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Film d’animazione giapponese: i migliori secondo FilmPost

Ecco alcuni fra i migliori titoli della storia dell'animazione del Paese del Sol Levante

Il cinema di animazione occupa un posto di rilievo nel panorama artistico della Settima Arte, ma spesso viene messo in disparte o trattato con sufficienza. L’invenzione e messa in pratica si aggira attorno al 1892 ad opera del regista e inventore francese Émile Reynaud. Egli inventò tecnologie ottiche come il prassinoscopio e il teatro ottico, riuscendo a proiettare sequenze di fotografie animate stampate su vetro, disegni e pantomime luminose. Con l’avvento del cinematografo dei Lumiere il cinema di animazione ha dovuto reinventarsi, iniziando un processo evolutivo ancora in corso. Fra i paesi che più di altri ha dato e continua a dare grande impulso all’animazione troviamo il Giappone. Ecco dunque una top film di animazione giapponese, in ordine cronologico e non di apprezzamento.

Attiva da almeno un secolo grazie a autori come Kenzō Masaoka e Noburō Ōfuji, la produzione animata nipponica è adesso ai vertici mondiali. Proponendo vastità e qualità difficilmente eguagliabili, film e serie TV hanno conquistato sia la cultura del paese del Sol Levante che l’estero, ponendosi in parallelo con la produzione fumettistica. L’amore per l’animazione è talmente forte che, nonostante Avengers: Endgame abbia sbancato ai botteghini di ogni angolo del pianeta, in Giappone l’incasso del ventunesimo film del quasi trentennale brand di Detective Conan è risultato superiore. Chapeau!

Indice:

Film di animazione giapponese dagli anni Settanta agli anni Ottanta

Belladonna of Sadness  (1973)

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Belladonna of Sadness è l’ultima parte della trilogia Animerama prodotta da Mushi Production. Assieme a Le mille e una notte e Cleopatra, forma un trittico dedicato a tematiche e immagini adulte. La trilogia è scritta e diretta da Eiichi Yamamoto e da “il dio dei manga” Osamu Tezuka. Ispirato al romanzo La Strega del francese Jules Michelet, l’opera, unica ad essere stata interamente realizzata da Yamamoto, è ambientata nella Francia rurale, in epoca medievale. Jean e Jeanne, una giovane coppia appena sposata, stanno passando felicemente la loro prima notte di nozze. Lei, a causa dello ius primae noctis, viene presa e violentata dal barone locale. La coppia prosegue la propria esistenza oramai contaminata, spezzata, e la giovane si accinge ad una spirale di eventi che la porteranno ad essere accusata di stregoneria.

Violento, erotico, onirico. Belladonna of Sadness riunisce questi elementi in un canto di ribellione, sofferenza, emancipazione. I rapporti fra individui all’interno del villaggio vengono sviscerati senza filtri e i cambiamenti sociali, riscontrati in un luogo racchiuso, vengono portati ad una riflessione generale sul modus operandi dell’essere umano. Fra spiriti, apparizioni e sequenze surreali la donna preda diviene cacciatrice, in un inno alla potenza e alle possibilità, tanto dolci quanto terribili, del femminile. Spinti da un’animazione sublime e frastagliata che avvolge sequenze costruite per ricordare gli emakimono (opere di narrativa illustrata orizzontale), Eros e Thanatos si scontrano, avvicinano e uniscono fino a confondersi in un’opera d’arte psichedelica e indimenticabile.

Barefoot Gen (1983)

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Questo film d’animazione giapponese non è di guerra ma sulla guerra e sulle sue conseguenze. Basato sull’omonima serie manga di Keiji Nakazawa, serializzata a partire dal 1976, Barefoot Gen è stato diretto da Mori Masaki. L’opera di Nakazawa è un racconto autobiografico dell’autore, superstite della catastrofe di Hiroshima. Il film segue dunque le vicende di una famiglia giapponese che abita la città. Partendo dal punto di vista puro del bambino Gen, vengono illustrati gli eventi legati al bombardamento e sviscerato il desiderio di sopravvivenza delle vittime. I superstiti sono spinti, nonostante la terribile vicenda, a sperare, a guardare al futuro e a tentare di ricostruire con tempo e sudore ciò che in un istante è stato brutalmente spazzato via.

