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I migliori 10 film tristi dagli anni Novanta ad oggi

Ecco la lista dei migliori film tristi dagli anni ’90 a oggi, secondo noi di FilmPost

Il cinema, in più di un secolo di storia, ha affrontato diversi temi, ampliandoli e dando loro nuova linfa. Dai più classici, come l’amore e l’amicizia, ai più coraggiosi, come l’erotismo, la politica o la guerra. Nella lista andrebbero incluse numerose altre tematiche, ma ciò che maggiormente importa è il modo in cui lo strumento cinematografico parli della quotidianità della vita.

Nella routine quotidiana inevitabilmente rientrano anche la tristezza e la malinconia. Queste sono generate da diversi fattori: una storia romantica finita male, la morte di un parente o di un caro, l’impossibilità di realizzare i propri sogni. Nel cinema, come nella vita, spesso e sovente i protagonisti si lasciano andare a dei pianti liberatori ma spesso strazianti.

Film come Her, Still Life, La Strada e tanti altri affrontano il dolore umano sotto diversi punti di vista. Lasciano lo spettatore con l’amaro in bocca e il luccichio negli occhi, ma nella maggior parte dei casi gli regalano anche delle ore di apprezzabile intrattenimento. Ecco quindi i migliori 10 film tristi secondo noi di FilmPost!

Migliori 10 film tristi

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Schindler’s List (1993)

All’incirca venticinque anni fa il regista pluripremiato Steven Spielberg rilasciava un film destinato a segnare profondamente la storia del cinema. Il periodo storico è ormai celeberrimo: siamo ai tempi dell’olocausto, delle deportazioni che hanno negato la libertà (e la vita) a milioni di persone. La storia, ormai, la conosciamo tutti bene: Oskar Schindler (Liam Neeson) è un imprenditore tedesco, che approfitta delle limitazioni commerciali imposte agli ebrei per aprire un’azienda di fornitura per l’esercito capeggiato da Hitler.

Ma con l’avanzare degli anni e delle crudeltà delle SS, Schindler si impone di arruolare nella sua azienda la maggior parte degli ebrei che fosse riuscito a salvare. Ecco che allora acquisterà la forza lavoro sottraendola alle atrocità dell’esercito nazista. Questi entreranno quindi a far parte della famosa lista di Schindler, che dà il nome al film.

Non staremo qui a parlare dei numerosi premi ricevuti dal film, del fatto che sia quasi interamente in bianco e nero o della incredibile notorietà che questo progetto ha regalato a Spielberg e ai membri del cast. Vale invece la pena soffermarci sull’incredibile forza emotiva scaturita dalla visione di questo immenso lungometraggio. Un film che non è un semplice esercizio stilistico, ma un manifesto, insieme, della bontà e della tirannia umana. Un film che, più che malinconico o triste, è un’eccellente rappresentazione delle più estreme sfaccettature della psicologia umana.

Lezioni di Piano (1993)

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Il 1993 è stata davvero una grande annata per il cinema mondiale. Oltre al già citato Schindler’s List fu infatti anche l’anno di Quel che resta del giorno, Il fuggitivo, Philadelphia e Jurassic Park. In lizza per l’Oscar al miglior film, però, anche l’australiano Lezioni di Piano, della regista Jane Campion. Una storia intensa, romantica e, naturalmente, triste.

Il premio Oscar Holly Hunter interpreta una donna muta, con una figlioletta a cui badare (il premio Oscar Anna Paquin, tra le più giovani a ricevere il riconoscimento). Siamo in Nuova Zelanda alla metà dell’Ottocento. Le due devono incontrare Alistair (Sam Neill), il promesso sposo di Ada. Questi è un uomo rude, che si rifiuta di trasportare nella sua casa l’amato pianoforte della donna.

