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Film horror 2019: i migliori titoli da vedere assolutamente

Una carrellata dei film dell'orrore più degni di nota usciti nel 2019

Il 2019 è stato un anno molto generoso con i film horror. Già a inizio anno le aspettative erano alquanto rosee e bisogna ammettere che a conti fatti c’è poco da essere delusi: la lista di film intriganti è ben fornita e ancora in aumento. Nonostante i continui abusi del qual il genere orrorifico è vittima pare quest’anno, tralasciando diverse cadute di stile, il trend sia cambiato. Riguardando i titoli si nota una qualità diffusa piuttosto elevata, ma anche una curiosissima diversificazione. Non c’è più l’unilateralità della possessione demoniaca, che comunque rimane un filone preponderante, ma una moltitudine di differenti sfumature.

I remake di vecchi cult, protesi a foraggiarsi grazia al magnetismo dei loro predecessori, non manca, ma ci sono anche nuove stuzzicanti idee. Netflix si è prepotentemente inserito nel panorama horror, affermandosi con film di livello. Persino l’Italia, reduce da anni piuttosto bui per quanto concerne la cinematografia dell’orrore, ha avuto qualche convulsione nel tentativo di svegliarsi dal tepore che permea questo genere. Osserviamo dunque questa lista che, tra picchi di qualità eccelsa e horror di mestiere, ci aiuta a visualizzare i film horror che vale la pena ricordare di questo 2019.

Indice

 

Originali Netflix – Film horror 2019

The Perfection

Partiamo da uno degli horror più controversi dell’anno. The Perfection racconta l’incontro, tra un genio della musica tormentato e un’altra ragazza prodigio, che porterà entrambe verso un cammino oscuro. Il film ha tenuto sulle spine tutti i fan dell’orrore fin dalla sua prima anteprima al Fantastic Fest l’anno scorso, e già in quella situazione divise la critica. Stiamo parlando sicuramente di un horror atipico che si diverte a giocare con il palato dello spettatore. Partendo da un thriller erotico diviene psicologico, per poi virare bruscamente su toni splatter degni di Eli Roth. I punti di forza del film sono essenzialmente due: l’incredibile duo che fa veste il ruolo di protagonista e la colonna sonora. Logan Browning e Allison Williams, già famosa per Get Out, dimostrano un’alchimia molto rara e sono il fulcro di tutte le inquietudini della pellicola.

La colonna sonora, fortemente connaturata alla storia per ragioni di trama, svolge superbamente il suo ruolo diegetico innestandosi perfettamente nell’atmosfera ansiotica nella quale la regia ci immerge. Ciò che contraddistingue il lavoro di Richard Shepard è comunque la sua struttura anomala, che lo rende un prodotto fresco e innovativo. Appena si trova un associazione a The Perfection ecco che il film muta, cambiando tono e confondendo uno spettatore ormai in totale balia della pellicola. Si passa da Black Swan, Fly, 127 Hours fino ad arrivare a Get Out. Se si cerca un horror tradizionale meglio stargli alla larga, ma se si vuole osare è necessario prenderne visione.

Velvet Buzzsaw

Velvet Buzzsaw di Dan Gilroy è stato mostrato al pubblico durante il Sundance Film Festival e ha riscontrato un successo relativo. L’eccellente cast (Jake Gyllenhaal, Toni Collette, Rene Russo, John Malkovich, Natalia Dyer e Tom Sturridge) non ha avuto un adeguato supporto nella sceneggiatura, già vista e rivista. Una giovane agente che lavora per una spietata gallerista rinviene un giorno il cadavere di un misterioso artista. Inizia dunque una sfrenata corsa da parte di tutto il mondo dell’arte, deciso ad accaparrarsi i quadri del defunto, nonostante questi inducano i possessori a morti inspiegabili. Gilroy prende chiaramente ispirazione da Altman e dove il predecessore ha preferito usare tinte comiche (Prêt-à-Porter), il regista utilizza qui gli stilemi del genere horror. La satira è, seppur alla lunga ridondante, graffiante verso lo snobismo del mondo dell’arte.

