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I film francesi da vedere assolutamente secondo FilmPost

Alcune delle più belle pellicole francesi da vedere, partendo dai primi anni del cinema fino ad arrivare ai giorni nostri

Dalla nascita del linguaggio cinematografico, il cinema francese nel corso degli anni ha sempre avuto un ruolo storico e artistico di fondamentale influenza nel panorama cinematografico internazionale. Dal realismo poetico degli anni Trenta, al nuovo linguaggio sperimentale della Nouvelle Vague degli anni Sessanta, vero e proprio spartiacque culturale tra la produzione d’autore e la produzione di consumo che avrebbe cambiato per sempre l’immagine stessa del cinema, fino al cinema contemporaneo, capace di tenere testa alle grandi produzioni hollywoodiane. In questo articolo andremo a scoprire quali sono i film francesi da vedere assolutamente, divisi per genere.

Del resto è proprio in Francia che iniziò lo spettacolo. 28 dicembre 1895, Grand Café, 14 di boulevard des Capucines, Parigi. Louis Marie e Auguste Nicolas Lumière, due imprenditori francesi, proiettano un cortometraggio attraverso una macchina da presa conosciuta come ‘Cinématographe’. “La sortie des usines Lumière” (L’uscita dalle fabbriche Lumière): un’unica immagine in movimento dei lavoratori, alla fine del turno nelle loro aziende. A quella prima sessione cinematografica assiste il mago Georges Méliès, in seguito consacrato a reale fondatore della settimana arte. I due fratelli infatti, nonostante l’iniziale successo, considerano il cinema “un’invenzione senza futuro“. Sarà Méliès ad intervenire sulla dimensione artistica del nuovo mezzo molto più dei due fratelli, attraverso nuove tecniche di sperimentazione (tra cui il montaggio, caratteristica più peculiare del linguaggio cinematografico), divenendo difatti il vero fondatore della settima arte.

Indice

Fantascienza- Film Francesi da vedere

Viaggio nella luna (1902)

Il primo dei film francesi da vedere è anche considerato il primo film di fantascienza, Viaggio nella luna. Tre mesi di riprese, trenta scene diverse, quindici minuti; costumi e trucchi esagerati, fondali di cartapesta e recitazione parossistica filmati da una cinepresa immobile che punta allo stupore e alla meraviglia. Prendendo spunto dai racconti dei due più famosi precursori del genere – Jules Verne e H.G. Wells – il cineasta George Méliès realizza quello che è considerato il primo film di fantascienza della storia del cinema. La trama è molto semplice: un gruppo di astronomi si imbarca su di una rudimentale navicella spaziale “simil proiettile” che viene letteralmente sparata da un gigantesco obice direttamente sul volto della luna, dalla quale poi i protagonisti faranno ritorno acclamati come eroi.

Ormai leggendario, Viaggio nella luna fu la prima opera di finzione cinematografica a conoscere un successo mondiale. Divenne anche oggetto di una massiccia opera di pirateria, operata innanzitutto da Thomas Edison, che lo distribuì personalmente in America controtipando illegalmente una copia. Una delle scene iniziali del film, la navicella spaziale che si schianta sull’occhio della Luna (che presenta un volto umano), è entrata nell’immaginario collettivo ed è una delle sequenze più iconiche e conosciute della storia del cinema.

Le voyage dans la lune, Star-Film

La jetée (1962)

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Uno dei pilastri dei film di fantascienza dopo Viaggio nella Luna è La jetée, cortometraggio del 1962 diretto da Chris Marker. Ambientata in una futura era postatomica, presenta un’insolita tecnica narrativa: l’intero cortometraggio non è un vero e proprio filmato in movimento, bensì una sequenza di fotografie, con una voce narrante fuori campo che racconta l’intera storia. Per questo motivo nei titoli di testa l’opera viene definita “un photo-roman”, un fotoromanzo. Tuttavia, è presente una breve sequenza filmata di pochi secondi, atta a sottolineare un momento di forte intensità emotiva.

Un bambino si trova a Parigi all’aeroporto di Orly. Si trova lì con i suoi genitori e assiste ad un incidente. Un uomo viene assassinato ed ovviamente la folla si riversa verso di lui, ma il bambino è invece attratto da una donna e la fissa incurante di quello che accade attorno a lui. Passano una trentina d’anni. Dopo una catastrofe nucleare, il mondo è al degrado e nei sotterranei della città, forse ancora radioattiva, alcuni scienziati sperimentano il viaggio nel tempo. Le attrezzature sono rudimentali e rappresentate dal regista in maniera parossistica. Gli scienziati riescono a far tornare l’uomo sul luogo dell’incidente e lì lui conoscerà la donna. Egli tornerà più e più volte a trovarla nel passato e il presente di pace della donna si scontrerà con il futuro apocalittico dell’uomo. Uno dei tanti film francesi degli anni 60′ da vedere assolutamente.

film francesi da vedere
La Jetée, Argos Films

Commedia – Film Francesi da vedere

La regola del gioco (1939)

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Considerato il capolavoro del regista Jean Renoir (figlio del pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir), uscito nel luglio del 1939, fu proibito e ritirato dalla distribuzione nel settembre 1939 dalle autorità, incolpandolo di demoralizzare i francesi, alla vigilia della dichiarazione di guerra della Francia contro la Germania. Del contesto politico e sociale che preparò il secondo conflitto mondiale ,La règle du jeu è a suo modo infatti prodotto e sintomo. Ambientato quasi interamente in un castello, uomini e donne si danno a giochi erotici. Fra questi c’è un aviatore che si è innamorato della moglie di un aristocratico. Lui vorrebbe avere con la donna un rapporto serio e sincero, ma la “règle du jeu“, la regola del gioco, tollera la relazione sessuale, non l’amore vero. Quando l’aviatore viene ucciso per sbaglio da un guardiacaccia, tutto rientra nella normalità.

Il film, corale, presenta una borghesia francese infantile e ambigua, facendone una perfetta metafora della società del tempo e di quella profonda instabilità che si tradurrà di lì a poco nella tragedia della guerra. Dopo l’insuccesso dovuto allo scontro mondiale, la pellicola verrà successivamente riscoperta dai registi della Nouvelle Vague, che la porranno alla base del loro cinema. Un capostipite, tra i migliori film francesi da vedere.

La règle du jeu, Nouvelles Éditions de Films (NEF)

Bande À Part (1964)

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Altro film francese da vedere è Bande À Part, uno dei film più celebri di Jean-Luc Godard. Con il suo realismo, le sue scene iconiche e i suoi protagonisti naïf, il film è diventato uno dei più importanti manifesti della Novelle Vague; un lavoro che, a più di sessant’anni dalla prima proiezione, riesce ancora ad affascinare col suo peculiare stile. La pellicola unisce temi filosofici ad episodi tipici dei gangster movie americani (genere molto caro a Godard), nel raccontare la vicenda di due ragazzi, Arthur (Claude Brasseur) e Franz (Sami Frey), amanti della vita facile e poco propensi a cercare un lavoro. L’incontro di Odile (Anna Karina) li porta a creare una banda piuttosto discutibile e, tutti insieme, decidono di rubare una consistente somma di denaro con cui realizzare i propri sogni.

film francesi da vedere
Bandè a part, Columbia Films (presents)
Anouchka Films
Orsay Films

Play Time – Tempo di divertimento (1967)

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Il capolavoro del regista Jacques Tati è anche uno dei più grossi flop della storia del cinema; a causa dei continui sforamenti di budget, di circa 17 milioni di franchi, quasi tutti spesi nel ricreare a sud di Parigi la immaginaria cittadina di Tativille, il regista dovette addirittura vendere la propria casa. Il film segue lo stralunato personaggio interpretato dallo stesso regista, Monsieur Hulot, mentre vaga per i quartieri più avveniristici di Parigi nell’inutile tentativo di rintracciare un impiegato, perdendosi  in una giungla di architetture moderne, palazzi di vetro e gadget tecnologici, finendo per scontrarsi con un un gruppo di turisti statunitensi fino a rendersi responsabile della distruzione di un ristorante-night appena inaugurato.