La vita casalinga non risulta quindi facile da sostenere, dato l’ingresso di un altro uomo nella vita di Ada e di sua figlia Flora. Costui è George Baines (Harvey Keitel), un inglese considerato da tutti un selvaggio, data la sua amicizia con la popolazione locale. Invaghito di Ada, farà di tutto per accontentarla, offrendosi anche di recuperare il suo pianoforte. Come c’era da aspettarsi, il marito Alistair reagirà in modo violento e molto iracondo, arrivando addirittura, in una scena diventata ormai cult, a tagliare un dito di sua moglie con un’accetta.

Tre premi Oscar (anche miglior sceneggiatura originale a Jane Campion) per un film meraviglioso, che eccelle negli aspetti tecnici ma anche in quelli puramente narrativi. Una pellicola malinconica, la cui tristezza non sfocia mai nel patetismo.

Il miglio verde (1999)

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Tre anni dopo l’uscita dell’omonimo romanzo ad opera di Stephen King, Frank Darabont realizza la trasposizione cinematografica. Film ormai celeberrimo, narra la storia di un istituto penale, il Cold Mountain, chiamato Miglio verde per il colore delle piastrelle del corridoio che portava alla sedia elettrica. Il periodo copre l’inizio del Novecento, precisamente gli anni Trenta.

Il carcere è pieno di personaggi molto caratterizzati: John Coffey (il nominato all’Oscar Michael Clarke Duncan), gigante di colore condannato alla pena di morte per il presunto stupro di due bambine; Eduard Delacroix (Michael Jeter), detenuto francese affezionato al topolino Mr. Jingles; Percy Wetmore (Doug Hutchison), secondino perfido, che sarà il fautore di una pena terribile proprio per Delacroix.

Se la storia raccontata da King ha nel suo insieme tutti gli elementi utili ad una bella narrazione (eroe, antieroe, nemico, potere magico e colpo di scena), la trasposizione cinematografica rende accessibile a tutti i sensi la piena fruibilità della storia. Saranno infatti molti i momenti dediti al pianto, per motivi molto diversi.

Dalla morte ingiusta di John Coffey al senso di colpa di Paul Edgecombe (Tom Hanks), poliziotto in servizio durante gli eventi narrati. Il miglio verde è un film dinamico, pieno di azione, pathos e, naturalmente, tristezza.

I segreti di Brokeback Mountain (2005)

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Uno dei film simbolo dello scorso decennio, vede dietro la macchina da presa il regista taiwanese Ang Lee, vincitore del premio Oscar alla miglior regia proprio per questa pellicola. Il tema è molto delicato: il film racconta della storia di due cow-boy, Ennis Del Mar (Heath Ledger) e Jack Twist (Jake Gyllenhaal), i quali, in cerca di un lavoro stagionale, si trovano a dover badare ad un gregge di pecore e condividere anche gli spazi più angusti.

Dopo un periodo di conoscenza, i due diventano sempre più intimi, fino ad arrivare ad una serie di rapporti sessuali, scabrosi per gli anni Sessanta e soprattutto per il loro ruolo. Uno dei due, inoltre, è impegnato con una donna (Michelle Williams). Dopo lo svolgimento del lavoro i cow-boy si separano, per tornare alle loro vite.

La loro connessione, però, è troppo forte, e una volta rivisti scoppia di nuovo la passione tra i due. Si scambiano un bacio appassionato, ma vengono visti dalla donna, portando quindi Ennis e sua moglie Alma a divorziare. La parte più emozionante, tuttavia, è quella finale. Tra lutti, insoddisfazione e discriminazione sessuale, Brokeback Mountain lascia il pubblico senza fiato, soprattutto grazie ai temi affrontati e all’incredibile interpretazione dei due protagonisti. Triste quanto basta, ma anche pieno di amore e sentimento.

P.S. I love you (2007)

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Tratto dall’omonimo romanzo di Cecelia Ahern, questo film del 2007 è un classico per tutti gli inguaribili romantici. Richard LaGravenese dirige Hilary Swank e Gerard Butler in un dramma dalle tinte rosa. Holly e Gerry sono una coppia felice, ma un giorno, improvvisamente, tutto cambia. L’uomo infatti muore, lasciando la giovane moglie vedova alle soglie dei trent’anni.

