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Charlie Says: recensione del film sulla storia della setta di Manson

Uno sguardo al film presentato a Venezia 75

Tre ragazze sono state condannate a morte per molteplici omicidi, avvenuti quando facevano parte della setta di Charles Manson. Con lo svolgimento del processo però, la pena di morte viene revocata e la loro condanna si trasforma in ergastolo. Una giovane laureata viene così inviata a far loro visita in qualità di insegnante, per farle riflettere e ragionare sui terribili crimini che hanno commesso in passato. Charlie Says è una pellicola diretta da Mary Harron e presentata al Festival del Cinema di Venezia 2018, con Matt Smith nei panni di Charles Manson. Il film esce il 22 agosto in memoria della strage di Bel Air (agosto 1969), giorno in cui degli adepti della setta di Manson assassinarono 4 persone, tra le quali l’attrice Sharon Tate, incinta. In questo articolo la nostra recensione di Charlie Says.

La regista Harron ha seguito anche le vicende di Grace Marks, arrestata nel 1843 per l’omicidio del suo datore di lavoro e della domestica, in L’altra Grace. Di Valerie Solanas che spara ad Andy Warhol per paranoia in Ho sparato a Andy Warhol. Ha raccontato della follia omicida e ossessiva di Pat in American Psycho e della terribile scoperta della studentessa Rebecca, che stringe amicizia con una ragazza che sembra essere una vampira (The moth diaries). L’interesse recente per le sette e il lato oscuro della cronaca non ha lasciato indifferente nemmeno Quentin Tarantino, che ha voluto includere la storia di Manson e Tate in C’era una volta… a Hollywood, con Pitt, DiCaprio e Robbie. È appena uscita su Netflix anche Mindhunter con la seconda stagione, che tratta anche di questa celebre setta.

Indice

La trama di Charlie says

Charlie says segue le vicende di Leslie negli anni ‘60, che scappa di casa e incontra sul suo cammino delle ragazze gentili e affettuose che la invitano a passare del tempo con loro alla fattoria, dove abitano tutte insieme. Nella tenuta Leslie fa la conoscenza anche del capo, Charles Manson, che si occupa del sostentamento delle ragazze e della loro formazione spirituale. Quella che doveva essere una visita di passaggio si trasforma presto in un vero e proprio trasferimento della giovane, che entrando a far parte della comunità perde tutti i suoi averi, il denaro e la capacità cognitiva.

Manson infatti ha fondato una setta che manipola la mente di ragazzine indifese ed emotivamente fragili, le illude di proteggerle ma le violenta e le obbliga a fare delle cose per lui, tra cui uccidere in nome del loro culto. Leslie stringe un legame in particolare con Patricia e Susan, e diventa parte integrante del piccolo “villaggio infernale” fatto di droghe, sesso e mancanza di inibizioni.

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Il cast – Charlie says recensione

Hannah Murray è Leslie Van Houten. Murray ha preso parte alla serie Skins e a Trono di spade, oltre che nel thriller psicologico Chatroom, con Aaron Johnson, e nell’horror comedy Dark shadows, a fianco di Johnny Depp e Michelle Pfeiffer. Sosie Bacon impersona Patricia Krenwinkel. Sosie, figlia degli attori Kevin Bacon e Kyra Sedgwick, ha recitato nella serie horror Scream e nel teen drama Tredici. La vediamo anche in The last summer, a fianco di KJ Apa, star di Riverdale. Marianne Rendón diventa Susan Atkins. Abbiamo visto la Rendón nella serie dark comedy Imposters, nel film biografico sul fotografo Robert Mapplethorpe, Mapplethorpe, con protagonista Matt Smith nel mystery thriller Gemini, con Zoë Kravitz.

Le tre attrici ricoprono i ruoli di alcune delle ragazze di Charlie, adepte alla sua fattoria hippie che sono state spinte a commettere omicidi in nome del loro capo. Catturate e imprigionate, sono state poi condannate all’ergastolo. Matt Smith è il capo della setta Charles Manson, affascinante, manipolativo e violento. Smith è noto al pubblico per la sua interpretazione del dottore nella serie tv Doctor Who, e nel ruolo del principe Filippo in The crown. Ha recitato anche in Bert and Dickie, che racconta la storia dei canottieri Burnell e Bushnell e della loro vittoria alle Olimpiadi del 1948. In Christopher and His Kind, omonima autobiografia dello scrittore britannico Christopher Isherwood.

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Se lo dice Charlie – Charlie says recensione

Charlie dice che il mondo è marcio, che non esistono più religioni che valga la pena seguire, famiglie che abbia senso proteggere. L’unica cosa che davvero conta, è la famiglia che ti crei. Gli amici che ti stanno vicino a tal punto da diventare parenti stretti, confidenti, amanti persino. È questo che credono le ragazze. Susan, Leslie e Patricia non esistono più, sono solo i fantasmi delle famiglie benestanti dalle quali provengono. Charlie dice che solo attraverso la condivisione di tutto, è possibile vivere serenamente. Per questo offrono il loro corpo, abusato per fini più alti. Per questo offrono la loro mente, raggirata dall’arte oratoria e dal fascino diabolico e paterno del “loro uomo”.