Il film parte dalle difficoltà e dal dolore che la popolazione è costretta a subire in periodo bellico, sublimate nella sequenza dello scoppio della bomba, uno dei punti più crudi, impattanti e incredibili della storia dell’animazione. L’olocausto nucleare è ripreso con estremo realismo e attinenza storica, tralasciando elementi di fantasia comuni a molte delle declinazioni di questa tragedia. Ne emerge, fra la vastità delle opere su questo argomento, come un anime dal taglio documentaristico. Barefoot Gen permette all’uomo contemporaneo di vedere l’invisibile, di concretizzare davanti agli occhi sgomenti ciò che parrebbe solo un paragrafo di un libro di storia, un sogno lontano e fumoso.

Una tomba per le lucciole (1988)

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Una tomba per le lucciole è probabilmente l’opera di animazione più conosciuta riguardante la difficile vita dei giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale. Scritto e diretto dall’altro maestro dello Studio Ghibli, Isaho Takahata, è basato su un racconto breve semi-autobiografico di Akiyuki Nosaka. Ambientato a Kobe, capitale della prefettura di Hyogo, il film racconta la strenue resistenza di Seita e Setsuko, fratello e sorella, che tentano di sopravvivere alla morsa del destino. Fame e guerra dipingono un mondo dove la speranza, a differenza del detto, è già morta. La realtà non è più riscrivibile, nemmeno attraverso lo sguardo innocente di una bambina di quattro anni e non c’è più spazio per la felicità.

Mentre Barefoot Gen mostrava senza freni la tragedia per poterne prende le mosse, slanciato verso un futuro di possibilità e speranza, l’opera di Takahata non lascia spazio né all’immaginazione né alla speranza. La morte, le lacrime, i cadaveri, sono posti in evidenza sin dalle prime immagini. Il dramma non deve prendere forma perché è già lì, permea i luoghi in cui si muovono i due protagonisti e li insegue. I ragazzi si trovano in una perenne fuga dal disastro ma il fato, la violenza e la bruciante indifferenza degli esseri umani li condanna ad una ciclicità malsana e terribilmente ingiusta. Una visione dura, necessaria, toccante.

Akira (1988)

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Katsuhiro Otomo scrive e dirige, traendo la storia dall’omonimo manga del 1982 da lui stesso ideato, uno dei capolavori cyberpunk post-apocalittici della storia dell’animazione giapponese. È difficile descrivere l’impatto culturale che Akira ha avuto nei confronti non solo della produzione animata successiva ma anche dell’interesse e della ricezione degli anime al di fuori del Giappone. In un futuro post-atomico, Neo-Tokyo è una Metropoli sporca e violenta, messa a ferro e fuoco da continui scontri fra Governo e ribelli. Dopo un inseguimento mozzafiato e l’incontro con un inquietante ragazzino dalla pelle verdastra con strane capacità, Tetsuo, giovane e insicuro centauro di una banda di teppisti, viene catturato da alcuni agenti e sottoposto a strani esperimenti. Kaneda, il capobanda, cercherà di aiutarlo.

Akira vive su tre livelli. Il primo è la spettacolarità visiva, oramai riconoscibile e mai  invecchiata, caratterizzata da grande violenza, avvenimenti inquietanti ed anima sperimentale. Il secondo è il racconto sociale: muovendosi in un contesto distopico desolante, non mancano incursioni riguardo a povertà, sottomissione, abusi di potere, alienazione, degrado morale. Il terzo livello è il rapporto fra uomo e macchina, che porta a riflettere nuovamente sui pericoli celati dietro la scienza e l’abuso della tecnologia. In un mondo dove il progresso sfrenato e la sperimentazione su cavie è prassi comune, i rischi possono essere ben peggiori della morte.

Film di animazione giapponese degli anni Novanta

Ninja Scroll (1993)

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Scritto e diretto da Yoshiaki Kawajiri (La città delle bestie incantatrici) e ispirato dai racconti Ninpūchō di Futaro Yamada, Ninja Scroll è un film d’animazione giapponese del 1993, prodotto da Madhouse. Si iscrive nel genere del jidaigeki-chanbara, pellicole drammatiche e storiche che combinano ambientazioni e costumi tipici del periodo Edo con combattimenti all’arma bianca fra samurai e ninja. Jubei Kibagami è un abilissimo mercenario trovatosi suo malgrado a dover fronteggiare, affiancato dalla bella e letale ninja Koga Kagero, un gruppo di bizzarri e violenti nemici. In un susseguirsi di azione mozzafiato ed evocativa messa in scena, i protagonisti sveleranno le fitte trame di un piano architettato per abbattere lo shogunato Tokugawa.