Tati, raccontava già, ancor prima degli smartphone, l’alienazione contemporanea che produce la perdita della fantasia a favore del progresso tecnologico. Ispirandosi al cinema muto di Chaplin e Keaton, Tati fa del sonoro, insieme all’uso rivoluzionario dei colori e della messa in scena, l’elemento centrale della pellicola. Gesti, suoni: di scarpe e tacchi, poltrone, porte, automobili, pulsanti; silenzi: dialoghi non sentiti dietro i vetri, porte insonorizzate che non sbattono, ridotti a semplici rumori di fondo. Girato in 70mm, prediligendo l’utilizzo della profondità a favore di una molteplicità di azioni, il film diventa un caotico quadro in costante movimento. Play Time è una delle commedie più allucinanti e geniali di sempre, tra i film francesi da vedere più e più volte per coglierne tutti i dettagli.

Playtime, Specta Films
Jolly Film

The Artist (2011)

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Diretto dal francese Michel Hazanavicius, The Artist è un tenero e delicato omaggio al mondo del cinema hollywoodiano degli anni Trenta che parla anche al presente. Il film vede Jean Dujardin (Oscar per il miglior attore protagonista), star del muto che subisce l’avanzata inesorabile del sonoro e la fine della sua carriera. Sarà l’incontro con una giovane star nascente (Bérénice Bejo) a ridargli speranza nel futuro e nelle sue possibilità.  Un film in bianco e nero, muto, pieno di rimandi, capace di conquistare pubblico e critica: 6 César, 7 Bafta, 3 Golden Globe e 5 Oscar.

Hollywood 1927. George Valentin è un notissimo attore del cinema muto. I suoi film avventurosi e romantici attraggono le platee. Un giorno, all’uscita da una prima, una giovane aspirante attrice lo avvicina e si fa fotografare sulla prima pagina di Variety abbracciata a lui. Di lì a poco se la troverà sul set di un film come ballerina. È l’inizio di una carriera tutta in ascesa con il nome di Peppy Miller. Carriera che sarà oggetto di una ulteriore svolta quando il sonoro prenderà il sopravvento e George Valentin verrà rapidamente dimenticato. Tra i film francesi da vedere più belli degli ultimi anni.

film francesi da vedere
The Artist, Studio 37, Canal+

Romantico – Film Francesi da vedere

L’Atalante (1934)

Secondo e ultimo film del regista Jean Vigo, che morì all’età di 29 anni di tubercolosi poco prima di concludere l’opera, L’Atalante è considerato tra i massimi capolavori del cinema e precursore del movimento della Nouvelle Vague. Il film racconta la  storia di Jean (Jean Dasté), giovane capitano d’un battello, l’ “Atalante”, che si sposa con Juliette (Dita Parlo), una ragazza di campagna e la porta a vivere con sé sul battello. Dopo qualche mese, Juliette comincia ad annoiarsi e, suggestionata dai racconti del vecchio marinaio Pere Jules, decide di darsi alla fuga e scappa a Parigi. Frastornata e delusa dalla città, la ragazza tornerà però sul battello scoprendo che il marito geloso l’ha abbandonata. Il vecchio marinaio userà tutta la sua maestria per convincere Jean a ritornare sui suoi passi.

Un film, oltre che romantico, visionario, poetico, erotico, sempre in bilico fra sogno e realtà. Indimenticabile la scena (resa celebre in Italia da Enrico Ghezzi come sigla della famosa trasmissione televisiva cinefila di RAI 3, Fuori Orario, accompagnata dalla voce di Patti Smith), dove il capitano del battello, abbandonato dalla giovane moglie si tuffa nelle acque del fiume per seguire l’antica leggenda secondo cui nell’acqua si vede il volto della persona amata: e infatti in sovraesposizione, vedrà il volto angelico della donna. Una pellicola fondamentale per tutto il cinema.

film francesi da vedere
L’Atalante, J.L. Nounez, Gaumont-Franco-Film- Aubert,

Amanti perduti (1945)

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Amanti perduti (Les Enfants du paradis), diretto da Marcel Carné con l’ausilio del sceneggiatore-poeta Jacques Prévert, è considerato «il miglior film nella storia del cinema sonoro francese». Con Amanti perduti, Carné fa rivivere la Parigi misteriosa e popolare dell’epoca romantica della prima metà ottocentesca. Il film, che si svolge infatti tra il 1820 e il 1840, è ambientato lungo il Boulevard du Temple dove si ergono alcuni teatri. Al Funamboles si esibisce il mimo Jean-Baptiste Debureau, mentre l’attore tragico Frederick Lemaître calca le scene del Grand Théâtre. Entrambi amano l’attrice Garance che però è contesa anche dal bandito Lacenaire e dal conte di Montray. Sette anni dopo Garance reincontrerà Jean-Baptiste. Le loro condizioni sociali sono cambiate ma l’amore è rimasto intatto.

Il progetto, estremamente ambizioso, venne girato a Nizza e a Parigi tra il 1943 e il 1944 con due lunghe interruzioni per ragioni belliche. Uscì a Parigi nel maggio 1945 appena dopo la liberazione del nazismo dalla Francia. Una sontuosa e raffinata ricostruzione d’epoca, una fertile dialettica drammatica tra la vita e la finzione (il teatro), figure storiche e personaggi inventati, tragedia e pantomima, il muto e il parlato, Amanti perduti è un film di resistenza, la rivendicazione della cultura e della civiltà francese contro l’invasione nazista, oggi un classico del cinema. Tra i film francesi da vedere non può mancare questa straordinaria ed importante opera.

film francesi da vedere
Les enfants du paradis, Société Nouvelle Pathé Cinéma

La mia notte con Maud (1969)

Tra i film francesi da vedere non può mancare La mia notte con Maud. Presentato in concorso al 22º Festival di Cannes, e nominato all’Oscar al miglior film straniero, è il terzo capitolo (nell’ordine della serie, ma quarto in ordine cronologico) del ciclo dei Sei racconti morali del regista Éric Rohmer. La mia notte con Maud è la storia di un giovane uomo, l’ingegnere Jean-Louis (Jean-Louis Trintignant), diviso tra due donne: la divorziata Maud (Françoise Fabian) e la giovane Françoise (Marie-Christine Barrault). Il cuore del film è rappresentato dalla lunga sequenza della serata passata dal protagonista, introdotto dall’amico Vidal, a casa della affascinante Maud, in occasione della Vigilia di Natale. Durante la notte il cattolico Jean-Louis rifiuta le avances di Maud, deciso a corteggiare la bionda Françoise (che ha adocchiato in chiesa), cosa che farà il mattino seguente.

Tra i capolavori del regista francese, il film è caratterizzato dagli elementi tipici della filmografia di Rohmer, in cui spiccano i dialoghi, che  veicolano gran parte dell’azione drammatica, in un gioco dialettico ricco e affascinante in cui lo spettatore è portato a immergersi. Il cinema di parola di Rohmer alla sua massima espressione. Una struttura perfetta, una trama che si apre ad altre trame, tra i film francesi da vedere assolutamente, per non uscire mai da quella notte.

film francesi da vedere
Ma nuit chez Maud, FFD Société Française de Production (SFP) Two World Entertainment

Gli amanti del Ponte – Neuf (1991)

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Leos Carax scrive e dirige quest’ambizioso film che vede protagonisti due attori leggendari del cinema francese: Juliette Binoche e Denis Lavant. Lui un vagabondo mangiatore di fuoco e lei pittrice malata a un occhio fuggita da casa. Tra loro il vecchio Hans (una versione cattiva di Michel Simon de L’Atalante) che vorrebbe cacciare via l’intrusa. I due si arrangiano rubando qua e là ma poi l’occhio di lei si aggrava e lui che non vuole perderla brucia tutti i manifesti che la ritraggono. Intanto escono dei manifesti con la foto della giovane che la avvisano circa la scoperta di una nuova tecnica operatoria per la sua malattia: Alex, timoroso di perderla, cerca di distruggere più manifesti che può, provocando anche un incendio.

