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Captive State: recensione del film con John Goodman

Ecco la nostra opinione sull'ultima fatica alla regia di Rupert Wyatt

Captive State recensione. Il film è stato scritto e diretto da Rupert Wyatt, già regista de “Il pianeta delle scimmie”. Alla stesura della sceneggiatura ha partecipato anche la moglie del regista, Erica Beeney. Il cast vede la presenza di attori affermati come John Goodman (10 Cloverfield Lane, Il Grande Lebowski, Argo) e Vera Farmiga (Tra le nuvole, The Conjuring e Godzilla: King of Monsters). A questi si aggiungono giovani attori molto talentuosi come Ashton Sanders e Jonathan Majors. Captive State è stato girato interamente in vere location di Chicago, in appena nove settimane Gran parte delle scene si svolgono nel quartiere etnico di Pilsen dove Wyatt aveva già lavorato per le riprese del pilot di The Exorcist.

Il regista ha dichiarato che per scrivere la sceneggiatura ha tratto ispirazione dall’opera di due registi europei: Jean-Pierre Melville e Gillo Pontecorvo. In particolare ha cercato di rievocare le atmosfere de La battaglia di Algeri, diretto dal regista italiano e L’armata degli eroi, diretto dal cineasta francese. Un’operazione a metà tra il tributo e la reinterpretazione che ha dato vita ad un’opera sci-fi che non segua gli stilemi dettati dal genere negli ultimi anni. Il film è consigliato a tutti coloro sono in cerca di un film di fantascienza che cerca di andare fuori dai soliti schemi. Eric Pascarelli supervisore agli effetti speciali ha dichiarato:

Questo non è un film con le astronavi che volano dappertutto, le monorotaie e tutte quelle cose che in genere popolano le pellicole ambientate nel futuro. È tutto molto realistico. ambientato per le strade di Chicago, che erano già talmente perfette da non necessitare l’uso di effetti visivi.”

Indice

Captive State recensione del film diretto da Ruper Wyatt

Il film è ambientato nel 2025 in un’irriconoscibile Chicago, nove anni dopo una terribile invasione aliena. Una volta giunto sulla nostra Terra uno sconosciuto popolo extraterrestre ha improvvisamente reso inutilizzabile ogni tipo di apparecchiatura elettronica. Grazie a questo espediente e alla loro schiacciante superiorità militare e tecnologica l’uomo non ha potuto opporsi all’occupazione. Lo scopo della civiltà aliena non è quello di conquistare la Terra bensì quello di appropriarsi delle risorse di cui è ricco il nostro pianeta. L’intera umanità è stata spinta sull’orlo del baratro, costretta a vivere in uno stato di polizia dove ogni individuo è tenuto sotto stretta sorveglianza. Gli alieni hanno infatti installato in ogni persona un particolare parassita che permette di tracciare con precisione qualsiasi movimento o azione. Un moderno e opprimente Medioevo dove ogni città diventa un universo a sé stante data l’impossibilità di comunicare attraverso qualsivoglia strumento tecnologico.

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Da questa terribile realtà emergono con dolore i tre protagonisti della storia. William Mulligan (John Goodman) è un poliziotto al servizio degli invasori, il suo compito è indagare sui membri di un’organizzazione ribelle il cui scopo è quello di minare lo strapotere alieno. Il suo lavoro lo porta a concentrarsi in particolare sulla sorveglianza dei fratelli Drummond, figli di quello che prima dell’invasione era il suo più caro amico e collega. Rafe (Jonathan Majors), il maggiore dei due, faceva parte dei ribelli e viene dichiarato morto dopo un attentato andato male. Il fratello minore Gabriel (Ashton Sanders) è costretto a crescere da solo, supportato solo da Mulligan e le sue conoscenze. Il destino dei tre  sembra essere legato a doppio filo a quello degli altri, dove sopravvive uno sembra dover morire l’altro. Saranno pronti a donarsi anima e corpo per difendere fino in fondo i loro ideali?

