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Bacurau: recensione del Premio della giuria di Cannes 2019

Recensione del film brasiliano vincitore ex aequo del Premio della giuria al Festival di Cannes 2019

Bacurau: recensione. Il Festival di Cannes 2019 è attestazione di questa prolifica e memorabile annata per il cinema brasiliano, che ottiene due ambiti riconoscimenti. Vincitore del Premio Un Certain Regard lo struggente dramma La vita invisibile di Euridice Gusmão di Karim Aïnouz, distribuito in Italia da Officine Ubu; a Bacurau, scritto e diretto da Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles, ex aequo con Les Misèrables di Ladj Ly, il Premio della giuria. La pellicola riparte dal delicato lavoro di riflessione sociale compiuto in Aquarius e lo estremizza, dipingendo un crudo e grottesco quadro su bramosia ed egoismo umano.

La violenta globalizzazione ha quasi raggiunto ogni spiraglio del pianeta. È naturale che il panorama cinematografico di paesi a rapida crescita economica, ad esempio Cina e Brasile, proponga duri spaccati dello scontro fra tradizione e progresso. Fra gli altri, Jia Zhangke e Mendonça incarnano la volontà dei propri popoli di esprimere insofferenza nei confronti di un mondo consumista e ipocrita. L’assolata Bacurau risulta dunque territorio perfetto per far fiorire dal singolo racconto sia un amaro giudizio sul Brasile che una meditazione universale sui rapporti fra differenti culture.

Indice

Bacurau recensione – Benvenuti a Bacurau

Bacurau: recensione Premio giuria Festival Cannes 2019

Nel Sertão, arida e polverosa regione del nord-est brasiliano, una bizzarra comunità matriarcale piange la morte di Carmelita, anziana guida del gruppo. Bacurau è un luogo con usanze radicate e tratti tribali, isolato e conservatore, etimologicamente legato alle capacità di occultamento dell’omonimo volatile; gli autoctoni che popolano il villaggio sono figure strambe ed esotiche, emancipati dai costumi contemporanei ma calati nei più comuni drammi umani. La massima aristotelica dell’uomo come animale sociale è mostrata a tinte violente: l’aggregazione non è una tendenza positiva ma una brutale prevaricazione. La mancanza di risorse idriche costringe gli abitanti ad intrattenere sgradevoli rapporti con una scomoda alterità industrializzata incarnata dal sindaco Tony Jr. (Thardelly Lima).

Stranezze come la sparizione dalle mappe turbano il paese e un gruppo di turisti guidati da Michael (Udo Kier) appare in concomitanza ad efferati avvenimenti. La coppia di cineasti brasiliani compone un pastiche di generi ispirato ai western di Sergio Leone e all’elaborazione del tema dell’assedio tipico di John Carpenter, declinando la violenza in chiave tarantiniana. In questa atipica distopia ambientata in un prossimo futuro fantascienza, revenge-movie e dramma sociale si fondono per delineare un’assurda lotta per la difesa identitaria; al linguaggio delle parole si sostituisce quello del sangue.

Bacurau recensione – Un efferato trattato antropologico

Bacurau: recensione Premio giuria Festival Cannes 2019

Aquarius si basava sulla solitaria e magnifica performance di Sônia Braga (qui interpreta la dottoressa Domingas), Bacurau sottolinea invece la natura di analisi antropologica muovendo coralmente i fili della comunità. Infatti, dopo i titoli di testa, la cinepresa muove da una visione spaziale del pianeta terra fino a ritrovarsi nel villaggio: non è l’estensione o il conformismo di un gruppo a decretarne l’umanità bensì la loro storia. Come uno studioso che scopre una nuova civiltà, il taglio documentaristico della prima fase della pellicola strania lo spettatore osservando usi e costumi degli abitanti. Veniamo perciò a contatto con canti grotteschi, danze rituali, arredamenti inquietanti, strane abitudini e disinibizione sessuale.