Girato nel vero Pont-Neuf di Parigi, dal 28 luglio al 18 agosto 1989, a causa di una travagliata lavorazione e le altissime spese di produzione, fu all’epoca il film più costoso del cinema francese. Un capolavoro del cinema d’autore in cui spiccano due scene indimenticabili: la visita notturna al museo di Louvre e la folle danza sul ponte con sfondo una Parigi in festa per il Bicentenario della Rivoluzione. Una cruda fiaba d’amore moderna.

film francesi da vedere
Les amants du Pont-Neuf, Films A2
Gaumont International
Les Films Christian Fechner

Un ragazzo, tre ragazze (1996)

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Uscito in Italia con un titolo quasi da teen movie, “Un ragazzo, tre ragazze” (terzo lavoro del ciclo “Racconti delle quattro stagioni“, il cui titolo originale è “Conte d’été” – “Racconto d’estate”) rappresenta una delle opere più liriche e libere di Éric Rohmer, uno dei maggiori esponenti della Nouvelle Vague. Il film si sviluppa in un arco di tempo che va da lunedì 17 luglio a domenica 6 agosto dove seguiamo le vicende di Gaspard, neolaureato in matematica che raggiunge un paesino sulle coste della Bretagna per trascorrere qualche giorno di vacanza in un appartamento prestatogli da un amico. Fa amicizia con Margot, in attesa che lo raggiunga la sua fidanzata Léna ma viene anche attratto dalla ritrosa Solène.

Il film presenta tutti i tratti tipici del cinema Rohmeriano: la semplicità, i dialoghi con cui i personaggi arrivano ad esprimere sé stessi ed il loro punto di vista di ciò che li circonda, il sonoro in presa diretta ed una fotografia volta a evidenziare in questo caso l’estate, teatro di passione e sentimenti, spensieratezza e libertà. Un film romantico e malinconico in cui lo spettatore non potrà non immedesimarsi.

film francesi da vedere
Conte d’été, Les Films du Losange

Il favoloso mondo di Amélie (2001)

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Il favoloso mondo di Amélie, scritto e diretto da Jean-Pierre Jeunet, è una dolce fiaba moderna capace di divertire e commuovere. Centro della storia è Amélie (interpretata da Audrey Tautou), una ragazza introversa e solitaria che si rifugia fin da bambina in un mondo tutto suo, che andrà ad incrociarsi con personaggi bizzarri e altrettanto unici in una Parigi (ed in particolare il quartiere di Montmartre) estremamente vivace e colorata. Splendida la colonna sonora del compositore Yann Tiersen.

Amélie sente di essere in totale armonia con sè stessa. In quell’istante tutto è perfetto. La mitezza del giorno, quel profumo nell’aria, il rumore tranquillo della città. Inspira profondamente e la vita le appare semplice e limpida.

Amélie cresce in provincia, siamo in Francia. Suo padre è un medico fin troppo originale: visita ogni mese la figlia, che si agita ogni volta, e crede che sia malata di cuore. La madre, uscita dalla chiesa, viene schiacciata da una suicida. Più grande la ragazza va a Parigi. Fa la cameriera e incontra tanta gente. Il 31 agosto 1997 è il giorno decisivo della sua vita: vede in tv il servizio dulla morte di lady Diana, le cade di mano un tappo di bottiglia che finisce sotto una piastrella, dove Amélie trova una vecchia scatola di cianfrusaglie. Si mette in testa di rintracciare il proprietario, lo trova, gli restituisce il “ricordo” e gli cambia la vita. Da quel momento decide di far felice il prossimo.

film francesi da vedere
Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain, Canal+. France 3 Cinema, UGC e UGC Distribution.

La vita di Adele (2013)

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La Vita di Adele, pellicola del 2013 diretta da Abdellatif Kechiche, è tratta dal romanzo Il blu è un colore caldo di Julie Maroh, che partecipa al soggetto. Le vicende della pellicola si svolgono a Lille, dove Adele (Exarchopoulos) è un’adolescente di quindici anni abbastanza grezza, con una verace passione per il cibo, che addenta come fosse un maschiaccio, e con la voglia di addentrarsi nelle prime esperienze amorose. Un suo compagno di scuola, Thomas, si invaghisce di lei e le fa la corte: la ragazza si concede ma senza mai appassionarsi sul serio. Adele si infatua, invece, di una ragazza con i capelli blu, Emma (Léa Seydoux), che incontra dapprima per strada e poi in un locale gay. Il suo sguardo, tutto ad un tratto, diventa interessato: la scoperta di ciò che vi è oltre l’adolescenza diventerà fondamentale per Adele.

Un’intensa storia d’amore con le contraddizioni e i problemi di qualsiasi rapporto sentimentale costretto a confrontarsi con culture e mondi diversi che entrano in contatto facendo scoccare scintille di passione ma anche frizioni discutibili. Un film che nonostante le tre ore di durata risulta godibile e fruibile a tutti. Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes del 2013.

film francesi da vedere
La vie d’Adèle: Chapitres 1 & 2, Wild Bunch, Quat’sous Films, Alcatraz Films, Scope Pictures, Vertigo Films, France 2 Cinéma, RTBF

Musical- Film Francesi da vedere

Les Parapluies de Cherbourg (1964)

Il film, interamente cantato, mostra le sue qualità soprattutto fondate sull’eccellente equilibrio della composizione, nella scelta dei colori, nella freschezza dei motivi musicali e nel lirismo con il quale il regista ha saputo trasfigurare personaggi e vicende di tutti i giorni. Nessun dialogo parlato, solo cantato, per la pellicola diretta da Jacques Demy vincitrice della palma d’oro al Festival di Cannes.

Una semplice, tenera e malinconica favola realistica sviluppata in tre parti: l’idillio amoroso tra Geneviève (una giovane e già meravigliosa Catherine Deneuve), figlia di una venditrice di ombrelli vedova e in guai economici (Anne Verdon), e Guy (l’interpretazione più sorprendente di Nino Castelnuovo), meccanico cresciuto con una vecchia zia, presto interrotto perché lui va sotto le armi in Algeria (La partenza); lei si scopre incinta e alla fine convola a nozze con un diamantista scelto dalla madre pur pensando sempre all’amato sotto le armi (L’assenza); cinque anni dopo, si rincontrano. Pellicola che ha dichiaratamente ispirato Damien Chazelle nel realizzare La La Land.

film francesi da vedere
Les Parapluies de Cherbourg, Parc Film, Madeleine Films, Beta Film

Noir- Film Francesi da vedere

Fino all’ultimo respiro (1960)

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Considerato il film manifesto della Nouvelle Vague, Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle) è l’opera prima di Jean-Luc Godard, che si avvalse della collaborazione di François Truffaut per scriverne il soggetto. Michel Poiccard è un anti-eroe dei nostri giorni senza ideali, senza il romanticismo di un Humphrey Bogart o di un Jean Gabin (cui il regista continuamente allude in fulminei fotogrammi). Se la vita non ha senso, il giovane la vive seguendo i suoi impulsi, che sono criminali. Ritrova Patrizia, un’amica americana di cui s’era innamorato. Intanto è ricercato dalla polizia. Il film lancia la carriera dei due protagonisti, Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg, i quali diventeranno due degli attori simbolo della Nouvelle Vague.

Con Fino all’ultimo respiro, Godard rivoluziona il linguaggio cinematografico, sfidando le regole canoniche della grammatica e della sintassi tradizionali. Emblematica la scelta del regista di far rivolgere il protagonista direttamente alla macchina da presa, direttamente allo spettatore, rompendo difatti la quarta parete. In questo modo la macchina cinematografica e la finzione vengono evidenziate: Godard ricorda allo spettatore di essere al cinema, rompendo il rapporto di identificazione dello spettatore nel personaggio. Un film iconico che non può non essere visto.

film francesi da vedere
À bout de souffle, Les Films Impéria
Les Productions Georges de Beauregard
Société Nouvelle de Cinématographie (SNC)

Frank Costello faccia d’angelo (1967)

Jean Pierre Melville è stato il più importante rappresentante del filone polar, il noir poliziesco francese; genere che prende elementi del cinema crime americano rielaborandoli in chiave europea. Frank Costello Faccia D’Angelo (1967), dove il “faccia d’angelo” in questione è Alain Delon, è il capolavoro del regista francese, morto improvvisamente qualche anno dopo. Sin dalla frase che appare all’inizio:”Non esiste solitudine più profonda del samurai, se non quella della tigre nella giungla”, e che spiega il titolo originale (Le Samouraï), è evidente l’ispirazione di Melville, da sempre ambasciatore del cinema americano in Francia a quel modello di “killer esistenziale”.