I personaggi, tutti sapientemente sgradevoli, scompaiono come macchiette in una sorta di Final Destination d’alta classe. Gilroy non è all’altezza dei suoi due lavori precedenti, ma confeziona comunque un horror intelligente e divertente. Il concept, derivante anche da Il seme della follia, è intrigante e lo spettatore vede cadere come mosche personaggi malevoli, ma dei quali alla fine prova tenerezza. Sono stati corrotti dal magnetismo dal fascino della Los Angeles artistica e sono totalmente succubi di denaro e potere. Un sensazionale Gyllenhaal si conferma un grandissimo attore e riesce tanto a farsi detestare quanto a indurre alla riflessione sulla società “artistica”. Velvet Buzzsaw non è un horror eccezionale, ma incompreso e sottovalutato.Film horror 2019

Film nostrani – Film horror 2019

The Nest – Il Nido

The Nest, opera prima di Roberto De Feo, racconta la storia di Samuel, un bambino bloccato su una sedia a rotelle. Samuel viene tutelato e protetto dalla severissima madre che non gli permette di uscire dalla Villa dei Laghi, immersa nella folta boscaglia. Il giovane non può neanche domandare cosa ci sia oltre la tenuta e rimane confinato nel suo comodo nido domestico fra musica classica e regole ferree, almeno fino a quando non si palesa la giovane aiutante Denise. De Feo unisce le tinte macabre dell’horror a quelle strazianti del dramma familiare, partendo dalla nozione di confine. Partendo da capisaldi del genere, quali The Village e The Truman Show, disegna diversi confini nella sua opera, spaziando da quello concreto che separa la Villa dei Laghi dal resto del mondo a quello metaforico che instaura fra madre e figlio.

Fondamentale la figura della madre, interpretata da un ottima Francesca Cavallin, che è il vero centro nevralgico degli orrori della pellicola. Glaciale e inflessibile, mostra come è proprio dove ci sentiamo più sicuri che può annidarsi il male. Anche grazie alla stupenda scenografia, De Feo fa centro con un grande esordio dimostrando astuzia e padronanza dei mezzi. Gioca spesso con luci e ombre e da alla sua opera un sapore internazionale che difficilmente si può notare nelle opere nostrane. Una nuova idea di estetica che, promossa con coraggio, è riuscita a farsi strada nella mentalità ormai conservatrice della nostra Nazione. The Nest è un piccolo gioiello italiano che, speriamo, riesca a riavvicinare il pubblico della Penisola a questo fantastico genere.Film horror 2019

Il signor Diavolo

Pupi Avati, alla veneranda età di ottantuno anni, sforna Il signor Diavolo, una sorta di unione concettuale tra i suoi capolavori: La casa delle finestre che ridono e L’arcano incantatore. Se infatti da una parte richiama l’atmosfera provinciale dell’opera del 1976 dall’altra si riferisce alla superstizione e all’esoterismo del suo gioiello del 1996. Il cast è di tutto rispetto: con a capo Gabriel Lo giudice, straordinario nel presentare l’ordinario, e soprattutto una prova spettacolare di Chiara Caselli, che in una sola manciata di scene riesce a rendersi indimenticabile. Pupi Avati torna a rappresentare il macabro e la affidandosi ai suoi lavori più riusciti. Si dimostra ancora una volta un maestro nella direzione degli attori, meno nel resto. Si confermano le classiche inquadrature avatiane derivanti dal gotico: prospettive basse e deformazioni verticali, con particolare cura per volti e paesaggi.

Il regista è uno dei grandi dei film di genere e confeziona un horror gotico dal profumo strettamente padano in grado di far viaggiare con la memoria i più affezionati. Il signor Diavolo però perde molto appeal dato il suo netto marchio visivo, che lo rende più facilmente accostabile agli anni ’70 che ai film contemporanei. Questo marchio si diffonde in maniera sottile e piacevole nei temi trattati (sacro e pagano, la Chiesa come fulcro dell’orrore), ma si manifesta in modo troppo violento e sfacciato per quanto riguarda ritmo e componente visiva. Il ritorno di Pupi Avati sul grande schermo non farà di certo paura alle nuove generazioni, ma è imperdibile per chi ha amato le sue vecchie opere.

Sequel attesi – Film horror 2019

It – Capitolo 2

Andy Muschietti torna dietro la macchina da presa per narrarci un ultima volta le peripezie dei Perdenti di Derry.  Se nel primo capitolo fu un gruppo di ragazzini a sconfiggere It, oggi tocca ancora agli stessi, ma divenuti ormai adulti. Una volta preso atto del ritorno del clown ballerino il gruppo di amici, ormai slegato, è costretto a tornare alla città natale per sconfiggere una volta per tutte il male che vi si annida. Mentre ricostruiscono la loro infanzia, gli amici si riavvicineranno per poter fronteggiare la vera essenza della paura. Questo secondo capitolo si lega fedelmente al predecessore, soprattutto stilisticamente. Muschietti si dimostra di nuovo un regista sapiente e lega in modo ottimale le due linee temporali, giocando anche con una fotografia alquanto spenta per gli eventi presenti e contrastandola nettamente con la luminosità dei flashback.