Captive State recensione dell’atipico film di fantascienza

John Goodman si è rivelato negli anni essere uno degli attori più talentuosi e versatili di Hollywood, riuscendo a passare da un ruolo all’altro con estrema facilità. In Captive State non si smentisce, regalandoci un’interpretazione intensa e ricca di sfaccettature. Il suo poliziotto è un uomo serio e ligio al dovere che segue gli ordini degli alieni riuscendo a mantenere comunque una spiccata umanità. Goodman per tutto il corso della storia non fa altro che giocare con le sfumature del suo personaggio, riuscendo a mischiare di continuo le carte in tavola.

L’attore riesce a sorreggere sulle sue spalle un’opera che per quanto ambiziosa risulta essere troppo prevedibile nei suoi momenti salienti. Uno dei pochi punti forti del film, insieme alla scenografia e alle ambientazioni, un esperimento che può dirsi riuscito ma solo in parte. Un film sci-fi che parla di un’invasione aliena ma con poca fantascienza e pochi alieni.

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Una buona mossa di marketing quella messa in atto da Wyatt. Il suo intento era quello di parlare di un argomento più o meno delicato cercando di attirare il pubblico più ampio possibile. Presentando Captive State come un film di fantascienza è sicuramente riuscito nel suo intento, andando di contro ad indebolire ciò che voleva raccontare. L’occupazione e i suoi risvolti negativi vengono presentati a più riprese grazie a scene eloquenti e continue sottolineature. Una poco velata critica a quelle democrazie che spacciandosi per tali impongono invece una dittatura, andando ad incrementare la forbice tra poveri e ricchi. Un intento nobile da parte del regista e di sua moglie ma che a causa dell’eccessiva mescolanza di generi non riesce a sbocciare del tutto. Fantascienza, noir, spionaggio, dramma e thriller si fondono in un progetto che a posteriori può essere sicuramente definito come troppo ambizioso.

Captive State recensione del film con John Goodman

Appare chiaro sin da subito che gli alieni altro non sono che un pretesto narrativo e che la loro presenza sullo schermo non risulti essere fondamentale. Le scene in cui sono presenti queste misteriose creature sono poche e girate in modo confusionario. I movimenti di camera che accompagnano i pochi attacchi che portano contro gli esseri umani sono troppo veloci e l’illuminazione scarsa. Le riprese vengono sempre fatte da molto vicino o da molto lontano, facendo sì che l’immagine risulti essere sempre poco chiara. Lasciar solo intuire la presenza degli invasori attraverso gli ordini imposti alla polizia è stato sicuramente un ottimo espediente per evitare di sforare il budget previsto per le riprese. D’altro canto però rappresenta l’ennesima occasione sprecata da Wyatt e consorte, perché sebbene la presenza degli extraterrestri sia centellinata si può comunque intuire come il design degli alieni e delle loro navicelle fosse molto accattivante.

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Captive State ripercorre in modo poco convincente le orme tracciate dal cinema di Neill Blomkamp, non riuscendo ad infondere lo stesso pathos. Ad una prima parte interessante ma eccessivamente lenta segue un finale troppo prevedibile. I numerosi personaggi che si susseguono sono senz’altro animati da forti motivazioni ma non riescono comunque a far presa sulla coscienza dello spettatore. Il consiglio è comunque di recuperare questo film, se non altro per godere dell’interpretazione di John Goodman e delle interessanti e decadenti ambientazioni di una Chicago nascosta. Proprio le location dove si muovono i personaggi riescono paradossalmente a colpire più di alcuni protagonisti. Sono le vie dove quotidianamente camminiamo e ci muoviamo, ignari del fatto che un giorno potrebbero rappresentare parte di uno scenario tanto nefasto.

Captive State

Vote - 5.5

5.5

Lati positivi

  • Interpretazione John Goodman
  • Ambientazione

Lati negativi

  • Eccessiva commistione di generi
  • Mancato approfondimento degli alieni
  • Personaggi poco incisivi
  • Colpi di scena prevedibili

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