Frank Costello parla poco, ma agisce. Killer su commissione, si macchia dell’omicidio di un proprietario di night club. Sulle sue tracce un tenace ispettore di polizia (François Pèrier), sviato dalla collaboratrice e amante di Frank Jane Lagrange (Nathalie Delon), e i mandanti dell’omicidio intenzionati a eliminarlo. Sarà il coinvolgimento della pianista del night, nonché unica testimone degli atti di Frank, Valérie (Cathy Rosier) a permettere al protagonista un riscatto: incaricato di eliminarla, egli caricherà la pistola a salve per graziarla e morirà sotto il fuoco degli agenti. Distaccandosi dai luoghi comuni che caratterizzano il genere cui appartiene, la pellicola è dominata dalla figura del protagonista, delineata con ricchezza di notazioni psicologiche.

film francesi da vedere
Le Samouraï, Compagnie Industrielle et Commerciale Cinématographique (CICC)
Fida Cinematografica
Filmel
T.C. Productions

Thriller/Horror – Film Francesi da vedere

I diabolici (1954)

Christina Delassalle, direttrice di un collegio alla periferia di Parigi, è sposata da otto anni con Michel, un uomo arrogante ed egoista che la tradisce con una delle insegnanti dell’istituto, Nicole Horner. Quest’ultima, stanca delle prepotenze del suo amante, convince Christina che l’unico modo per entrambe di liberarsi di Michel è ucciderlo; così, le due donne diventano complici di un diabolico piano omicida.

Diretto da Henri-Georges Clouzot, la pellicola degna del miglior Hitchcock, è basata sul romanzo I diabolici (Celle qui n’était plus) di Pierre Boileau e Thomas Narcejac. Il regista secondo alcune fonti acquistò i diritti del racconto originale soltanto poche ore prima in sfavore dello stesso Hitchcock, che variò poi nel realizzare qualche anno dopo Psycho. Lo stesso Robert Bloch, autore del romanzo Psycho, ha dichiarato in un’intervista che il suo film horror preferito di sempre è I diabolici. Un classico dell’horror fonte di ispirazione di molti cineasti del genere. Il film può vantare, dopo i titoli di coda, un primo esempio di “messaggio anti-spoiler”, che recita:

Non siate DIABOLICI! Non distruggete l’interesse che i vostri amici potrebbero nutrire per questo film. Evitate di raccontare loro quello che avete visto. Grazie da parte loro.

film francesi da vedere
Les diabolique, Filmsonor
Vera Films

Occhi senza volto (1960)

Occhi senza volto (Les yeux sans visage), diretto da Georges Franju e tratto dall’omonimo romanzo di Jean Redon, è l’audace horror gotico sul delirio di un chirurgo intenzionato a ricostruire il volto della figlia, deturpato in un incidente, prelevando la pelle dal volto di malcapitate ragazze da lui rapite e torturate. Un’atmosfera inquietante, il bianconero di Eugen Schüfftan e le musiche di Maurice Jarre, ci regalano un film inizialmente bocciato dalla critica, ritenuto scandaloso ed estremamente violento, poi rivalutato fino ad essere considerato uno dei migliori horror mai realizzati.

Notevole l’influenza esercitata dal film sul cinema negli anni a venire: se il personaggio morboso del dottor Orlof de Il diabolico dottor Satana (1962) di Jesús Franco ricalca quello del dottor Génessier, il maestro dell’horror John Carpenter ha rivelato di essersi ispirato alla maschera di lattice bianca di Christiane, la ragazza con il volto deturpato, per quella del serial killer Michael Myers in Halloween (1978), mentre lo spagnolo Pedro Almodóvar ha ammesso di conoscere a memoria la pellicola di Franju e di essersi servito di essa come unico riferimento per La pelle che abito (2011).

film francesi da vedere
Les yeux sans visage, Champs-Élysées Productions
Lux Film

Personal Shopper (2016)

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La schiva Maureen (Kristen Stewart) lavora come personal shopper per una celebrità parigina, ma ha un ‘dono’ che condiziona la sua vita: è in grado di percepire presenze dall’aldilà. Le sue capacità medianiche ora hanno risvolti molto personali: suo fratello gemello è morto da poco per una malformazione cardiaca da cui anche lei è affetta, e prima di lasciarsi la vita parigina alle spalle e trasferirsi in Oman da un compagno che vede solo in video-chiamata, vuole stabilire un ultimo contatto con il caro estinto per salutarlo ancora una volta. A turbarla però non è tanto l’incontro poco pacifico con lo spirito di una donna, ma degli sms che le arrivano costantemente da un mittente irrintracciabile.

Miglior regia a Cannes per questa ghost story atipica diretta da Oliver Assayas. Difficilmente inquadrabile entro un genere ben definito, passando dall’horror puro alla Ghost-Story fino al thriller e al dramma esistenziale. Ma, a ben vedere, il nucleo centrale della narrazione è in realtà la degenerazione dell’umanità ai tempi dei mass-media. Nel film, infatti, l’uso della tecnologia è messa in evidenza da Assayas. Personal Shopper è un film che non lascia indifferenti, idea di un autore che continua a evolversi cercando attraverso il linguaggio cinematografico di mettere in scena non la vita, quanto la percezione di essa. Un film che stimola lo spettatore, prestandosi a una molteplicità di letture.

film francesi da vedere
Personal Shopper, CG Cinéma

Drammatico – Film Francesi da vedere

La passione di Giovanna D’Arco (1928)

Tra i film francesi da vedere assolutamente non può mancare uno dei capolavori assoluti del cinema muto, cioè La passione di Giovanna D’Arco, diretto dal danese Carl Theodor Dreyer. Il film è tratta dai veri documenti del processo del 1431, esaminati, oltre che dal regista danese, anche dallo storico Pierre Champion. La pellicola si concentra in tre macro-periodi essenziali: il processo la sede di tortura (luogo in cui Giovanna si rifiuta più volte di firmare l’abiura) e la lunga e fulgida sequenza della condanna al rogo, avvenuta solo dopo alla rasatura dei capelli, simbolo di infamia e di rinuncia al sacrificio, e alla ritrattazione della firma. Dreyer gira il film usando soprattutto il primo e primissimo piano di protagonisti e oggetti di scena (come gli strumenti di tortura), ricorrendo a una vicinanza e una durata delle inquadrature insopportabile anche per lo spettatore moderno.

Non fornisce invece allo spettatore sufficienti inquadrature di contesto per capire con esattezza la scena, in modo da conferire la massima potenza ai dettagli e un senso di smarrimento che ci trascina dentro i fatti e la sofferenza della protagonista. Quest’ultima interpretata dall’attrice francese Renée Falconetti, che offre una delle interpretazioni più intense della storia del cinema. Un’opera estrema ed incredibilmente coinvolgente.

film francesi da vedere
La passion de Jeanne d’Arc, Société générale des films

I 400 colpi (1959)

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L’esordio alla regia di un ventisettenne Francois Truffaut è anche uno dei film manifesto della Nouvelle Vague. È il primo di una serie con protagonista Antoine Doinel, alter ego del regista, interpretato dall’attore simbolo del manifesto francese, Jean-Pierre Léaud. L’attore interpreta Doinel, oltre che ne i 400 colpi, anche nel cortometraggio “Antoine e Colette e nei tre lungometraggi “Baci rubati” (1968), “Non drammatizziamo… è solo questione di corna” (1970) e “L’amore fugge” (1979). Un inno alla libertà dell’infanzia, in parte autobiografico – come il personaggio, anche il regista aveva avuto problemi a scuola e rapporti difficili con la famiglia – che disegna e descrive le vicende di un bambino, nel quartiere in cui il regista è nato. Uno dei pilastri della Nouvelle Vague e uno dei film più belli di sempre.

