa entità.

Un capolavoro difficile da spiegare a parole. Un’esperienza visiva intensa, delirante e psichedelica che vive di un’impianto stilistico e narrativo fuori dagli schemi. Vengono infatti mischiate tecniche (tra cui i volti dei personaggi sovrapposti in live action), tempi, spazi e generi alla perfezione, creando un tourbillon sotto acidi di eventi, personaggi e luoghi impossibili. A metà fra la follia filosofica di Enter the Void di Gaspar Noé e il montaggio da videoclip di Dead or Alive di Takashi Miike, Mind Games supera le barriere del conosciuto e del canonico, sfida lo spettatore in un intenso gioco di possibilità e spinge a riflettere sulle nostre azioni e sulla brevità della vita. Un’immensa allucinazione strabordante di musiche e colori che rompe ogni stereotipo dell’animazione classica per spingersi ad un livello di perfezione sperimentale di rara qualità.

Mind Game. Studio 4°C

Paprika – Sognando un sogno (2006)

Paprika – Sognando un sogno è il quarto ed ultimo film scritto, disegnato e diretto da Satoshi Kon e prodotto da Madhouse. Tratto dall’omonimo romanzo di Yasutaka Tsutsui, è stato presentato alla 63ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il film visionario di Kon è un continuo flusso di immagini e colori, un fiume in piena di eventi, possibilità, trasformazioni e allucinazioni. Mettendo in gioco un impianto tecnico e visivo di altissima qualità, il regista è riuscito, come mai prima d’ora, a liberare tutti suoi spunti e la sua fantasia per spingersi a dare forma all’astratto e all’incomunicabile. Da una parte, rispetto ai film precedenti, narrativamente Paprika può lasciare confusi, alcuni infastiditi, è difficile seguire il filo omogeneo delle assurdità messe in scena: eppure la potenza delle immagini, esposte senza soluzione di continuità, lascia senza respiro.

Nel mondo futuristico di Paprika, grazie all’invenzione del DC Mini, è possibile per gli psicoanalisti immergersi nei sogni dei pazienti per studiarli a scopo terapeutico, potendo sondare sotto forma di avatar il subconscio. Nel mentre, un misterioso individuo ruba lo strumento e minaccia di usarlo per portare scompiglio nel mondo dei sogni, con conseguenze devastanti sulle persone: farli sognare ad occhi aperti per portarli alla pazzia. L’avatar chiamato Paprika tenta di scoprire il terrorista e di fermarlo. Grazie alla continua trasformazione dei corpi, degli ambienti, della realtà tutta e alla sovrapposizione labile fra spazi e vicende, forse è Kon che fa sognare ad occhi aperti.

Paprika – Sognando un sogno. Madhouse

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Sword of the Stranger (2007)

Sword of the Stranger  è un film di animazione giapponese diretto da Masahiro Andō e scritto da Fumihiko Takayama per la Bones. Ambientato nel Giappone feudale del periodo Sengoku, la narrazione segue la storia di Kotaro, un giovanissimo ragazzo costretto a fuggire dalla persecuzione di alcuni soldati. Incontrato un abile Ronin dall’oscuro passato chiamato Nanashi (Senza Nome), egli riesce a convincerlo a difenderlo dagli assalitori e a scortarlo verso un luogo sicuro. Mentre i due si mettono in viaggio, sulle coste del Giappone sbarca una delegazione inviata dall’imperatore cinese della dinastia Ming. Capeggiato dall’anziano Byakuran e difeso da un nutrito gruppo di esperti guerrieri, il manipolo inizia ad abbattere alberi per costruire uno strano e misterioso marchingegno.

L’impianto stilistico risulta accattivante e ben curato, figlio di disegni nitidi e puliti che donano un realismo veramente coinvolgente. La regia, capace di dare il giusto e coerente slancio cinetico ad ogni sequenza, è una gioia per gli amanti dei combattimenti all’arma bianca. Fluidi e ottimamente coreografati, gli scontri riescono a fondere con maestria violenza e delicatezza artistica, come una letale danza. Siamo più vicini ai wuxia di Zhang Yimou che ai freddi e rapidi scontri tipici dei samurai. Ispirato visivamente ai western di Sergio Leone e al cinema di Akira Kurosawa, Sword of the Stranger è un ottimo bilanciamento fra brutalità, guerra e avventura, sapendo anche muoversi con interesse nei topos del periodo storico e nella riflessione sull’atavico rapporto di contrasto fra il paese del Sol Levante e la Cina.