La sua vita, irrimediabilmente, diventa un turbinio di tristezza, ma anche rabbia. Holly è infatti arrabbiata con Gerry, la cui morte è stata prematura e inaspettata. Ma l’uomo, anche dall’aldilà, riuscirà a farsi perdonare dalla sua amata, avendo lasciato nei posti più disparati delle lettere la cui conclusione è sempre la stessa: P.S. I love you.

La pellicola non ha ottenuto un grande plauso dalla critica, che l’ha accolta piuttosto tiepidamente. Tuttavia è ormai diventata un cult, conosciuta non solo dagli inguaribili romantici, ma anche da chi ha voglia di cimentarsi in un film triste, ma dal finale non così tanto malinconico.

Hachiko (2009)

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Alle porte del primo decennio del Duemila, milioni di spettatori sono rimasti incantati da un film che prende ispirazione da una storia vera. Qui l’elemento triste non è dato da una storia d’amore finita male o da condizioni di vita avverse, bensì da un rapporto di affetto dolceamaro tra un cane e il suo padrone.

Hachiko è il nome di un akita realmente esistito, la cui vita è già stata raccontata nel 1987 nella pellicola Hachikō Monogatari, del regista giapponese Seijirō Kōyama. Una sera, Parker Wilson (Richard Gere) trova il cucciolo alla stazione dei treni, dove quotidianamente si reca per andare al lavoro. In attesa di trovare il suo proprietario, l’uomo decide di tenerlo con sé, nonostante le ostilità iniziali della moglie.

Con il passare del tempo il rapporto tra i due diventa sempre più intenso, fino al costituirsi di un legame indissolubile. Una sera il cane, ormai cresciuto, cerca di fermare il suo padrone dall’andare alla stazione dei treni, arrivando perfino a voler giocare con lui utilizzando una pallina, gesto insolito per Hachiko. Parker, tuttavia, non si lascia intenerire, entrando puntuale nel treno.

Come se avesse avuto un presentimento, l’animale tornerà in stazione tutti i giorni in cerca del suo padrone, vittima di un brutto incidente ferroviario. Il cane tuttavia lo aspetterà fino al suo ultimo respiro. Un film che rientra appieno nella definizione di tristezza, ma che esprime anche un sentimento di forte amicizia e di un legame solidissimo, che potranno capire tutti coloro che quotidianamente devono badare al proprio animale domestico.

Remember me (2010)

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L’anno successivo Allen Coulter dirige un film basato su una sceneggiatura di Will Fetters. Non una pellicola di culto, non un imperdibile, non una pietra miliare del cinema. Un lungometraggio, però, che ha tutte le carte in regola. Una storia ben scritta e ben strutturata, interpretata in modo più che dignitoso, nonostante la candidatura ai Razzie Awards per Robert Pattinson.

La trama incatena due storie malinconiche, di due sconosciuti che saranno destinati ad incontrarsi. Ally (Emilie de Ravin) assiste da piccola all’omicidio della madre, ad opera di un malintenzionato alla stazione della metropolitana. Tyler è invece il figlio di un uomo d’affari (Pierce Brosnan), sconvolto per il suicidio di suo fratello, avvenuto a soli ventidue anni.

Questi due animi in tumulto si incontreranno in seguito all’arresto di Tyler per resistenza a pubblico ufficiale (il padre della ragazza), dopo una rissa scatenata proprio da lui. Tra liti e baci rubati, la loro storia prosegue, fino all’11 settembre 2001. Un film drammatico, triste e dalla grande forza emotiva, che fa riflettere su ciò che conta davvero nella vita.

Colpa delle stelle (2014)

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Il 2014 è l’anno dell’esplosione di due attori, fratelli nella saga di Divergent e giovani amanti in questa pellicola diretta da Josh Boone, tratta dall’omonimo romanzo di John Green. Shailene Woodley (Hazel Grace) e Ansel Elgort (Gus) sono i protagonisti di un film che racconta la storia di due ragazzi malati di cancro, e del legame che essi creano nonostante tutte le difficoltà della malattia.