Antoine Doinel è un bambino che vive con la giovane madre e il patrigno. Ha poca voglia di studiare e si diverte ad andare al cinema, a marinare la scuola, a compiere piccoli furti, oppresso da una famiglia che pensa troppo a sé stessa e lo relega a buttare via la spazzatura o ad andare a comprare il latte, lasciando ai compagni di scuola il compito di accompagnarlo all’adolescenza. Il riformatorio diventerà il trampolino per il tuffo nel mare della vita.

film francesi da vedere
Les 400 coups, Les Films du Carrosse
Sédif Productions

Hiroshima Mon Amour (1959)

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Prima di Hiroshima Mon Amour, film d’esordio di Alain Resnais (definito come il cineasta della memoria), il regista francese era un autore molto prolifico di documentari. Già in questi lavori rivolgeva il suo interesse verso il tema della memoria e il tempo. Un mondo cinematografico che guardava al passato per descrivere il presente e i rapporti nella società. Tutte queste idee Alain Resnais, aiutato dalla scrittrice Marguerite Duras, le converge all’interno del suo primo lungometraggio: Hiroshima Mon Amour. Una storia d’amore tra un’attrice francese (la splendida Emmanuelle Riva) e un architetto giapponese (Eijii Okada), ambientata a Hiroshima quindici anni dopo l’esplosione della bomba atomica. Questa diventa il modo per collegare la ricostruzione di una città distrutta dalla guerra alla ricostruzione emotiva delle persone, anch’esse rimaste segnate dal conflitto. La memoria è qualcosa che ricompare sempre, soprattutto quando segnata dal trauma.

Quello che Resnais cerca di comunicare è che l’unica cosa che si può fare è accettarla, così come la propria personalità e il proprio passato. Il film descrive l’essere umano come una figura destinata alla solitudine, condannato a rievocare i suoi ricordi. Incapace di dimenticare può solo cercare nell’amore una compagnia alle sofferenze. Rivelandosi innovativo nell’uso del montaggio e soprattutto del flashback, Hiroshima Mon Amour vede passato e presente intervallarsi a vicenda senza evidenti soluzioni di continuità. Le memorie vengono rievocate come fossero pensieri nella mente di una persona, trascinando lo spettatore nell’intimità di quei sentimenti. Un film emblematico, in virtù del tentativo di richiamare l’attenzione di ciascuno sui ricordi e sulle emozioni profonde che la memoria può far scaturire.

migliori film in lingua straniera
Hiroshima Mon Amour, Argos Films Como Films Daiei Studios Pathé Entertainment Pathé Overseas

Cleo dalle 5 alle 7 (1962)

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La regista Agnés Varda ci trasporta nella vita di Cléo, una giovane cantante, di moderato successo, che si aggira per Parigi mentre attende i risultati di un importante esame medico. Il film cattura le due ore che la separano dall’appuntamento con il dottore previsto per le 7. In questo lasso di tempo Cleo incontra, amici e sconosciuti, entrando e uscendo da appartamenti e negozi, muovendosi tra le strade affollate di Parigi, a piedi, su taxi e tram; in un susseguirsi di conversazioni e riflessioni personali sul senso della vita. Va in un parco a guardare gli alberi e incontra un soldato a fine licenza. La complicità che nasce tra i due, in questo momento pericoloso delle loro vite, placa Cléo.

Il film si snoda al presente. La macchina da presa non abbandona mai Cléo, dalle cinque alle sei e mezzo circa. Se il tempo e la durata sono reali, lo sono anche i tragitti e le distanze. La pellicola può essere divisa in due parti, come suggerito dalla stessa Varda. Una prima parte passiva, in cui conosciamo Cleo attraverso i co-protagonisti e la loro interazione con il personaggio principale, dove Cleo li segue e li asseconda senza mai emergere in maniera indipendente. Negli ultimi 45 minuti invece, Cleo assume autonomia ed il film comincia ad avere un carattere più soggettivo ed intimista. Capolavoro della regista esponente femminile della Nouvelle Vague.

Cléo de 5 à 7, Ciné-tamaris Rome Paris Films

Questa è la mia vita (1962)

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Prendendo spunto da un’inchiesta giornalistica, Où en est… la prostitution? del giudice Marcel Sacotte, pubblicata nel 1959, che analizza circa duemila casi di prostituzione a partire dall’anno 1950, Jean-Luc Godard realizza nel 1962 Questa è la mia vita, con protagonista  Anna Karina, all’epoca moglie del regista. Strutturato in dodici quadri (tableaux nel titolo originale), e introdotti da didascalie su modello del cinema muto, seguiamo le vicende della commessa Nanà, diventata prostituta. Comincia occasionalmente per bisogno urgente di denaro, per rimanere definitivamente sul marciapiede. Tenta di liberarsi del suo protettore, che non è affatto d’accordo.

Il regista Godard abbandona nuovamente le regole della narrazione tradizionale, adottando una struttura frammentata, non lineare. I dodici quadri in cui il film è strutturato sono caratterizzati da «registri diversi (sociologico, documentario, letterario, cinematografici) con linguaggi diversi, non uniti da una logica narrativa, ma giustapposti. In una celebre sequenza Nana va al cinema a vedere La Passion de Jeanne d’Arc; nel momento in cui Antonin Artaud, il monaco compassionevole, annuncia a Jeanne che è giunta l’ora della sua morte, Nana piange. Questa è la mia vita non è solo un’indagine sulla natura dei rapporti sociali o sul cinema. È anche una straordinaria riflessione sulla creazione artistica, sul rapporto tra l’artista e il mondo, sull’amore.

Vivre Sa Vie, Les Films de la Pléiade
Pathé Consortium Cinéma

Jules e Jim (1962)

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La prima idea di Jules et Jim risale al 1956, quando in una recensione sulla rivista “Arts” al film di Edgar G. Ulmer, The Naked Dawn (Fratelli messicani, 1955) François Truffaut affermò l’importanza del romanzo di Henri-Pierre Roché e auspicò la possibilità di trarne un film, definendolo un “libro cinematografico“. Proprio lo scrittore avrebbe dovuto scrivere i dialoghi della sceneggiatura, ma morì nell’aprile del 1959.  È la storia di un triangolo amoroso che, all’epoca, suscitò un considerevole scandalo tanto che venne proibito ai minori di 18 anni. Protagonisti sono una Jeanne Moreau al suo meglio, nei panni di una donna ironicamente sensuale e passionale che persegue l’amore nella sua forma più anarchica e liberatoria, Oskar Werner e Henri Serre, che interpretano due studenti, un francese e un austriaco, legati da una profonda amicizia fondata sull’amore per la letteratura.

Truffaut definì Jules et Jim «un inno alla vita e alla morte» e la sua importanza nella storia del cinema è indiscutibile.  “M’hai detto: ‘ti amo’, ti dissi: ‘aspetta’. Stavo per dirti: ‘eccomi’, tu m’hai detto: vattene”. Nell’incipit di Jules e Jim è contenuta l’anima del film. In quelle poche parole recitate da Jeanne Moreau su schermo nero è possibile trovare una dichiarazione forte: la vita come un intreccio di sentimenti al centro del quale gravita l’amore. Truffaut invita lo spettatore a partecipare a un gioco senza regole, in cui le affinità elettive dei personaggi collidono continuamente fino a creare un’armonia di dissonanze pura.

Jules et Jim, Les Films du Carrosse
Sédif Productions

Fuoco Fatuo (1963)

Attraverso le note malinconiche del compositore Erik Satie, il regista francese Louis Malle ci racconta l’ultima giornata di Alain (interpretato da Maurice Ronet), un alcolista che ha deciso di suicidarsi. Il protagonista è disgustato da tutti gli elementi della realtà che si susseguono in un ciclo continuo, tutto passa e tutto ritorna. Vivere è assolutamente inutile, non rappresenta qualcosa di faticoso o di atroce. Una realtà alla quale Alain non crede, ma alla quale in fondo avrebbe voluto partecipare.

Tratto dal romanzo “Le feu follet” (Fuoco fatuo) di Pierre Drieu La Rochelle racconta di Alain, che distrutto dall’alcol e da una vita in cui non riesce più a riconoscersi, programma il proprio suicidio. Si concede ancora una possibilità, alla ricerca di un motivo per andare avanti, un percorso che compie nei suoi ultimi due intensi giorni di vita. lo fa cercando nei ricordi, nelle vecchie amicizie che non ritrova, in uno stile di vita che non gli appartiene più, superato dal tempo e dal peso di un’esistenza ormai inadeguata.