Il pittoresco e stravagante ritratto folcloristico lascia tanto confusi quanto stimolati (in particolare per uno sguardo occidentale). La riflessione è sul grande valore di ogni microcosmo, in quanto il passato insegna che sempre gruppi di uomini hanno tentato di arrogarsi il diritto di decidere quale cultura sia migliore, progredita e quale inferiore, abietta. Il pessimismo nei riguardi dell’incontro fra mondi differenti è chiaro nella brutale climax della pellicola: la chiave di volta, tristemente, non è un tentativo di inclusione e scambio sociale ma un violenta tabula rasa perpetrata ai danni del più debole. Eppure se il modus operandi dello straniero è aggressivo, ugualmente efferata deve essere la risposta della vittima.

Bacurau recensione – Corsi e ricorsi storici

Bacurau: recensione Premio giuria Festival Cannes 2019

Il 22 Aprile del 1519 i Conquistadores spagnoli, condotti da Hernán Cortés, sbarcarono in Messico. Venuti a contatto con un popolo sconosciuto ma pacifico non ebbero alcuna esitazione: sterminarono la civiltà azteca senza remore, bramosi di ricchezza e potere. Secoli dopo, “a qualche anno da ora”, la ciclicità della storia ripresenta a Bacurau lo stesso schema di oppressione razziale e culturale. Prendendo spunto dalla teoria di Gianbattista Vico sui corsi e ricorsi della Storia, il film brasiliano porta in auge una meditazione sui lati oscuri dell’essere umano e sull’inesorabile ripetitività dei propri comportamenti distruttivi. Se prima il mostruoso invasore era iberico, ora proviene dagli Stati Uniti (forse delineato con qualche stereotipo di troppo).

La critica anti-imperialista e anti-colonialista si dipana in interessanti parallelismi, evidenziando come la crudeltà delle azioni non si affievolisca mai e, come una morbo, si adatti. Come le malattie portate dai Conquistadores furono un’arma fondamentale per vincere la resistenza dei nativi, così il sindaco porta cibi e medicine scadute, potenzialmente mortali, agli abitanti del villaggio; le risorse militari del manipolo americano sono tanto futuristiche agli occhi degli autoctoni quanto furono per un azteco cavalli, sciabole ed archibugi. Non è un caso che la più cruente delle sequenze si svolga nel piccolo museo dell’insediamento: il sangue impregna da sempre il percorso storico dell’uomo.

 Conclusione

Bacurau è un film fuori dagli schemi, crudo, scorretto: sia un canto di rivoluzione che una triste presa di coscienza. Lo sguardo storicizzante permette di realizzare una disillusa diapositiva del rapporto fra invasori ed invasi. La lente anamorfica utilizzata è ottimamente sfruttata: numerose le riprese naturalistiche e, con grande cura al dettaglio, le architetture fatiscenti sono utilizzate per sezionare l’inquadratura. La colonna sonora si muove fra partiture “esotiche” e pezzi elettronici ad alto volume che irrompono in contrasto a sequenze che mostrano le tradizioni locali.

È però necessario sottolineare un punto fondamentale: la visione richiede una buona dose di complicità da parte dello spettatore. Non è facile calarsi in una realtà così distante, diversa e apparentemente selvaggia. Bisogna accettare di farsi trasportare da un inizio didattico e compassato che, di minuto in minuto, svela il suo potenziale e le sue carte pur rimanendo ambiguo; sarcasmo, modi di fare ed alcuni indizi non cristallizzano il giudizio su buoni e cattivi ma lo confondono, mostrando le varie sfaccettature dei gruppi in gioco. Questo è un cinema rischioso, violento, anarchico: un cinema di cui si sente sempre più la necessità.

Bacurau

Voto - 8

8

Lati positivi

  • Grottesco e anarchico per tecnica e messa in scena
  • Interessante analisi politica e culturale
  • Mix di generi esplosivo e violento

Lati negativi

  • Parte dei personaggi scarna o non ben approfondita
  • Alcuni effetti visivi poco credibili

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