La trama procede dunque in questo senso, facilitando il percorso verso l’accettazione della malattia, del disagio comportato dalle cure e, infine, della morte. Tra teneri baci, l’incapacità di realizzare i propri sogni e un viaggio ad Amsterdam dall’esito inaspettato, questo dramma fila con coerenza, non risultando né lento né forzato.

Dalla colonna sonora d’eccezione (Ed Sheeran, Birdy, Kodaline, Charli XCX e M83), è un piccolo cult per i ragazzi più giovani, ma non solo. Premiato con tre MTV Movie Awards su un totale di sette nomination, contiene nel suo insieme certamente molta tristezza, levigata però da un profondo sentimento e dal disperato bisogno di sentirsi, sempre e comunque, vivi.

Manchester by the sea (2016)

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Dramma premiato con due premi Oscar su un totale di sei nomination, questo film di Kenneth Lonergan è un vero e proprio manifesto del genere drammatico. Ormai celebre, racconta la storia travaglia di Lee Chandler (un eccezionale Casey Affleck), un tuttofare dall’animo completamente distrutto.

Una serie di incidenti e coincidenze sfortunate ha reso la sua vita una vera e propria sofferenza, arrivando perfino a tentare il suicidio. Dopo aver perso i figli a causa di un incendio da lui stesso innescato, sarà anche la morte di suo fratello Joe (Kyle Chandler) a segnarne definitivamente la sorte. In seguito a tale evento, dovrà prendersi cura di suo nipote Patrick, il figlio di Joe (Lucas Hedges).

Affleck esprime appieno il dolore umano, regalando un’interpretazione magistrale all’apice della sua carriera. Un bravissimo Lucas Hedges (candidato all’Oscar) lo affianca nel suo percorso di crescita personale, nel ruolo del nipote ribelle ma fragile. A chiudere il quadro Michelle Williams (Randi, l’ex moglie), che si mostra sullo schermo completamente nella parte.

Un film, quindi, la cui tristezza è palpabile in ogni scena, in ogni fotogramma e parola dei protagonisti. Una sceneggiatura che trasuda malinconia, mai tuttavia fine a se stessa. Uno dei film rivelazione degli ultimi anni, la cui visione è assolutamente consigliata.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

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Martin McDonagh scrive magnificamente un dramma originale e pieno di spunti, dirigendo artisti, più che attori, come Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell e Peter Dinklage. Un cast d’eccezione dunque, in cui va inserito anche Lucas Hedges, per costruire una pellicola già entrata nel cuore di tantissimi spettatori.

Una madre, Mildred, vuole trovare giustizia per sua figlia Angela, stuprata a morte da un delinquente ancora in libertà. La sua furia si riversa verso la polizia, a suo dire incapace di gestire l’indagine. Per questo motivo affitta tre manifesti, in cui scrive parole accusatorie nei confronti del corpo dell’ordine. Lo sceriffo, Bill, cerca di far ragionare la donna, afflitto inoltre da una grave forma di cancro al pancreas.

Le indagini procedono, ma il colpevole è duro a farsi trovare. Nel frattempo la donna diventa sempre più agguerrita, arrivando perfino a bruciare la centrale di polizia in segno di protesta. Al suo interno vi è però un agente, Jason Dixon, visibilmente disturbato ma dal senso di giustizia molto forte.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri dà un forte contributo al cinema contemporaneo, raccontando una storia (purtroppo) attuale in maniera mai patetica. Sono invece fortemente presenti la determinazione di una madre in cerca di giustizia per sua figlia, il dolore e la pazzia umani, in qualche modo legati. E, ovviamente, una grande tristezza, sempre in sottofondo.

Oscar alla migliore attrice protagonista e al miglior attore non protagonista, a fronte di sette candidature totali, tra cui miglior film e miglior sceneggiatura originale.

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