Recensioni

Sulla mia pelle: recensione del film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi

Presentato in anteprima a Venezia il toccante racconto interpretato da Alessandro Borghi e diretto da Alessio Cremonini

Come scrivere e dirigere una storia su cui si è detto tanto, troppo ma forse non tutto? Questa deve essere stata la domanda che Alessio Cremonini e la co-sceneggiatrice Lisa Nur Sultan devono essersi posti prima di iniziare questo lavoro. Uno dei fatti di cronaca nera italiana che più ha sbigottito e indignato: la morte di Stefano Cucchi avvenuta nel 2009.

Sulla mia pelle ha aperto la sezione Orizzonti della 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia meravigliando pubblico e critica. Al termine della proiezione uno scroscio di applausi ha accompagnato il commosso abbraccio tra l’attore protagonista Alessandro Borghi e la famiglia di Stefano.

Sulla mia pelle: recensione del film su Stefano Cucchi

Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri dopo essere stato visto cedere ad un uomo dei pacchetti non ben identificati. Portato immediatamente in caserma, viene perquisito e trovato in possesso di varie confezioni di hashish, cocaina e una pasticca di un medicinale per l’epilessia. Per lui viene decisa la custodia cautelare; in tale data Cucchi non ha alcun trauma fisico, ma risulta solo molto magro e denutrito.

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Il giorno dopo viene processato per direttissima mostrando già difficoltà nel camminare e nel parlare ed evidenti ematomi agli occhi e sul volto. Il giudice stabilisce che deve rimanere in custodia cautelare al carcere di Regina Coeli ma dopo l’udienza le condizioni del ragazzo peggiorano ulteriormente; viene quindi visitato in ospedale dove vengono messe a referto lesioni, fratture ed ematomi diffusi su tutto il corpo. In carcere le sue condizioni peggiorano ulteriormente fino a trovare la morte il 22 ottobre 2009.

Dopo la prima udienza i familiari cercano a più riprese di vedere, o perlomeno conoscere, le condizioni fisiche di Stefano ma senza successo. Le uniche informazioni che arriveranno alla famiglia saranno quelle relative al decesso, unitamente ad una richiesta di autopsia per capirne le ragioni.

Sulla mia pelle: analisi del film

 

L’obiettivo dichiarato del regista era quello di dare voce a chi, fino a questo momento, non aveva potuto dire la sua in nessun modo: Stefano.

Di tutta la vicenda, le polemiche, i processi, è l’ovvia ma allo stesso tempo penosa impossibilità di difendersi, di spiegarsi, da parte della vittima ad avermi toccato più profondamente: tutti possono parlare di lui, tranne lui. […] Sulla mia pelle, tra le varie cose, è un modo di battere, di opporsi alla più grande delle ingiustizie: il silenzio.

Cremonini riesce in pieno a centrare l’obiettivo che si era prefissato, narrando l’ultima settimana di Cucchi con grande sensibilità e lucidità. Usando toni pacati, usando quasi solo il suono della voce di Stefano, riesce a guidarci lungo giorni terribili e pieni di sofferenza.

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Il regista decide di non mostrare mai direttamente la violenza in quanto sul come e sul dove vige ancora un velo di mistero e omertà. Preferisce mostrare l’evoluzione dei segni lasciati sulla pelle, quelli che siamo abituati a vedere solo nell’istante catturato dalle fotografie che ritraggono il corpo esanime.

L’interpretazione di Borghi lascia senza fiato, nonostante al suo personaggio sia concessa una piccola varietà di battute. Stefano nei diversi frangenti si limitava infatti a ripetere le stesse poche cose, cercando di non mettersi in guai ulteriori e di uscire il più in fretta possibile. Un lavoro di fino quello di Borghi, fatto di gestualità, occhiate e smorfie che riescono a toccare lo spettatore nel profondo, generando livelli di empatia rari di questi tempi.

L’attore romano dopo il non facile ruolo in Non essere Cattivo torna a stupire, proiettandosi definitivamente tra i migliori interpreti italiani della sua generazione.

Sulla mia pelle: un film dai tratti documentaristici

 

Un grande pregio del film è che si presenta come un’opera super partes, Cremonini rinuncia a schierarsi in modo semplicistico da uno dei due lati. Il mondo dell’arma non viene mai demonizzato e Cucchi non viene santificato. Nel corso del film si parla in modo chiaro e diretto dei problemi con la droga del ragazzo; a più riprese si sottolinea come ne abusasse e della gran quantità che nascondesse a casa al momento dell’arresto.

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L’abilità nella stesura della sceneggiatura risiede nel fatto che il film non dipinge i secondini e i carabinieri come mostri sanguinari. I carnefici sono facilmente individuabili dallo spettatore, gli altri risultano essere figuranti che per colpa di un sistema fallato non possono e non vogliono denunciare. Il film evolve come un vero e proprio “documentario” che si attiene alla narrazione dei fatti, non lanciandosi in voli pindarici e lasciando allo spettatore le conclusioni da trarre.

La regia e la fotografia sono essenziali, volte a sottolineare la freddezza degli ambienti e delle persone con i quali Stefano è entrato in contatto. Le scene di vita familiare mostrate nonostante siano poche, rimangono impresse. A colpire sono la tristezza e la malinconia con cui vengono rappresentate.

La banalità del male, un tema fin troppo vicino a noi

 

La banalità del male” un concetto che la scrittrice tedesca Hannah Arendt ha formulato in occasione del processo ai danni di Adolf Eichmann, gerarca nazista. L’idea è che il male perpetrato da Eichmann, come dalla maggior parte dei nazisti, non fosse dovuto ad un’indole maligna quanto piuttosto a una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni.

Questo è esattamente il quadro che Cremonini dipinge con il suo film, a più di 70 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Durante ogni trasferimento, durante ogni visita e controllo gli addetti nei carceri e negli ospedali si preoccupavano solo di non finire dei guai. Il giovane era solo l’ennesimo sbandato finito in carcere chissà come e chissà perché, l’ennesima pratica da sbrigare senza troppe grane.

Il regista stesso si è detto molto colpito da questo fatto, come dai numeri che girano intorno a questa vicenda:

Stefano Cucchi viene a contatto con 140 persone […]. In pochi, pochissimi, hanno intuito il dramma che stava vivendo. È la potenza di queste cifre; quelle relative al personale incontrato da Stefano durante la detenzione che mi ha spinto a raccontare la sua storia. Sono numeri che fanno impressione, perché quei numeri sono persone

Paradossalmente colpisce ancora di più quando viene mostrata qualche figura benevola che cerca di interessarsi a Stefano. Come un animale ferito il ragazzo cerca di allontanare chiunque, sperando che il dolore che prova passerà da solo, evitando ulteriori ripercussioni.

Sulla mia pelle si presenta quindi come un’opera coraggiosa e cruda che colpisce esattamente dove si era prefissata di colpire. Un film forte che lascerà spazio alla riflessione in ognuno degli spettatori, qualsiasi sia la sua opinione sulla vicenda.

Sulla mia pelle

Voto - 8.5

8.5

Lati positivi

  • Interpretazione di Alessandro Borghi
  • Regia e sceneggiatura

Lati negativi

  • Personaggi secondari non ben delineati (ma non è propriamente un difetto visto che così spicca la figura di Stefano)

Voto Utenti: 5 ( 1 Voti)
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