I disegni sono splendidi ancor oggi, tanto nelle sequenze di combattimento, realisticamente ispirate agli incroci di lame fra samurai per tensione e rapidità, quanto nel dettaglio e nella cura di ambienti e luci. In un crescendo senza respiro di brutalità, sangue e follia, Ninja Scroll riesce a dipingere un quadro visivo sensazionale e coraggioso, lasciando anche spazio alle relazioni fra i personaggi, non eccezionalmente approfonditi ma ugualmente coerenti e ben inseriti nel contesto. Fondendo con naturalezza politica, storia e magia Kawajiri azzecca la scelta di unire realismo e una buona componente dark-fantasy ispirata alla mitologia giapponese, rendendo quest’opera un cult prezioso, violento e coraggioso. Epiche le musiche di Kaoru Wada.

Ghost in the shell (1995)

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Ghost in the Shell è annoverato fra i più apprezzati esempi di film di animazione giapponese cyberpunk, nonché il primo anime ad essere presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nel 1996. Da questa pellicola hanno preso ispirazione molti registi occidentali, fra cui Steven Spielberg, Jonathan Mostow e le sorelle Wachowski. Tratto dall’omonimo manga ideato da Masamune Shirow e pubblicato nel 1989, il film è diretto da Mamoru Oshii e prodotto dallo Studio Shochiku. 2029, Giappone. In una realtà iper-tecnologica dove si è raggiunta l’ibridazione tra essere umano e macchina si muove la Sezione 9 Pubblica Sicurezza, reparto della  polizia preposto alla risoluzione di crimini e terrorismo informatici. Tra le sue fila spicca la figura del Maggiore Motoko Kusanagi, donna cyborg con corpo e cervello completamente cibernetici che si ritroverà invischiata nel caso del “Signore dei Pupazzi”.

Grazie a quest’opera epocale l’importanza dell’animazione giapponese fu definitivamente rivalutata in occidente e sdoganata. Partendo da un contesto distopico , Ghost in the Shell restituisce una riflessione cupa e nichilistica sia della realtà attuale che del futuro prossimo, ponendo sul piatto alcune delle principali fonti di pensiero dell’era Postmoderna. Il ruolo della tecnologia nella vita dell’uomo, l’eccesso scientifico e il progresso sfrenato che hanno portato, portano e porteranno ad una simbiosi difficile e pericolosa. Quando l’uomo è macchina e quando la macchina è uomo? Questo è il dilemma concretizzato nella forte e sensuale eroina, che si muove in un’atmosfera cupa ed opprimente. Furono prodotti un sequel, Ghost in the Shell – L’attacco dei cyborg del 2004, diretto da Oshii, e un deludente live-action del 2017 di Rupert Sanders con Scarlett Johansson e Takeshi Kitano.

Perfect blue (1997)

Al debutto alla regia, il compianto Satoshi Kon, scomparso a soli quarantasette anni per un tumore, firma uno dei capolavori della sua breve ma significativa filmografia. Questa pellicola è stata prodotta e distribuita esclusivamente per l’home video e proposta in sala solo in un secondo momento, in seguito al successo esplosivo che riscosse. La pellicola narra le vicende di Mima Kirigoe, nota e amatissima pop-idol del gruppo CHAM!, che decide di ritirarsi dal mondo della musica per iniziare una carriera da attrice. La sua vita inizia però a stravolgersi poco a poco, diviene vittima di stalking, le certezze si frantumano e quando entra in gioco un misterioso assassino il confine fra reale e irreale si assottiglia.

Perfect Blue è il primo lavoro di Kon eppure riesce ad essere summa di tutta la sua poetica. Estremamente sensibile alle contraddizioni e alla difficoltà dell’uomo immerso nella società, in particolare quella estremamente controversa del Giappone, l’autore crea un thriller psicologico dal sapore classico, che gioca meravigliosamente con le prospettive. Realtà, finzione ed immaginazione si mischiano in una spirale vorticosa, mentre illusioni, sogni e destino non si distinguono più. I piani di realtà e di narrazione si incrociano e sovrappongono, dando vita a sequenze iconiche e suggestive. Attraverso Mima il ruolo fra soggetto e oggetto si rovescia e muta, analizzando il concetto di finzione e il rapporto, morboso ed egoistico, fra spettacolo e spettatore, fra vita vera e messa in scena.