Le feu follet, Nouvelles Éditions de Films (NEF)

Il bandito delle 11 (1965)

Il titolo originale de Il bandito delle 11 è “Pierrot le Fou”, il soprannome del bandito Pierre Loutrel, dichiarato nemico pubblico n.1 nei tardi anni Quaranta, ex collaboratore della Gestapo durante l’occupazione, la cui storia era stata divulgata nel 1948 dalla rivista di cronaca nera sensazionalistica Détective, che sottolineò come il criminale vivesse in una stanza con le pareti tappezzate da foto dei divi del cinema. Il Pierrot le Fou (Jean-Paul Belmondo) di Godard porta agli estremi la frammentazione narrativa e visuale dei precedenti film del regista, la dissoluzione della trama in una serie di gag, citazioni, immagini slegate, personaggi estemporanei e situazioni da videoclip.

Godard si permette una libertà di scrittura che conferma i capolavori precedenti e anticipa i futuri; Pierrot le Fou è un film solare, denso di colori molto saturi. Il suo carattere pittorico sta nel particolare trattamento dello schermo, sul quale forme e colori assumono composizioni quasi astratte, una tavolozza aperta a mille combinazioni. Frequenti sono le citazioni pittoriche, con immagini fisse di opere inserite nel montaggio, da Diego Velázquez a Auguste Renoir a Pablo Picasso, a fare da dichiarazione poetica e chiave di lettura della costruzione delle immagini del film. Una dolcissima Anna Karina (Marianne) accompagna il protagonista durante il film. 

– Con te, non si può avere una conversazione. Non hai mai delle idee, sempre solo dei sentimenti.

– Non è vero, nelle idee ci sono i sentimenti. 

Pierrot Le Fou, Films Georges de Beauregard
Rome Paris Films
Société Nouvelle de Cinématographie (SNC)
Dino de Laurentiis Cinematografica

Au hasard Balthazar (1966)

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Au Hasard Balthazar, film fortemente allegorico di Robert Bresson, è la storia della vita e della morte dell’asino Balthazar, dall’infanzia idilliaca all’età adulta come oppressa bestia da soma. Una rappresentazione spassionata della crudeltà umana, della sofferenza e dell’ingiustizia viste attraverso gli occhi di un asino. La vita dell’asino è legata a quella di un gruppo di esseri umani, i quali rappresentano i vizi (orgoglio, avarizia, lussuria, ubriachezza, violenza…). L’asino è colui che subisce, con una capacità di sopportazione pressoché illimitata, tutte le conseguenze, per lui dolorose, dei vizi altrui. C’è un’evidente analogia tra la vita dell’asino (battezzato con il nome di Balthazar) e la vita di un essere umano.

Il film ne coglie le tappe fondamentali: l’infanzia, i giochi, le carezze, l’età adulta, il lavoro, la resistenza alla fatica e ai maltrattamenti. L’asino, animale spesso citato nella Bibbia, diviene per il cattolico Bresson lo sguardo che ci accompagna nella sua visione del mondo in cui la Grazia non ha spazio alcuno. Per il regista francese il nostro viaggio in questo vita può solo godere dell’illusione della serenità. Per tutto il rimanente del tempo potremo solo sperare in qualche brevissima pausa tra una sofferenza e l’altra. Capolavoro minimalista che vanta l’esordio di Anne Wiazemsky, che ci offre un’interpretazione indelebile.

Au hasard Balthazar, Argos Films
Athos Films
Parc Film
Svensk Filmindustri (SF)
Svenska Filminstitutet (SFI)

Bella di giorno (1967)

Tra i film francesi da vedere non può mancare uno dei capolavori del regista spagnolo Luis Buñuel. Leone d’Oro a Venezia per questo graffiante e scandaloso (la pellicola ebbe numerosi problemi di censura) ritratto femminile. Il film racconta la storia di Séverine (interpretata magistralmente da Caterine Denueve), moglie del medico Pierre, in seguito a quanto accadutole nell’infanzia, respinge le attenzioni del marito. Solo nella fantasia del sogno riesce a concedersi al desiderio. Un amico di Pierre, Husson, le dà l’indirizzo di un bordello la cui tenutaria si fa chiamare Madame Anaïs. Séverine diviene così una prostituta disponibile solo dalle 14 alle 17.

Lo scandalo che il film suscitò al momento della sua uscita può essere visto oggi con più che ampio distacco consentendo invece di porre in rilievo ciò che di fatto allo spirito provocatore di Buñuel interessava maggiormente: il continuo intersecarsi e sovrapporsi di realtà e sogno. Nel 2006 il regista Manoel de Oliveira ha diretto Bella sempre, rivisitazione del film di Buñuel 38 anni dopo, con Michel Piccoli e, nella parte di Sévèrine, Bulle Ogier (dopo che Catherine Deneuve rifiutò la parte).

Belle de jour, Robert et Raymond Hakim (presents)
Paris Film Productions (co-production) (as Paris Film Production)
Five Film

Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975)

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Prima dell’esordio in sala, il New York Times lo descrisse come “il primo capolavoro femminile nella storia del cinema“. Jeanne Dielman, è prima di tutto un documentario, su una giornata nella vita di una donna, una semplice casalinga madre di un adolescente. La osserviamo mentre svolge le sue abituali faccende: ciò che in altri film sarebbe solo contesto, qui si espande in durata, e il tempo si riempie unicamente di gesti quotidiani privi di importanza e di conseguenze.

In realtà questa casalinga pratica la prostituzione: visite clandestine di ‘signori’, soltanto intraviste, a casa sua ‒ 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles. Per la loro brevità e mancanza di insistenza queste visite sono in profondo contrasto con le attività casalinghe di Jeanne Dielman. Poi, un giorno, questa routine viene turbata ed è sul punto di divenire un’avventura. Il capolavoro assoluto della regista belga Chantal Akerman, tra i film francesi da vedere più importanti e iconici.

 Ho compreso l’importanza del film molti mesi dopo averlo finito. All’inizio ero convinta di raccontare semplicemente tre giorni della vita di una donna, ma poi ho capito che era un film sull’occupazione del tempo, sull’angoscia: fare le cose nel giusto ordine per non pensare al problema fondamentale, l’esistenza.

Jeanne Dielman, 23, quai du commerce, 1080 Bruxelles, Paradise Films
Unité Trois

Arrivederci ragazzi (1987)

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Leone d’oro alla 44ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, scritto e diretto da Louis Malle, Arrivederci ragazzi (Au revoir les enfants), è la rappresentazione della tragedia dell’Olocausto  dal punto di vista di un bambino, vale a dire colui che più di tutti incarna in sé l’umiltà e l’innocenza. Il film più intimo del regista francese, che si è basato su un episodio del quale lui stesso era stato testimone all’età di undici anni: la deportazione di tre ragazzi ebrei da un collegio religioso presso Fontainebleau da parte della Gestapo.

La pellicola è infatti ambientata nel 1944, al termine delle vacanze di Natale, dove il piccolo Julien Quentin torna al collegio cattolico del Bambin Gesù insieme al fratello maggiore François e ai suoi compagni di studio. Alla scolaresca del collegio si sono appena aggiunti tre nuovi alunni; fra questi c’è Jean Bonnet, un ragazzo schivo ed introverso. Ma dopo un’iniziale diffidenza reciproca, ben presto fra Jean e Julien nasce una stretta amicizia. Coinvolgente e straziante, la sequenza finale, con il lungo primo piano sul viso di Julien, resta una delle pagine più dolorose e commoventi nella storia del cinema. Da evidenziare nel cast la presenza di Irène Jacob.

Au revoir les enfants, Nouvelles Éditions de Films (NEF) (as Nouvelles Éditions de Films S.A., Paris)
MK2 Productions (Paris)

Trilogia dei colori (1993 – 1994)

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Tre film, tre colori della bandiera francese e anche ai tre ideali rivoluzionari da essi rappresentati: blu-libertà, bianco-uguaglianza e rosso-fratellanza. Il regista polacco Krzysztof Kieślowski dirige le tre pellicole come se fossero indipendenti l’una dall’altra, ma visti nell’insieme appaiono intrecci e connessioni come se fossero un’opera unica. Leone d’Oro come miglior film al Festival di Venezia del 1993, Film blu è il primo capitolo della trilogia, in cui la protagonista Julie (Juliette Binoche) deve affrontare la morte del marito e della loro figlia di sette anni per poter ricominciare.