Si sente ancora molto forte l’atmosfera anni ’80 che ha dato quel meritato successo al primo capitolo, ma manca un elemento molto importante: l’orrore. Bill Skarsgård si conferma un Pennywise fantastico, ma la sceneggiatura non lo aiuta a esprimere tutto il suo potenziale, proprio come avviene per il resto del cast. Il duo Eddie (James Ransone) e Richie (Bill Hader) regala comunque scintille e qualche sequenza ad alto impatto orrorifico, permeata da una critica sociale, è comunque presente. L’orrore non è però il fulcro di un film che vuole spingere l’acceleratore sul tema dell’amicizia, dell’unione e di come queste due cose possono soverchiare qualsiasi tipo di paura. Un sequel non al livello del primo film, ma che riesce lo stesso, tra comedy e monster movie, a farci innamorare di nuovo Derry e dei suoi Perdenti.film horror 2019

Ancora auguri per la tua morte

Christopher Landon, dopo il primo film, ci doveva delle risposte e, grazie a Jason Blum e alla sua casa di produzione, il sequel di Tanti auguri per la tua morte ce le fornisce. Il concept è chiaramente ancora il medesimo del predecessore e di Ricomincio da capo, ma Landon, coinvolta questa volta anche nella sceneggiatura, mischia le carte in tavola. Rispetto al primo film assistiamo a una svolta stilistica non da poco che allontana esteticamente due film così simili narrativamente.

Rieccoci dunque a quello sperimentalismo che aveva caratterizzato il capotistipite di quella che si preannuncia essere una saga longeva piuttosto brillante. In questo sequel viene minimizzato il terrore e accentuata a dismisura la parte comedy, che va ad intaccare persino le sequenze teoricamente spaventose. La novità maggiormente influente però è sicuramente l’intromissione di un sci-fi vecchia scuola, che contribuisce a quella strana commistione di generi che è questa pellicola.

Fattore di spicco è l‘interpretazione della protagonista: Jessica Rothe è la final-girl definitiva. Pur riprendendo i classici del genere, la giovane attrice ci regala una performance a tutto tondo condita da sensualità, espressività e versatilità straordinarie. Un moderno Sisifo alla quale non si può non affezionarsi. Ma fin dove può spingersi Landon? Questo è davvero un mistero e l’impazienza di visionare un altro capitolo c’è. Anche se per ciò che concerne la tra Ancora auguri per la tua morte annaspa un po’ rispetto al predecessore, rimane una piccola perla di sperimentalismo intragnere che, ci auguriamo, non sarà abbandonata.film horror 2019

Remake & Reboot – Film horror 2019

La bambola assassina

Rimaneggiare un franchise così tanto caro agli appassionati del genere è un processo indubbiamente pericoloso, ma allo stesso tempo già rodato. Innumerevoli sono i reboot fatti ai danni di cult che, data la loro popolarità, hanno dato alla luce diversi “cloni” non esattamente lusinghieri. A prendersi carico di questo fardello è Lars Klevberg che, dopo il risultato non proprio eccelso di Polaroid, prova a rifarsi affidandosi a un’icona del genere horror: Chucky. Il regista infatti, approcciandosi a un cult che ha palesemente ammirato, mostra grandissimo rispetto e riprende strutturalmente l’originale. Proprio dal film del 1988 deriva la classica struttura in tre atti e i fan più anziani potranno notare l’abbondante dose di citazioni: Halloween, Poltergeist, Non aprite quella porta e RoboCop sono solo alcuni dei riferimenti di Klevberg.

Accanto a questa verve di old school il regista però conosce il pubblico contemporaneo e adatta la sua bambola assassina alle nuove generazione. Viene eliminato l’esoterismo per far posto a una critica sociale ai danni della sempre più evidente dipendenza tecnologica e allo sfruttamento industriale di lavoratori sottopagati . La bambola viene infatti creata in una fatiscente fabbrica vietnamita, che diventa in questo modo il vero antro nel male. Perla della pellicola è la rivisitazione della canzone di Toy Story “Hai un amico in me” che regala un tanto inquietante quanto azzeccato parallelismo. La bambola assassina è un reboot che di certo non darà un apporto alla storia della cinematografia dell’horror, ma quantomeno non svaluta il predecessore, omaggiandolo.