Princess Mononoke (1997)

Princess Mononoke è una pellicola realizzata dai nomi più conosciuti dell’animazione giapponese. È scritta e diretta da Hayao Miyazaki e prodotta dallo Studio Ghibli, dopo essere stata in gestazione fin dagli anni settanta. Periodo Muromachi: Ashitaka è un giovane principe, ferito durante uno scontro fra il proprio villaggio e un enorme cinghiale infuriatosi e trasformatosi in un demone. Colpito da una terribile maledizione, inizia un viaggio alla ricerca di una cura che si dice possegga un misterioso Dio della Foresta. Sullo sfondo un violento scontro fra la Città del Ferro, un’enorme villaggio-ferriera sviluppatosi tramite il disboscamento e la depredazione del territorio, e i magici guardiani della selva circostante fra cui una giovane ragazza allevata dai lupi.

Uno dei numerosi capolavori del maestro Miyazaki. Un cantico della selva, una poesia in lode alla natura. Princess Mononoke riflette con vigore sull’eterno scontro fra la civiltà umana e il costo della sua sopravvivenza e l’ambiente in cui viviamo. Visivamente incantevole e capace di lasciare il segno nell’anima, Princess Mononoke prende la mitologia e la trasforma in mito, in ricordo e racconto di un dualismo eterno e apparentemente idiosincratico ma che nasconde al suo interno profondi livelli di lettura. Male e bene sono concetti relativi, fumosi e mai definibili concretamente: allo stesso modo il desidero di sopravvivenza dell’uomo, dunque dell’animale, può spingere ad azioni che danzano fra varie tonalità della moralità. Fantasia, guerra, amore, avventura, ricchezza, potere, violenza: tutto in un film splendido.

Jin-Roh (1999)

Jin-Roh – Uomini e Lupi è nato dalla penna di Mamoru Oshii, che firma la sceneggiatura. Deriva dalla sua serie di racconti di fantascienza iniziati nel 1986 e denominati Kerberos Saga, di cui è una sorta di prequel. È stata la pellicola d’esordio alla regia di Hiroyuki Okiura, allievo prediletto dello stesso Oshii. In un futuro alternativo e distopico il Giappone è stato invaso ed occupato dalla Germania e, nel 1950, i tedeschi ne hanno il pieno controllo. Kazuki Fuse è il membro di una temuta squadra militare speciale anti-terrorismo impegnata nel dare la caccia ai dissidenti per metterli a tacere. Durante un blitz, mosso da sensi di colpa, non riesce ad uccidere una ragazzina la quale si suicida facendosi esplodere. Scosso dal rimorso ed allontanato dalla divisione, farà la conoscenza di una ragazza che si dichiara sorella della giovane scomparsa e di alcuni membri della resistenza.

Un piccolo gioiello, imprescindibile per gli amanti dell’animazione Giapponese. Attraverso sporchi anfratti urbani, sentimenti contrasti, spionaggio e guerriglia cittadina, la pellicola di Okiura ragiona sugli effetti della dittatura sulla società e sulla popolazione, a partire dalle frange più povere e martoriate costrette ad unirsi in una spirale malsana di malavita, violenza e terrorismo. Mentre la vicenda prende corpo attraverso l’anima dilaniato e il conflitto interiore del protagonista, ci immergiamo sempre più profondamente nell’abisso dell’Unità Speciale e nei cupi cuori dei lupi. Se il lavoro ci rende umani, come è possibile che esista un lavoro che richieda di non esserlo? Non esaltante il remake live-action del 2018 dal titolo Illang – Uomini e Lupi, diretto dal cineasta sudcoreano Kim Jee-woon.

Film di animazione giapponese dal 2000 ad oggi

Metropolis (2001)

Questo film del 2001, prodotto da Madhouse, è stato diretto da Rintarō, pseudonimo di Shigeyuki Hayashi. Si tratta dell’adattamento dell’omonimo e famoso manga di Osamu Tezuka, pubblicato nel 1949, a sua volta ispirato dal capolavoro del 1927 di Fritz Lang. Il film, nonostante riprenda alcuni temi ed elementi dell’opera cartacea di riferimento, si discosta da essa risultando più fedele al lavoro del cineasta austriaco. Ambientato in un’orizzonte retrofuturistico, umani e robot convivono, con grande difficoltà, in enormi città. Macchine e androidi sono però emarginati, maltrattati e schiavizzati, costretti ad abitare nel sottosuolo e distrutti a vista qualora dovessero superare zone ad accesso limitato. Qui, Il giovane Kenichi e lo zio Shunsaku Ban vengono contattati per indagare su un misterioso traffico di organi.