In Film bianco, Orso d’Argento per la miglior regia al Festival di Berlino nel 1994, un parrucchiere polacco a Parigi si ritrova improvvisamente abbandonato dalla moglie (Julie Delphy), senza lavoro e perseguitato dalla polizia. Verrà aiutato da un compatriota conosciuto in metropolitana. Chiude la trilogia Film rosso – premio Ce’sar come miglior colonna sonora nel 1995 – dove la giovane modella Valentine (Irène Jacob), dopo aver investito casualmente un cane con l’auto, conosce un vecchio giudice (Jean-Louis Trintignant)  che le cambia la vita. Trascendentali ed esistenzialisti, le tre pellicole cercano di decifrare i misteri della condizione umana, investigando attentamente attraverso la macchina da presa ogni singola azione ed emozione dei personaggi. Tra i film francesi da vedere assolutamente, non può mancare la trilogia dei colori.

Trois couleurs, MK2 Productions (as MK2 Productions SA – Paris.)
CED Productions (as CED Productions – Paris)
France 3 Cinéma (as France 3 Cinema – Paris)
CAB Productions (as CAB Productions – Lausanne)
Zespol Filmowy “Tor” (as ‘Torr’ Production – Varsovie)
Canal+ (participation)
Centre National du Cinéma et de l’Image Animée (participation)
Fonds Eurimages du Conseil de l’Europe

L’eau froide (1994)

Uno dei film francesi da vedere è L’eau froide, pellicola sottovalutata della filmografia di Olivier Assayas. La storia si svolge a Parigi nel 1972. Christine (Virginie Ledoyen) è una giovane adolescente introversa e turbata da una situazione famigliare complicata. I genitori sono divorziati e la madre, con la quale vive, non è molto presente. Gilles (Cyprien Fouquet), da parte sua, è un ragazzo insofferente per principio alle regole della società e ha un rendimento scolastico disastroso. Un giorno Christine commette un furto in un supermercato. Scoperta, finisce in un istituto di correzione. Riesce a scappare e si ritrova con Gilles. I due, girovagando, si imbattono in una festa presso un casolare dove fanno amicizia con un gruppo assortito di ragazzi e ragazze. Passano la notte con loro. La mattina dopo Christine e Gilles decidono di partire insieme verso una meta non precisata.

Con L’eau froide, il regista Olivier Assayas rappresenta l’universo sospeso di un’adolescenza inquieta e sofferente. Fluidi movimenti di macchina, interrotti da intensi primi piani, seguono Gilles e Christine, figli di genitori separati, nel loro scontro con la società degli adulti, fino all’improbabile fuga, decisa durante una notte di festa. Ci sono tutti gli elementi che hanno contraddistinto la rivoluzione giovanile sessantottina: l’anticonformismo, la cultura di massa, il conflitto con le istituzioni sociali (famiglia, scuola, forze dell’ordine, Stato), con la morale e l’ipocrisia borghese, ma soprattutto il desiderio di trovare la propria identità. Fondamentale l’uso della colonna sonora, che attraverso le canzoni di Bob Dylan, Janis Choplin, Leonard Cohen e tanti altri, riesce non solo ad incarnare alla perfezione lo spirito ribelle e rivoluzionario di una generazione, ma anche di raccontare alcune scene del film «come fossero pezzi di sceneggiatura» (O. Assayas).

L’eau froide, Ima Films
La Sept-Arte
SFP Production
Sony Music Entertainment
IMA Productions

L’odio (1995)

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Una giornata in una delle tante banlieue parigine. Un giorno uguale a molti altri per l’ebreo Vinz (Vincent Cassel), il maghrebino Said (Saïd Taghmaoui) e il nero Hubert (Hubert Koundè. Se non fosse che un loro amico, il sedicenne Abdel, è stato pestato dalla polizia in seguito agli scontri della notte precedente e adesso è sospeso tra la vita e la morte in ospedale. Durante i tumulti, Vinz ha trovato la pistola persa da un agente. Il ragazzo giura che la userà per vendicarsi, nel caso in cui Abdel muoia.

Premio per la miglior regia al Festival di Cannes per Mathieu Kassovitz, regista del capolavoro uscito nel 1995 e ancora terribilmente attuale che racconta al meglio la realtà della periferia metropolitana. Con una messa in scena coinvolgente che unisce elementi pop tra cui Scarface di Brian De Palma, Il cacciatore di Michael Cimino e soprattutto Taxi Driver di Martin Scorsese – memorabile la scena di Vinz allo specchio che rifà Robert De Niro, a tecniche della vecchia scuola – La Haine riesce a mostrarci uno spaccato sociale apparentemente confinato territorialmente, ma che, in realtà, risulta essere tristemente una rappresentazione universale del genere umano e dei suoi istinti più forti e primordiali. Un altro dei film francesi da vedere e rivedere.

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

La Haine, Canal+
Cofinergie 6
Egg Pictures
Kasso Inc. Productions
La Sept Cinéma
Les Productions Lazennec
Polygram Filmed Entertainment
Studio Image

Amour (2012)

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In una delle migliori interpretazioni degli ultimi anni, i mostri sacri della settima arte Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva sono moglie e marito, Anne e Georges, anziani insegnanti di musica in pensione, nel film di Michael Haneke. Tempo, morte e amore, questi i temi che si intrecciano in un film sofferentemente realistico diretto in maniera impeccabile dal regista austriaco. Palma d’oro al Festival di Cannes.

Un giorno, mentre fanno colazione, Anne si “incanta”, non parla e non si muove più. Quando si riprende, non ricorda nulla. Ostruzione della carotide, dicono i medici. È l’inizio di una lunga e terribile malattia, ma Anne chiede sin da subito a Georges di farle una promessa: non riportarla mai più in ospedale. Detto e fatto, perché il marito decide di stare accanto alla moglie in prima persona. Chi altri potrebbe farlo, visto che la figlia (Isabelle Huppert, terza volta con Haneke), anche lei musicista, ha i suoi “problemi” ed è spesso in tour in giro per l’Europa?

film francesi da vedere
Amour, Les Films du Losange (presents)
X-Filme Creative Pool (presents) (as X Filme Creative Pool)
Wega Film (presents)

Animazione – Film Francesi da vedere

Il pianeta selvaggio (1973)

Presentato in concorso al 26º Festival di Cannes, Il pianeta selvaggio (La planète sauvage), è tratto dal romanzo breve di fantascienza Homo Domesticus (Oms en série, 1957) di Stefan Wul. Disegnato da Roland Topor che l’ha sceneggiato assieme al regista René Laloux, è considerato uno dei primi esempi di film in cui viene introdotto il tema dell’antispecismo, rovesciando la classica prospettiva secondo la quale la specie umana sarebbe la più evoluta, e quindi la più importante, di tutte le specie.

Protagonisti sono i Draag, alieni dalla pelle blu alti decine di metri che abitano un pianeta di nome Ygam, che ha come unico satellite quello che viene chiamato il pianeta selvaggio, da cui vengono prelevati gli umani per diventare i loro animali domestici, gli Oms. Una pellicola che fonde l’arte con l’ultra-terrestre, dove la metafisica prende piede e diventa il fulcro della narrazione. Reale e soprannaturale. La storia, che mescola la specie umana e l’aliena, mette in luce le diverse culture che regolano la vita. Poco apprezzato oltreoceano, dove è conosciuto col titolo Fantastic Planet, il film si è invece guadagnato in Europa una folta schiera di estimatori che lo hanno considerato un piccolo classico sin dal momento in cui è stato distribuito, dopo essere rimasto chiuso per ben due lustri negli archivi del produttore. Tra i film francesi da vedere più originali.

film francesi da vedere
La planète sauvage, Argos Films
Les Films Armorial
Institut National de l’Audiovisuel (INA)
Ceskoslovenský Filmexport
Krátký Film Praha
Office de Radiodiffusion Télévision Française (ORTF)

Persepolis (2007)

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Persepolis è un film d’animazione del 2007, piccolo grande capolavoro, vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes 2007, basato sull’omonima graphic novel autobiografica di Marjane Satrapi, che ne dirige anche la trasposizione cinematografica. La protagonista del film è Marjane, alle prese con i cambiamenti politici ed i fatti di guerra che sconvolgono il suo paese, l’Iran a partire dalla fine degli anni ’70 fino ai primi anni ’90. La storia non manca di raccontare i momenti più bui della storia iraniana ai tempi dello Scià e poi dell’inflessibile regime integralista di Khomeini e degli ayatollah: un paese lacerato dalle violenze dei pasdaran e dalla lunga guerra con l’Iraq di Saddam Hussein.