Sword of the Stranger. Bones

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Summer Wars (2009)

Summer Wars è un film d’animazione giapponese del 2009 scritto e diretto da Mamoru Hosoda e prodotto da Madhouse. Si tratta del suo quarto lungometraggio e del secondo film personale, quindi non legato a qualche brand famoso. Hosoda infatti ha iniziato la sua carriera dirigendo Digimon – Il film, pellicola del 2000 prodotta e distribuita principalmente da 20th Century Fox che riprendeva le famose gesta dei mostri digitali. Successivamente, nel 2005, ha diretto il sesto film legato alla serie One Piece, ovvero One Piece – L’isola segreta del barone Omatsuri, dove il suo stile risulta essere già ben riconoscibile. Con questo Summer Wars, Hosoda riprende l’esperienza virtuale maturata coi Digimon per dirigere uno dei suoi film migliori.

La trama si fonda su un dualismo fondamentale: da una parte, un ragazzo mago della matematica è costretto a trascorrere una vacanza in campagna, facendo finta di essere il ragazzo di un’amica; dall’altra, si viene a conoscenza del fatto che il mondo si basa su OZ, un’incredibile mondo virtuale dove chiunque può vivere, rivere allo stesso modo esperienze reali, fare attività di ogni tipo, comprare oggetti, vestiario, cibi, o addirittura sfidarsi in combattimento con il proprio avatar. Summer Wars diverte ed intrattiene, riuscendo allo stesso tempo a riflettere su tutti quegli inevitabili argomenti che scaturiscono da un setting dove gli uomini interagiscono attraverso piattaforme digitali all’avanguardia: lo scontro fra tradizione e modernità è alla base del mondo creato da Hosoda.

Summer Wars. Madhouse

Redline (2009)

Redline, nell’ambito dei film d’animazione giapponese, è un prodotto atipico e senza mezze misure. Il suo stile non lascia, nel bene o nel male, indifferenti. Potrebbe infiammare lo spettatore tanto quanto fargli storcere il naso. La pellicola prodotta da Madhouse, presentata al Locarno Film Festival del 2009, è stata scritta da Katsuhito Ishii e diretto da Takeshi Koike. Distribuito in Italia da Kazé. Avvalendosi di un comparto grafico splendido e alquanto bizzarro, Redline costituisce con l’incredibile ammontare di circa 100.000 disegni, una spirale di follia, colori e adrenalina. Accompagnano le incalzanti musiche di James Shimoji.

La Redline è la più importante corsa automobilistica illegale dello spazio e si tiene ogni 5 anni. JP è il protagonista, asso della guida e unico concorrente a guidare una vettura classica e non modificata con armi e accessori. Il suo scopo è vincere la Yellowline per qualificarsi alla Redline, competizione che si tiene sul pianeta Roboworld, luogo conosciuto per la grande segretezza militare. Pur proponendo elementi stereotipati e una trama estremamente semplice, il film porta al massimo le possibilità visive, costruendo una dimensione estetica elettrizzante e innovativa che non si potrà scordare. Curioso ed ispirato il design sia delle numerose e bizzarre razze aliene che delle futuristiche vetture.

Redline. Madhouse

Colorful (2010)

Colorful è un film d’animazione giapponese diretto da Keiichi Hara e scritto da Miho Maruo. Prodotto da Sunrise, delle animazioni si è occupato lo studio Ascension. Dopo aver lavorato come assistente regista a qualche film su Doraemon e aver diretto molti dei lungometraggi tratti dal manga Shin Chan di Yoshito Usui, Hara si fa conoscere maggiormente nel 2007 col discreto film Un’estate con Coo, dove narrava le vicende di uno yokai (spiriti del folklore giapponese), un kappa. Ma è grazie a Colorful che Hara si impone, vincendo anche numerosi premi importanti fra cui il premio per il miglior film d’animazione al trentaquattresimo Japan Academy Prize. La trama, ispirata all’omonimo romanzo di Eto Mori, racconta di un’anima peccatrice, giunta alla soglia della morte, salvata da un’entità benefica: il suo scopo sarà quello di purificarsi attraverso una reincarnazione.

L’anima, infatti, dovrà abitare per sei mesi il corpo di un giovane che si è suicidato, al fine di riflettere sui propri errori passati. Oltre all’animazione fluida e curata, di cui è figlia un’attenzione e un dettaglio per sfondi e ambientazioni davvero notevole, l’opera di Hara ha la sua forza nella rappresentazione del quotidiano. Nonostante l’inizio esoterico, la storia dell’anima che possiede il corpo del protagonista, Kobayashi Makoto, è uno slice of life capace di lasciare il segno grazie ai suoi dialoghi fortemente realistici, ai comportamenti e alle reazioni tanto mondane quanto credibili, in un lento incedere autoriflessivo. Al netto di qualche personaggio che ricade nei soliti cliché studenteschi, la narrazione riesce a mettere in risalto, senza abbandonarsi a facili giudizi, tutte le tipiche problematiche adolescenziali e i rapporti fra i giovani e la famiglia, i fratelli, gli amici e l’altro sesso.