Metropolis riesce ad essere una costante gioia visiva, contrapponendo l’ormai già esplorato immaginario cyberpunk ad un impianto antiquato e zeppo di strutture, veicoli ed elementi d’epoca. Non stupisce quindi trovare Katsuhiro Otomo alla sceneggiatura. Sorretta da una buona parte action, la pellicola riesce a veicolare magistralmente un’atipica lotta di classe. Scontri e confusioni d’identità, sfruttamento, classismo, xenofobia, abusi di potere politico e scientifico. Con la crudezza tipica di queste opere, ogni elemento concorre a dipingere una spettacolare incursione nella società e nelle sue dinamiche, con lo scopo di rispondere alla classica domanda: cosa rende umani gli umani?

Mind Game (2004)

Mind Game è un film d’animazione giapponese basato sull’omonimo manga di Robin Nishi. Diretto e sceneggiato da Masaaki Yuasa (ideatore, in futuro, della serie Tatami Galaxy) al suo debutto. Il film è stato prodotto e animato dallo Studio 4°C. La colonna sonora vanta la presenza in produzione di Shin’ichirō Watanabe, creatore di serie cult come Cowboy Bebop e Samurai Champloo. Nishi è un ventenne insicuro col sogni di diventare un mangaka. Un giorno incontra Myon, ragazza di cui da piccolo era invaghito, sogna di amoreggiarvi e si ritrova a cenare nel ristorante di yakitori del padre. Due yakuza irrompono nel locale allo scopo di punire l’uomo per aver sedotto la donna di uno dei due e, in seguito alla collutazione, Nishi viene ucciso da un colpo di pistola. Il ragazzo si ritrova così al cospetto di una misteriosa entità.

Un capolavoro difficile da spiegare a parole. Un’esperienza visiva intensa, delirante e psichedelica che vive di un’impianto stilistico e narrativo fuori dagli schemi. Vengono infatti mischiate tecniche (tra cui i volti dei personaggi sovrapposti in live action), tempi, spazi e generi alla perfezione, creando un tourbillon sotto acidi di eventi, personaggi e luoghi impossibili. A metà fra la follia filosofica di Enter the Void di Gaspar Noé e il montaggio da videoclip di Dead or Alive di Takashi Miike, Mind Games supera le barriere del conosciuto e del canonico, sfida lo spettatore in un intenso gioco di possibilità e spinge a riflettere sulle nostre azioni e sulla brevità della vita. Un’immensa allucinazione strabordante di musiche e colori che rompe ogni stereotipo dell’animazione classica per spingersi ad un livello di perfezione sperimentale di rara qualità.

Sword of the Stranger (2007)

Sword of the Stranger  è un film di animazione giapponese diretto da Masahiro Andō e scritto da Fumihiko Takayama per la Bones. Ambientato nel Giappone feudale del periodo Sengoku, la narrazione segue la storia di Kotaro, un giovanissimo ragazzo costretto a fuggire dalla persecuzione di alcuni soldati. Incontrato un abile Ronin dall’oscuro passato chiamato Nanashi (Senza Nome), egli riesce a convincerlo a difenderlo dagli assalitori e a scortarlo verso un luogo sicuro. Mentre i due si mettono in viaggio, sulle coste del Giappone sbarca una delegazione inviata dall’imperatore cinese della dinastia Ming. Capeggiato dall’anziano Byakuran e difeso da un nutrito gruppo di esperti guerrieri, il manipolo inizia ad abbattere alberi per costruire uno strano e misterioso marchingegno.

L’impianto stilistico risulta accattivante e ben curato, figlio di disegni nitidi e puliti che donano un realismo veramente coinvolgente. La regia, capace di dare il giusto e coerente slancio cinetico ad ogni sequenza, è una gioia per gli amanti dei combattimenti all’arma bianca. Fluidi e ottimamente coreografati, gli scontri riescono a fondere con maestria violenza e delicatezza artistica, come una letale danza. Siamo più vicini ai wuxia di Zhang Yimou che ai freddi e rapidi scontri tipici dei samurai. Ispirato visivamente ai western di Sergio Leone e al cinema di Akira Kurosawa, Sword of the Stranger è un ottimo bilanciamento fra brutalità, guerra e avventura, sapendo anche muoversi con interesse nei topos del periodo storico e nella riflessione sull’atavico rapporto di contrasto fra il paese del Sol Levante e la Cina.