Persepolis è una pagina di storia contemporanea, raccontata in modo magistrale attraverso un cartone atipico, che mette da parte il 3D, per tornare al bianco e nero, a pochi sprazzi di colore, ad un’animazione stilizzata, semplice ma efficace nel mettere in evidenza il contenuto della pellicola e nel tenere fede allo stile delle graphic novel. Il film, sovversivo e in grado di far percepire al pubblico le difficoltà dell’Iran, ha attirato le proteste proprio del governo iraniano. Anche prima del suo debutto al Festival di Cannes, l’organizzazione legata al governo Iran Cionnis Foundation ha inviato una lettera all’ambasciata francese a Teheran, dicendo:

Quest’anno il Festival del cinema di Cannes, con un atto anticonvenzionale e non idoneo, ha selezionato un film sull’Iran che ha presentato una faccia irrealistica dei traguardi e dei risultati della gloriosa Rivoluzione islamica in alcune delle sue parti.

film francesi da vedere
Persepolis, 2.4.7. Films (present)
France 3 Cinéma (co-production)

L’illusionista (2010)

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Un illusionista nella seconda metà degli Anni Cinquanta vede progressivamente sfuggire il proprio pubblico. Il palco spetta ora alle star del rock’n’roll e non più a lui che è costretto ad esibirsi a feste, in teatri di terz’ordine o, peggio, in bar e caffè. Un giorno, però, costretto a esibirsi in un pub sulla costa occidentale della Scozia, incontra Alice, una ragazzina innocente che gli cambia la vita. Alice è un’entusiasta che crede che i suoi trucchi siano realtà e che decide di seguirlo a Edimburgo. L’illusionista non ha il coraggio di toglierle le illusioni. Ma un giorno Alice crescerà.

Diretto da Sylvain Chomet, già regista dell’onirico e retrò Appuntamento a Belleville, L’illusionista è basato su una sceneggiatura inedita scritta nel 1956 dal mimo, attore e regista francese Jacques Tati, da cui il personaggio principale trae aspetto fisico e nome. Lo script viene ripescato dalla figlia Sophie che lo interpreta come una sorta di lettera d’amore di suo padre per lei, per poi affidarlo al regista Chomet. Quasi muto, caratteristica che contraddistingue la filmografia di Tati: i pochi dialoghi sono dati da qualche parola in francese, una lingua inventata che somiglia all’inglese e al gaelico, e la musica che Chomet stesso ha scritto, L’illusionista è una perla malinconica che riesce a mettere in scena la fine di un’epoca e ad omaggiare una figura leggendaria come Jacques Tati.

film francesi da vedere
L’illusioniste, Pathé (presents)
Django Films (co-production)
Ciné B (co-production)
France 3 Cinéma (co-production)
Canal+

La mia vita da Zucchina (2016)

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Non lasciatevi trarne in inganno dal titolo: La mia vita da zucchina (Ma vie de courgette) non è un film per bambini. Il primo lungometraggio di animazione diretto da Claude Barras e scritto da Céline Sciamma (Ritratto della giovane in fiamme), vede come protagonista Icaro, detto Zucchina, un bambino solitario che passa gran parte del tempo nella sua soffitta disegnando. Il papà se n’è andato, la mamma ha problemi di alcolismo. Un giorno, quasi per caso, Zucchina si ritrova orfano e viene portato da un poliziotto in un istituto dove soggiornano bimbi senza famiglia. Ai piccoli ospiti i genitori (e l’infanzia) sono stati strappati da drammi quotidiani – la galera, la droga, l’espulsione, la violenza – e ognuno porta su di sé i colpi del dolore. Ma quando appare Camille, segnata da una tragedia indicibile, a Zucchina la vita sembra sorridere.

In poco più di un’ora questa malinconico racconto di formazione in step-motion riesce ad abbattere argomenti tabù come sesso ed elaborazione del lutto con una delicata comicità e tanta, tanta sensibilità. Basta poco per essere trasportati in questo mondo dedicato all’infanzia e ai suoi temi più dolorosi, grazie anche ad un’eccellente colonna sonora dove spicca la cover “Le vent nous portera” dei Noir Desir, che si addice perfettamente all’atmosfera della pellicola. Una perla del cinema di animazione candidata agli Oscar 2017; uno dei film francesi da vedere e rivedere, considerata anche la breve durata (70 minuti).

Ma vie de Courgette, Rita Productions
Blue Spirit Animation
Gébéka Films
KNM

Documentario – Film Francesi da vedere

Sans Soleil (1983)

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Tra i film francesi da vedere non può mancare Sans Soleil, documentario diretto da Chris Marker. Una serie di lettere scritte da un operatore cinematografico (Sandor Krasna, alter-ego di Chris Marker) e lette dalla donna (la voce di Florence Delay) alla quale sono indirizzate. Sono commenti, informazioni e riflessioni sulle immagini che l’operatore ha ripreso in diverse parti del mondo: il Giappone, l’Île de France, la Guinea Bissau, Capo Verde, l’Islanda, San Francisco… La maggior parte delle riprese sono state realizzate da Chris Marker nel corso degli anni; alcune di esse sono invece prese a prestito da altri registi, i cui nomi figurano nei titoli del film.

Il documentario sperimentale di Chris Marker prende il nome dal ciclo di canzoni “Senza sole” di Modest Petrovič Musorgskij. Sans Soleil è una meditazione sulla natura della memoria umana e l’incapacità di ricordare il contesto e le sfumature della memoria e, di conseguenza, come la percezione di storie personali e globali sia artificiosa. Il soggetto principale e l’oggetto stesso del cinema di Marker, ancor prima dell’immagine, è il tempo.

Sans Soleil, Argos Films

Visages, villages (2017)

Agnès Varda e l’artista francese JR attraversano la Francia rurale dal nord di Parigi fino al porto di Le Havre per conoscere storie di gente comune, fermandosi solo in villaggi lontani dal turismo di massa: lo sguardo della regista e quello del giovane artista, due generazioni a confronto, si incontrano nel tentativo di cogliere, per mezzo della fotografia, tutta l’eccezionalità della vita quotidiana. In ciascun luogo visitato JR creerà giganteschi ritratti in bianco e nero degli abitanti che andranno a ricoprire case, fienili, facciate di negozi, ogni superficie libera. Così facendo doneranno grandezza a quelle persone; non una grandezza da supereroi, ma una grandezza umana, da persone in carne e ossa quali sono. I due conoscono (e fotografano) operai, formaggiai, camionisti, in una sorta di ricognizione della Francia rurale, attraverso la quale le immagini che affiorano sono giocose, spettrali, belle e commoventi.

Non è solo un film, un documentario, è un’esperienza totale, psicologica e mentale, capace di trasmettere quella gioia e quell’allegria che animano il film e lo spirito libero e sincero dei due artisti. Visages, villages lancia un potente messaggio sul tipo di società che stiamo diventando, nella quale l’uno per cento non solo possiede troppo di tutto, ma accentra su di sé anche tutta l’attenzione. La nostra dipendenza dalla ricchezza e dalla celebrità ha iniziato a svuotare il valore della vita normale, e il film dà una sublime strigliata a questo atteggiamento. Ultima pellicola della regista eroina della Nouvelle Vague prima di morire. Uno dei migliori documentari usciti recentemente e, tra i film francesi da vedere assolutamente.

Visages, villages, Canal +

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