Colorful. Ascension, Sunrise

Wolf Children (2012)

Wolf Children – Ame e Yuki i bambini lupo è stato scritto a quattro mani da Mamoru Hosoda e Satoko Okudera e diretto dallo stesso Hosoda. Del design dei personaggi si è occupato Yoshiyuki Sadamoto, celebre disegnatore del Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno. La giovane studentessa Hana vive a Tokyo e si innamora di un misterioso ragazzo incontrato a scuola. Hana scopre che l’amato è un licantropo, un’essere umano capace di trasformarsi in lupo. Accettato il fatto, i due legano fino ad avere due bambini, Ame e Yuki. Poco dopo il parto, in un infausto accidente mentre cercava di procacciare del cibo per i neonati, il padre muore affogato. Hana si ritrova così a dover crescere solitaria, fra molte difficoltà, i due pargoli, che non tarderanno a dare segni di somiglianza col genitore lupo.

La riuscita estetica della pellicola è di buona qualità ma non raggiunga mai picchi memorabili. La potenza di Wolf Children sta nel riuscire a raccontare una storia dalle dinamiche classiche con estrema dolcezza. L’elemento fantastico incarnato dalla scelta del lupo, animale comunemente considerato feroce e pericoloso, rende questo racconto di dura vita famigliare universale ed accattivante. Trovano spazio le difficoltà dovute alla condizione animale, l’emarginazione del diverso dal consorzio umano, l’amore che abbatte le barriere della diversità; ma anche l’approccio dei bambini al mondo e i cambiamenti che ne conseguono e, infine, la scelta di seguire o meno il proprio istinto.

Film animazione giapponese
Wolf Children. Madhouse, Studio Chizu

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Il giardino delle parole (2013)

Il Giardino delle Parole è il quarto lungometraggio scritto e diretto dall’animatore e mangaka Makoto Shinkai. È conosciuto dal grande pubblico specialmente per Your Name, tra i film d’animazione giapponese ad aver incassato maggiormente. Shinkai è riuscito a costruire, a partire dai cortometraggi del 1998, uno stile originale, riconoscibile ed apprezzato. I suoi film fanno leva su racconti emozionati ed un impianto visivo sempre curato e spettacolare. In questa pellicola in particolare l’attenzione all’impatto estetico, sebbene meno magniloquente di altre sue opere, raggiunge una cura maniacale. Tramite luci e colori, il regista riesce ad esaltare alla perfezione, architettura, pioggia e vegetazione del piccolo angolo di paradiso incarnato dal giardino giapponese.

Shinkai mette in scena il fortuito incontro fra due individui che, irrimediabilmente distanti, si scopriranno dolcemente attratti. ll quindicenne Takao, solito saltare la scuola nei giorni di pioggia per immergersi nella solitudine del giardino, allo scopo di disegnare modelli di scarpe; la ventisettenne Yukari, una donna misteriosa e insoddisfatta. I due veicolano una storia di solitudine, errori e insicurezza. Eppure, protetti da quel luogo che li esula dalla realtà, sapranno aprirsi l’uno all’altra lontano dalle costrizioni della società e dei luoghi comuni. In un intenso rapporto dove età non significa maturità, Takao coltiva il sogno di diventare un calzolaio e forse proprio questo elemento può aiutarli a “imparare di nuovo a camminare”.

Film animazione giapponese
Il Giardino delle Parole. ‎CoMix Wave Films

La storia della Principessa Splendente (2013)

La storia della Principessa Splendente è un film d’animazione giapponese del 2013 diretto da Isao Takahata e co-scritto dallo stesso con Riko Sakaguchi. Prodotto dallo Studio Ghibli Presentato in anteprima mondiale nel programma del Festival di Cannes 2014, si tratta dell’ultimo lavoro di Takahata, scomparso nel 2018. È stato candidato agli Oscar per il miglior film d’animazione. L’opera si basa su un antica storia popolare giapponese, conosciuta come Taketori monogatari (Il racconto di un tagliabambù). Datato attorno al secolo X, Taketori Monogatari è considerato il più antico esempio di narrativa in prosa Giapponese esistente.

In Giappone, un povero contadino, tagliato un gambo di bambù, trova al suo interno un’essere luminoso, una bambina piccola come una goccia. Il tagliatore di bambù la porta indietro dalla moglie. I due, non avendo figli, decidono di adottarla. La crescita miracolosa della ragazza, da neonata a bellissima ragazza in pochi mesi, le permette di affacciarsi subito al mondo e alla vita. Film imperdibile, che unisce colori vivaci ad un tratto leggero e sintetico. I disegni abbracciano lo spettatore ad ogni immagine, trasmettendo tramite essi sensazioni di ogni tipo: una storia bellissima per riflettere sull’essere umano e sulla vita.

Film animazione giapponese
La storia della Principessa Splendente. Studio Ghibli

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