Lui è di ognuna e di nessuna; fanno a gara per averlo accanto sulla brandina sudicia nella notte. Per farsi scegliere per un balletto sensuale davanti agli ospiti della comune. Per farsi rassicurare su quanto l’esterno sia pericoloso e infimo, e su quanto invece siano fortunate ad aversi a vicenda, ad avere lui. Charlie dice spesso che avrebbe dovuto diventare una famosa rock star: in fondo ha la stoffa, il talento e l’attrattiva inspiegabile di chi diventa un idolo. Ma in un modo diverso, è riuscito comunque ad avere i suoi fan, innamorati persi, folli, sconsiderati, pronti a tutto pur di compiacerlo. E che importa se è necessario fare qualche sacrificio, lungo il cammino?

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Benvenuti nella famiglia Manson

Se Charlie dice di uccidere, loro eseguono, perché solo lui ne conosce le reali ragioni. Le ha salvate e il minimo che possono fare è essergli riconoscenti. Così prendono parte, ogni giorno, al campo estivo della Famiglia, che crea fratelli e sorelle, e idolatra un leader, un Dio sceso in terra che possa guidarli tutti verso la salvezza e la ragione. Sarà questo il modo migliore per trascorrere la propria vita? Se lo dice Charlie… Un uomo acculturato, intelligente e sagace, che ha trovato nel carcere un posto tranquillo in cui coltivare i propri interessi e affinare le proprie capacità. Massoneria, negromanzia, magia nera, esoterismo, chirosemantica, motivazione subliminale, e ipnotismo.

Imparò anche a suonare la chitarra, e da lì cominciò a pensare di avere un qualche talento musicale che avrebbe potuto renderlo noto. Lui non uccideva, mandava i suoi “angeli della morte”. Ma perché? Era ossessionato dalla fama, non essendo riuscito a diventare una rockstar come aveva sempre sognato? Credeva davvero in quello che professava, o amava solo il suo ruolo di manipolatore? Charles Manson ha sempre apertamente dichiarato di essere un criminale, ma di non essere il responsabile degli omicidi; il suo intento era solo quello di diffondere il caos nelle ordinarie e bigotte vite dei cittadini americani. Una donna, poi due, poi decine, e anche uomini. Una comunità di persone che pendeva dalle sue labbra, e che lui avrebbe potuto plasmare a sua immagine e somiglianza.

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Accenni storici alla vicenda – Charlie Says recensione

Il gruppo della “Manson Family” era formato da molti seguaci, che vivevano un’esistenza anticonvenzionale fatta di abusi e allucinogeni e sopravvivevano grazie a furti e rapine. La maggior parte dei membri erano giovani donne della classe media, che tagliavano qualsiasi rapporto con le loro famiglie e donavano tutto, fisicamente e spiritualmente, alla causa di Charlie. In Manson vedevano il leader carismatico con cui identificarsi e sentirsi al sicuro. L’uomo è stato rilasciato di prigione per l’ultima volta nel 1967 e la Famiglia si è trasferita a San Francisco, insediandosi poi nel ranch di San Fernando Valley. Secondo le parole di Susan Atkins, gli adepti credevano che lui fosse la reincarnazione di Gesù, e che fosse in grado di prevedere il futuro e salvarli da un’imminente apocalisse.

A causa del cruento omicidio di Cielo Drive, che ebbe tra le vittime anche l’attrice Sharon Tate, la setta divenne famosa a livello internazionale. La Famiglia è colpevole di aver ucciso, rubato e aver fatto irruzione in proprietà private. Le ragazze protagoniste di Charlie says hanno passato tutta la loro vita in carcere. L’aspetto inquietante è che per molto tempo i seguaci di Manson continuarono a difenderlo e a sostenere il suo credo, anche dopo l’incarceramento e le pesanti accuse. A dimostrazione di ciò, l’uomo riceveva messaggi d’amore anche dalla cella.

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Considerazioni tecniche – Charlie says recensione

La pellicola della Harron è immediata e semplice. Risulta priva di tutti quegli abbellimenti e sforzi del recente cinema hollywoodiano per rendere affascinanti e carismatici i killer e i delinquenti (Ted Bundy – Fascino criminale, The Wolf of Wall Street, Prova a prendermi, Legend, Gli intoccabili). Mostra invece la fragilità e l’abbandono che le ragazze della setta provavano, gli scatti di follia alternati ad attimi di estrema docilità e dolcezza. La forza della manipolazione e la bruttezza di uomini come Manson, che qui non è geniale, bellissimo o sensuale. È solo visto per quello che è: un folle forse nemmeno convinto di ciò che professava, ma con l’obiettivo di essere amato.

Questo approccio quasi documentaristico è sostenuto anche dalla scelta delle inquadrature, per lo più con telecamera a mano e quindi traballanti, dinamiche e realistiche. La scelta di colori vibranti per gli esterni e quasi monocromatici per alcune delle scene interne alle baracche della setta colpisce la memoria visiva dello spettatore. Primissimi piani si concentrano sulle espressioni dei visi degli attori e sul vuoto dei loro occhi, emblematico ai fini della trama. Per Matt Smith, vestire i panni di un serial killer così famoso, amato ed odiato al tempo stesso, è stata un’opportunità per vivere gli anni ’60 le follie che li hanno popolati. Tra queste, ha potuto osservare in prima persona «la genesi di questa specie d’isteria di massa» per le comunità, le sette e le associazioni.

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Charlie says

Voto - 6

6

Lati positivi

  • Taglio documentaristico e oggettivo sulle vicende
  • Cast affiatato

Lati negativi

  • Nel complesso non ha molto impatto emotivo

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