Redline (2009)

Redline, nell’ambito dei film d’animazione giapponese, è un prodotto atipico e senza mezze misure. Il suo stile non lascia, nel bene o nel male, indifferenti. Potrebbe infiammare lo spettatore tanto quanto fargli storcere il naso. La pellicola prodotta da Madhouse, presentata al Locarno Film Festival del 2009, è stata scritta da Katsuhito Ishii e diretto da Takeshi Koike. Distribuito in Italia da Kazé. Avvalendosi di un comparto grafico splendido e alquanto bizzarro, Redline costituisce con l’incredibile ammontare di circa 100.000 disegni, una spirale di follia, colori e adrenalina. Accompagnano le incalzanti musiche di James Shimoji.

La Redline è la più importante corsa automobilistica illegale dello spazio e si tiene ogni 5 anni. JP è il protagonista, asso della guida e unico concorrente a guidare una vettura classica e non modificata con armi e accessori. Il suo scopo è vincere la Yellowline per qualificarsi alla massima gara, competizione che si tiene sul pianeta ospitante Roboworld, luogo misterioso e conosciuto per la grande segretezza militare. Pur proponendo elementi stereotipati e una trama estremamente semplice, il film porta al massimo le possibilità visive, costruendo una dimensione estetica elettrizzante e innovativa che non si potrà scordare. Curioso ed ispirato il design sia delle numerose e bizzarre razze aliene che delle futuristiche vetture.

Wolf Children (2012)

Wolf Children – Ame e Yuki i bambini lupo è un film d’animazione giapponese scritto a quattro mani da Mamoru Hosoda (La ragazza che saltava nel tempo, Summer Wars) e Satoko Okudera e diretto dallo stesso Hosoda. Del design dei personaggi si è occupato Yoshiyuki Sadamoto, celebre disegnatore del Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno. La giovane studentessa Hana vive a Tokyo e si innamora di un misterioso ragazzo incontrato a scuola. Hana scopre che l’amato è un licantropo, un’essere umano capace di trasformarsi in lupo. Accettato il fatto, i due legano fino ad avere due bambini, Ame e Yuki. Poco dopo il parto, in un infausto accidente mentre cercava di procacciare del cibo per i neonati, il padre muore affogato. Hana si ritrova così a dover crescere solitaria, fra molte difficoltà, i due pargoli, che non tarderanno a dare segni di somiglianza col genitore lupo.

La riuscita estetica della pellicola è di buona qualità ma non raggiunga mai picchi memorabili. La potenza di Wolf Children sta nel riuscire a raccontare una storia dalle dinamiche classiche con estrema dolcezza. L’elemento fantastico incarnato dalla scelta del lupo, animale comunemente considerato feroce e pericoloso, rende questo racconto di dura vita famigliare universale ed accattivante. Trovano spazio le difficoltà dovute alla condizione animale, l’emarginazione del diverso dal consorzio umano, l’amore che abbatte le barriere della diversità; ma anche l’approccio dei bambini al mondo e i cambiamenti che ne conseguono e, infine, la scelta di seguire o meno il proprio istinto.

Il giardino delle parole (2013)

Il Giardino delle Parole è il quarto lungometraggio scritto e diretto dall’animatore e mangaka Makoto Shinkai. È conosciuto dal grande pubblico specialmente per Your Name, tra i film d’animazione giapponese ad aver incassato maggiormente. Shinkai è riuscito a costruire, a partire dai cortometraggi del 1998, uno stile originale, riconoscibile ed apprezzato. I suoi film fanno leva su racconti emozionati ed un impianto visivo sempre curato e spettacolare. In questa pellicola in particolare l’attenzione all’impatto estetico, sebbene meno magniloquente di altre sue opere, raggiunge una cura maniacale. Tramite luci e colori, il regista riesce ad esaltare alla perfezione, architettura, pioggia e vegetazione del piccolo angolo di paradiso incarnato dal giardino giapponese.

Shinkai mette in scena il fortuito incontro fra due individui che, irrimediabilmente distanti, si scopriranno dolcemente attratti. ll quindicenne Takao, solito saltare la scuola nei giorni di pioggia per immergersi nella solitudine del giardino, allo scopo di disegnare modelli di scarpe; la ventisettenne Yukari, una donna misteriosa e insoddisfatta. I due veicolano una storia di solitudine, errori e insicurezza. Eppure, protetti da quel luogo che li esula dalla realtà, sapranno aprirsi l’uno all’altra lontano dalle costrizioni della società e dei luoghi comuni. In un intenso rapporto dove età non significa maturità, Takao coltiva il sogno di diventare un calzolaio e forse proprio questo elemento può aiutarli a “imparare di nuovo a camminare”.

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