Suspiria

Il primo film horror del 2019, uscito in Italia esattamente l’1 gennaio. Guadagnino guarda all’omonimo film di Dario Argento, lo destruttura e ne fa un’opera che, seppur ispirata, è fortemente autoriale. Un lavoro minuzioso sulla composizione scenica, sui contrasti cromatici e sulla chimica tra immagine e suono che riesce a rendere un classico un film personalissimo. Definire questo film “remake horror” non può che essere sbagliato. Da un lato è la concretizzazione del lavoro svolto dai fantasmi di Argento su Guadagnino, dall’altro è una riflessione sulla nozione di male. La storia, ambientata sempre nel 1977, si sposta da Friburgo a Berlino rendendo scottante il tema del nazismo. Ma non è nel nazismo che Guadagnino ricerca il male, ma nel mondo. Il maligno esiste ancor prima del divino e ha sempre accompagnato, sotto molteplici forme l’esistenza.

La sua espressione concreta è la danza: una macabra scenografia di corpi che, bellissimi e spaventosi al tempo stesso, mostrano la vera essenza del male. Le sequenze splatter non mancano ma sono molto meno incisive di una tanto candida quanto eterea morte senza una goccia di sangue. Questo Suspiria è dunque una specie di psicanalisi dello spettatore, dove si indaga il rapporto con il passato, il femminismo, il totalitarismo e la spersonalizzazione. Una pletora di temi che può sembrare sovrabbondante, ma che trascina lo spettatore in un vortice dal quale difficilmente potrà evadere. Dakota Johnson e Tilda Swinton offrono delle grandissime prestazione e la musica di Thom York contribuisce all’ipnoticità della pellicola. Il regista di Chiamami col tuo nome confenziona un prodotto brutalmente geniale, fatto di ansie e paranoie che vanno a descrivere qualcosa che ancora non conoscevamo del suo grande talento.film horror 2019

Pet Sematary

Passiamo ora a un remake non certo estremamente brillante, ma molto godibile e rispettoso. Cimitero Vivente risale ormai al 1989 e rimane un’opera linearmente semplice e intima. Una storia così poco ramificata è l’ideala per un’operazione di restyling che, per rendere un vecchio horror appetibile a un pubblico moderno, deve essere fatta. Il direttivo è formato dall’intrigante duo Kölsch-Widmyer, famosi per il sorprendente Starry eyes. Questo body-horror risale al 2014 e le sue tracce sono ancora chiaramente visibili in questo adattamento. Il duo non si permette di stravolgere la vicenda, ma ci aggiunge la componente fantasy e soprattutto quella investigativa, rendendo questo remake molto più fresco. Lo sviluppo di trama e protagonisti è davvero molto basilare e a tratti banale, rendendo questa pellicola un mezzo specchio per allodole.

Lo è solamente per metà perché salvato dall’impronta kingiana, sapientemente conservata dai registi che riescono a conciliare horror moderno e tardo-gotico. Tralasciando la banalità dei risvolti, Pet Sematary è un film davvero godibile alla prima visione. Senza pretese ci permette di fare un viaggio verso l’omonimo libro e il dramma umano che lo alimentava. Nonostante questo adattamento rimetta in campo le medesime sensazioni, per rispetto o per questioni pratiche, rinvia silenziosamente e pacatamente alle stesse. Questo film non spicca tra gli horror del 2019, ma tra una fotografia minimal e qualche scena gore il film procede senza intoppi, rievocando immagini più che positive.film horror 2019

Non solo horror – Film horror 2019

L’angelo del male – Brightburn

L’incipit di Brightburn è un enorme what if: cosa succederebbe se Superman fosse cattivo? Non è detto infatti che un gran potere debba per forza schierarsi dalla parte del bene, anzi. David Yarovesky mette in scena l’archetipo di un origin story di un supereroe, ma con risvolti alquanto sinistri. Un approccio piuttosto realistico che si oppone all’ottimismo sfrenato di fumetti che, chiaramente, osservano la realtà con l’occhio della meraviglia. Come reagirebbe la nostra società nel scoprire l’esistenza di un essere umano con superpoteri potenzialmente pericolosi? Difficile pensare a una pacifica e serena convivenza. Mischiando all’horror questa vena supereroistica, Brightburn non si dimentica di far paura. L’orrore deriva da un fascino quasi perverso per il male che, come spesso accade, si mostra molto più attraente del bene.

Al centro della storia c’è il disgregamento di una famiglia che, resasi conto della pericolosità del figlio, non sa come comportarsi. Dall’altro lato Brandon, sentendosi tradito e bullizzato, da sfogo a tutta la sua vena violenta, dando prova della sua letalità. Prodotto da James Gunn, il film in parte risente del suo tocco anticonvenzionale, ma non osa come potrebbe. Un suo pregio particolare è l’uso estremamente efficace che Yarovesky fa del comparto sonoro. Tralasciando qualche jump scare Brightburn gioca molto sull’inquietudine che si prova a fronteggiare un bambino praticamente onnipotente, ma in bilico fra lato chiaro e lato oscuro. Suoni meccanici e disturbanti si accavallano per comporre una sinfonia ansiotica che aiuta a darci la risposta alla domanda che il regista intende porci.film horror 2019

I morti non muiono

Jarmusch torna con un film pesantemente stroncato dalla critica. Una commedia nera dove il regista sembra aver dimenticato la sua spigliatezza e sagacia, adattandosi pigramente agli zombie-movie più contemporanei. Un cast stellare ( Tilda Swinton, Adam Driver, Bill Murray, Steve Buscemi e Danny Glover), ma svogliato. Jarmusch riprende quel sottile messaggio politico di matrice romeriana, ma lo rende troppo evidente e conseguentemente meno d’impatto.

Il regista ha in realtà sapientemente agito nel manipolare il sottotesto del film, instaurando un parallelismo tra la scarsa brillantezza della sua opera e ciò che questa vuole esprimere. Gli zombie di Jarmusch siamo ovviamente noi, assetati di wi-fi e caffè, ma sembra una critica troppo banale. Questo film è esattamente ciò che intende essere: una critica troppo reiterata , una serie autoreferenziale di archetipi jarmuschiani e un divertissment un po’ sfibrato.

Jarmusch si è reso conto del destino della contemporaneità: un automismo senza futuro. Invita lo spettatore a far parte della sua visione fatta di ombre del passato e qualche risata, abbandonandosi all’inevitabile. Fra la critica alla politica trumpiana e all’emergenza ecologica vengono passati in rassegna tutti gli effetti della modernità, compresi massificazione e omologazione in chiave davvero intelligente. I morti non muoiono è un film divertente e divertito che, come spesso accade, è stato preso troppo sul serio.

I più interessanti – Film horror 2019

Midsommar – Il villaggio dei dannati

Ari Aster, dopo l’incredibile Hereditary – Le radici del male, torna a inquietarci con il suo secondo lungometraggio. Si nota immediatamente una soluzione di continuità fra i due lavori, ma il regista decide di cambiare rotta per quanto riguarda la scenografia, preferendo il sunny scary alle cupe ambientazioni del suo lavoro precedente. Midsommar è esteticamente un horror folk, che però poggia le sue radici su di una rottura sentimentale che il regista ha vissuto sulla propria pelle e che lo ha fortemente ispirato.

La potenza iconografica e visionaria di questa pellicola è indiscutibile: tra inquadrature che oscillano tra teatralità e poesia Aster insegna a manipolare l’immagine a proprio piacimento, non lasciando nulla al caso. Le scenografie e i costumi sono estremamente curati e, grazie alla luminosissima fotografia di Pogorzelsky, contribuiscono a dare un’identità al film, che si differenzia fortemente dal resto del panorama horror.

Aster ragiona sulla società, proponendone una matriarcale, e prosegue la sua indagine sulla figura femminile grazie a una superba Florence Pugh. Vengono toccati anche temi come la condivisione, la morte, la separazione e la famiglia, tutti perfettamente incastonati nel mosaico che è la testa del visionario regista. Tra distorsioni visive, una potentissima colonna sonora e scene orrendamente attraenti, Midsommar tiene lo spettatore in uno stato di ansia infinito impedendogli di staccare gli occhi dallo schermo. Un’opera d’arte imperdibile che si anniderà nella mente dello spettatore per molto, molto tempo.film horror 2019

Noi – Us

Jordaan Peele torna a fare la storia dell’horror politico: ciò che aveva furbamente insinuato in Get Out esplode in Us. Attuando una brillante allegoria della società contemporanea il regista premio Oscar inizia il suo film come un home-invasion movie, che si trasforma poi in un horror psicologico dalle mille sfaccettature. Peele si promette di raccontare la spaccatura sociale moderna partendo dalla divisione originaria che ci mette a confronto con il nostro primo nemico: noi stessi. Il tema del doppio, storicamente fecondo, viene trattato in Us con estrema efficacia passando dal paranormale al sci-fi distopico, che si addice certamente meglio alla cifra stilistica del regista. Non mancano i riferimenti storici, Hans Across America e Underground Railroad, che si concretizzano in una satira spietata, intervallata però da funzionali siparietti comici.

Il passato del regista nella commedia giova nettamente al film che, grazie anche all’abilità di Winston Duke,regala dei momenti di tanto sincera quanto straniante ilarità. Lupita Nyong’o, insieme alla sua copia Red, è la mattatrice della pellicola interpretando prima una madre protettiva e poi un’ombra dalla voce lugubremente metallica. La scenografia messa in gioco è allucinante e costringente, in grado di far crescere nello spettatore un senso di disagio e paranoia sempre crescente fino ad arrivare al plot twist finale. Sebbene pronosticabile grazie a una visione attenta, il finale uccide letteralmente il significato del film costringendo lo spettatore a una riflessione postuma che darà nuovo senso alla pellicola. Un’indagine studiata su differenti piani rende Us uno dei migliori film horror del 2019 a mani basse.

The lighthouse

Eccoci giunti a uno dei film horror più estremi di questo 2019. Robert Eggers, regista del già iconico The Witch, si conferma uno dei più interessanti prospetti della nuova frontiera horror americana. Emblema dello sperimentalismo cinematografico, gira la sua pellicola in bianco e nero e utilizza un aspect ratio tanto caro all’espressionismo di M – Il mostro di Düsseldorf. È innegabile che Eggers si rifaccia a quel tipo di Cinema e lo colleghi alla sua predisposizione tardo-gotica e alla sua visione lovecraftiana.

Ephraim e Thomas, rispettivamente Robert Pattinson e Willem Dafoe, sono i guardiani del faro, circondati da una distesa infinita di acqua. Il loro unico compito è salvaguardare la luce, quale strumento di santità/bontà. Come nel gotico più tradizionale, la figura del protettore di una fonte benevola è naturalmente predisposta al male, quasi a significare i due opposti che si autoalimentano. I contrasti fra i due uomini, e dunque la nascita del male, derivano proprio dal voler il potere della fonte luminosa, unica nota positiva nelle loro futili e cupe vite.

Eggers ragiona sulla natura e sulla sua immensa forza, sostituendo un infinito moto ondoso a un muro di fitta boscaglia. Sostituisce la Luce a Dio, ma resta sulla stessa strada ideologica delineata dal suo precedente lungometraggio.La magistrale interpretazione dei due attori, che da un confronto verbale passeranno a picchi violenti, unita all’idea di Eggers a metà fra Coleridge e Murnau da vita a una pellicola indimenticabile. The lighthouse si imprime a fuoco nella mente di chi ha potuto goderne.film horror 2019

Climaxfilm horror 2019

Gaspar Noè da vita a un film allucinato e allucinante, dove la narrazione non è che un pretesto. Il film è sostanzialmente spaccato in due parti: nella prima vediamo una società idilliaca, unita e prosperosa, esprimere la gioia di vivere attraverso la danza. Nella seconda parte, in seguito all’assunzione di LSD da parte del gruppo, questo si smembra e inizia un vero e proprio gioco al massacro. I personaggi si confondono e la pellicola diventa la massima espressione di coralità, dove non si riconoscono nemmeno più vittima e carnefice.

Il “film francese” di Noè si configura come una critica alla società contemporanea, fatta di maschere che celano violenti istinti primordiali. Lo sterminio dionisiaco è accompagnato da una colonna sonora che, rimodellando i classici della disco-music in versione strumentale, intrappola lo spettatore in una condizione di terribile impotenza, disgustato in un’atmosfera festiva. L’escalation verso il massacro è fulminea e inaspettata, da un momento all’altro un’ordinata coreografia diventa un branco selvaggio che sbrana il “nemico”. La morale non esiste più.

Noè mette inoltre in gioco una regia che non è solo un esercizio di stile: un infinito piano sequenza di dodici minuti imprigiona lo spettatore nella follia del gruppo e, in seguito all’assunzione di droghe, il regista modifica il suo approccio. La macchina da presa si capovolge e le inquadrature sono sempre più instabili, proprio come i personaggi che, pedinati dalla regia, hanno trasformato un trip lisergico in follia. Tra virtuosismi registici dati da impressionanti plongèe e una sovrasaturazione cromatica Noè si libera delle catene della linearità narrativa per far posto a un horror universale. Da vedere assolutamente.

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